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18 lezioni di Prosecco Superiore con i fratelli della cantina La Farra

18 e più cose imparate durante un pranzo con degustazione dei vini La Farra.

Quello che non ti dicono in nessuna guida di vino: rivelazioni dalla cantina La Farra su prosecco e altro.

A pranzo con i fratelli Nardi (la sorella in cantina a lavorare!): a tavola insieme per raccontare trent’anni di viticoltura nelle colline del Conegliano Valdobbiadene. Nessuna lezione accademica di enologia, ma una conversazione fra persone che conoscono ogni dettaglio del Prosecco Superiore non dalla teoria, ma dalla pratica quotidiana. 

Durante un pranzo a Milano (ristorante Sapori Maestri) con i vini della cantina La Farra — una piccola azienda di 25 ettari a Farra di Soligo che produce tra i 700.000 e gli 800.000 bottiglie l’anno e esporta il 65% in 21 paesi — abbiamo scoperto, riscoperto e appreso molte cose sul Prosecco. Dalla biologia della Glera alla sfida logistica di una viticultura collinare, dai segreti enologici della spumantizzazione all’impatto della tecnologia sui vigneti veneti: questo articolo è la trascrizione fedele di quello che imparano davvero i giornalisti di wine quando si siedono con i produttori seri, e ascoltano umilmente tutto quello che si crede di sapere!

—- Leggi QUI cosa il nostro articolo su La Farra.

Quando ti siedi a tavola con persone che hanno dedicato trent’anni della loro vita a una cantina di 25 ettari nelle colline del Veneto, significa ascoltare impressioni, insegnamenti, aneddoti di chi si è posto da sempre una semplice domanda — “Cosa significa veramente vivere un territorio?” — e di trasformare la risposta in vino, paesaggio, comunità. Questo è quello che è accaduto durante un pranzo con due dei tre fratelli Nardi di cantina La Farra e queste sono 18 delle numerose “lezioni” apprese tra un piatto e l’altro del Ristorante Sapori Maestri (bravo chef! ndr).

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1. Un Prosecco si beve col naso, non con la bocca

“La freschezza, la croccantezza, il naso è importante. Un Prosecco, in modo particolare, si beve col naso. Quindi c’è una diversità significativa e c’è sempre un’attenzione proprio alla diversità di clone.”

Mentre assaggiamo il primo vino, uno dei fratelli ci spiega la gerarchia sensoriale del Prosecco. Non è come il vino rosso, dove il palato ha la priorità. Nel Prosecco, il 70% dell’esperienza è olfattiva. Per questo la scelta dei cloni è così cruciale: non cercano un sapore particolare, cercano aromi che si sentano al naso con chiarezza e definizione.

Lezione: La prossima volta che berremo un Prosecco, dedicheremo almeno 30 secondi a sentire l’odore prima di bere. Non è affettazione. È la parte principale dello spettacolo.

2. La Glera è il contrario di un chicco d’uva pigro

“La glera colpita in questa fase, a meno che non sia un danno delle piante, però se c’è un danno del 30-40%, questo è avvenuto, abbiamo preso anche noi qualche anno fa, si ingegna prima della fioritura perché ancora non ha fiorito. Ha una capacità di allungamento del grappolo e poi di sviluppo del grappolo. Non è Pinot che ha un grappolo compatto e piccolo, è spargolo, bello grande il grappolo della glera, quindi non ci saranno produzioni, però una produzione accettabile comunque la si avrà.”

Durante la discussione sulla resistenza della Glera agli attacchi di grandine, emerge un dettaglio affascinante sulla biologia della pianta. A differenza del Pinot, che ha un grappolo piccolo e compatto, la Glera ha un grappolo “spargolo,” molto grande e tendenzialmente allungato. Questo significa che anche se il 30-40% del grappolo viene danneggiato, la pianta ha la capacità di allungare i chicchi rimasti e continuare a sviluppare il frutto.

Lezione: Mai giudicare un vigneto solo dalla grandine di maggio! La Glera a quanto pare è un’atleta della resilienza.

3. Non tutti i 25 ettari sono uguali (e non dovrebbero esserlo)

“Noi abbiamo dei vigneti in collina che hanno praticamente anche 50 anni, 60 anni, quindi fondamentalmente c’è una diversità varietale importante. Nelle pianure, oppure anche nei vigneti tipo Santa Maria di Feletto, dove abbiamo rifatto l’impianto, abbiamo sistemato la situazione agraria e rifatto l’impianto, lì è più facile trovare dei cloni ben definiti.”

La Farra non controlla un unico appezzamento di terra uniforme. I 25 ettari sono disseminati tra quattro comuni diversi — Farra di Soligo (parte principale), Pieve di Soligo, Follina e San Pietro di Feletto — e ogni luogo offre qualcosa di diverso. Questo non è un problema logistico: è la strategia. Ogni zona contribuisce una voce diversa al coro finale.

Lezione: La frammentazione territoriale non è uno svantaggio. È una ricchezza enologica. E questo lo sappiamo bene!

4. Esistono tre cloni di Glera che conosci solo se sei davvero dentro

“Noi abbiamo il clone 12, il 10, il 19. Adesso ci sono altri cloni nuovi, proprio con la logica di trovare dei grappoli che permettano di portare nel bicchiere le caratteristiche soprattutto olfattive.”

La maggior parte dei bevitori di Prosecco non ha idea che la Glera non sia un’unica varietà, ma che esista in diverse espressioni clonali. La Farra lavora principalmente con il clone 12, il 10 e il 19. Ogni clone ha caratteristiche leggermente diverse in termini di aromaticità, struttura e reattività all’ambiente. Non è una scelta accademica: è come un músico che sceglie i musicisti che suonano con lui.

Lezione: quando guardiamo una bottiglia di Prosecco, ricordiamoci che dietro quella etichetta c’è stata una selezione genetica consapevole. Non è casualità.

5. La sostenibilità non è marketing, ma una scelta di responsabilità

“La sostenibilità non è una scelta di marketing per noi, è una scelta di responsabilità verso il territorio che ci ospita e verso le generazioni future.”

La Farra non usa diserbanti nei vigneti. Non è comunicato sui social. È una scelta fatta dal 2011 (SQNPI + Protocollo viticolo del Consorzio), e nel gennaio 2026 hanno ottenuto la certificazione Equalitas per “Organizzazione Sostenibile.” I fratelli Nardi parlano di sostenibilità come conseguenza naturale del fare bene il loro lavoro, non come strategia di posizionamento.

Lezione: La sostenibilità vera è nella pratica, non per forza solo nelle “certificazione di sostenibilità!. Nelle decisioni piccole, quotidiane, non comunicate, prese anno dopo anno.

6. Esistono due interpretazioni del Conegliano Valdobbiadene, e La Farra le abbraccia entrambe

“Abbiamo come filosofia quella di proporre due interpretazioni del Conegliano Valdobbiadene, ovvero un’interpretazione legata a dei cru, delle singole vigne, attraverso le rive, le rive di Paradiso di Soligo e le rive di Soligo. E l’altra filosofia è quella di creare il famoso assemblaggio, cioè con le uve dei quattro comuni fare degli assemblaggi proprio per combinare al meglio le specificità.”

La filosofia enologica di La Farra non è “abbiamo scelto questa strada.” È “abbiamo scelto di raccontare entrambe le strade.” Da una parte i cru singoli — le Rive — che esprimono la purezza di una singola vigna e di un singolo microclima. Dall’altra gli assemblaggi che combinano le uve di quattro comuni diversi per creare equilibrio.

Lezione: Non è necessario schierarsi, e scegliere tra la purezza e l’armonia. Si può bere entrambe, in momenti diversi della vita!

7. Valdobbiadene e Conegliano sono in una guerra territoriale dentro la stessa denominazione

“L’altra macro area, Conegliano, dove i terreni sono più argillosi, sono un po’ più ricchi anche di ferro, quindi prevale il corpo, la sapidità del prodotto e quindi la logica degli assemblaggi con l’altra logica delle singole vigne, proprio per capire la tipologia del terreno.”

Non è una guerra vera, naturalmente. Ma è una dialettica affascinante. A Valdobbiadene, i terreni sono più calcarei. Il sole colpisce direttamente e il profumo emerge, fragrante e floreale. A Conegliano, a sud, i terreni sono più argillosi, più ricchi di ferro. Il corpo del vino è più robusto, la sapidità più marcata. La Farra, che ha vigneti in entrambe le zone, ha scelto di giocare come arbitro consapevole di questa tensione.

Lezione: Non è necessario schierarsi, anche qui! Quando beviamo un Prosecco del Valdobbiadene Superiore, sentiamone il profumo. Quando beviamo uno di Conegliano, sentiamone il corpo. È geografia che parla.

8. La cremosità non viene dallo zucchero, viene dall’anima

“Certo che ha quella cremosità, la gioia. La cremosità. La crema. Non è una cremosità data dal zucchero in bocca, ma è una cremosità avvolgente, piacevole.”

C’è un momento durante il pranzo in cui qualcuno chiede se la cremosità che sentiamo nel Prosecco viene dal contenuto di zucchero. La risposta è affascinante: no. La cremosità che sentiamo è un’avvolgenza data dalla struttura proteica del vino, non da molecole di zucchero. È una cremosità “piacevole,” come viene descritta, che non lascia in bocca quella sensazione stucchevole.

Lezione: Se beviamo un Prosecco extra dry e sentiamo una morbidezza in bocca, non è perché è dolce da zucchero. È perché è ben fatto!

9. Milanovino consegna vino in bicicletta a Milano, e non è una gimmick

“Consegniamo tutto in bicicletta, ma non è una questione solo ecologica, è che abbiamo dei clienti in galleria e quindi lì arriviamo solo noi. Abbiamo tanti clienti in zone pedonali e quindi è molto più facile e veloce la consegna. Spingendo la bicicletta sul marciapiede per 5 metri, siamo già in centro a Milano e quindi riusciamo a consegnare in maniera veloce anche piccole quantità.”

Durante il pranzo, uno dei fratelli racconta della loro collaborazione con Milanovino, un distributore milanese che consegna vino esclusivamente in bicicletta. Non è una cosa strana o nostalgica: è una logica pura di efficienza. “Se hai un magazzino in centro a Milano (angolo via Savona e via Tortona, di fronte alla Langosteria), consegnare con una bicicletta è più veloce che usare un furgone, perché non sei intrappolato nel traffico”. I loro ragazzi sono atleti appassionati di bicicletta che rifiuterebbero categoricamente la pedalata assistita (“se gliela proporrei, si licenzierebbero!”).

Lezione: Anche qui sostenibilità come realtà e valore, e non come scelta di marketing. Talvolta è semplicemente la cosa più efficiente da fare.

10. Piccolo non significa debole: 25 ettari possono controllare tutto

“L’azienda vinifica principalmente le uve che provengono dai propri vigneti. Questa circostanza consente di avere un controllo diretto della qualità… e di garantire un prodotto finale di qualità.”

La Farra conosce personalmente ogni vigna, ogni pianta, ogni metro di terreno. Non è un limite: è un superpotere. Controlla quando raccogliere perché ha visto crescere l’uva ogni giorno.

Lezione: Non si demonizzano le cantine che utilizzano uve di altri….ma diciamolo: i controlli e la qualità interna in una cantina sono uno dei gradini di serietà.

11. Continuano ad investire nel loro territorio

“Come famiglia, noi continuiamo a investire su quel territorio. Non investiamo su altri territori che in questo momento  potrebbero darci anche delle marginalità maggiori. Questo è il nostro obiettivo e noi vogliamo andare in questa direzione.”

La Farra potrebbe investire in territori con marginalità maggiore. Ma sceglie consapevolmente di restare a Farra di Soligo. Non è nostalgia: è dichiarazione di valore, amore per il territorio, progettualità territoriale.

Lezione: La fedeltà al territorio non è il contrario di ambizione. È piuttosto ambizione consapevole.

12. Il controllo della filiera è enologia pura

“La logica nostra è quella di portare nel bicchiere gli aromi primari dell’uva. Quindi partita le fermentazioni, sia la prima che la seconda, separiamo il lievito dal vino per mantenere proprio questa freschezza olfattiva.”

Ogni decisione di La Farra (dai tempi di fermentazione all’imbottigliamento) è scelta enologica pura, come dicevamo nessuna scelta di marketing, ma di produzione. Sanno esattamente quando raccogliere, in che stato è l’uva, e cosa succede in cantina. Non comprano uve da altri. Non delegano a cooperative (anche se una volta aderivano a una cooperativa che li ha aiutati a crescere). È scelta di responsabilità.

Lezione: La tecnica in cantina insegna tanto di un vino, e anche dei suoi produttori. Selezionare il modo giusto di fare le cose non è scontato.

13. La fatica è un termine che piace ai Nardi (non casualmente)

“La logica nostra è quella di camminare, partire dalla cantina, salire in collina per far provare anche le difficoltà della salita, per far capire il viticoltore cosa produce e soprattutto vivere la fatica. La fatica, che è un termine che ci piace.”

C’è una parola che torna più volte durante il pranzo: “fatica.” Non come lamento, ma come descrizione precisa di cosa significhi fare viticoltura collinare. Salire per pendii quasi verticali. Potare a mano. Raccogliere a mano. Aspettare, attendere, coltivare, aspettare di nuovo. La fatica per loro è pratica quotidiana trasformata in linguaggio del territorio. Anche nelle loro degustazioni è presente! Il sentiero per il Belvedere è 3 km, 40-50 minuti, con pendenze quasi verticali. E’ quasi una scalata.

Lezione: quando beviamo un Rive di Farra di Soligo, sappiamo che dentro c’è fatica. Letteralmente. E questo lavoro dovrebbe far apprezzare maggiormente un vino. Anzi, lìideale è degustarlo sul luogo!

14. Esportare il 65% in 21 paesi è una realtà quotidiana

“L’azienda ha 26 ettari, coltiva direttamente 26 ettari… la nostra logica è quella di proporre sul mercato il Conegliano Valdobbiadene. Produciamo a seconda delle annate, 700, 750, 800.000 bottiglie e per il 65% circa le esportiamo all’estero in 21 Paesi, principalmente Europa, ma anche Stati Uniti, Australia e Giappone.”

La Farra produce tra i 700.000 e gli 800.000 bottiglie l’anno. Il 65% di queste bottiglie finisce all’estero: Europa, Stati Uniti, Australia, Giappone. È il cuore del loro business. Mentre molte cantine venete pensano al mercato italiano come al piatto principale, La Farra sa che il vero mercato è globale. E lo fa con distribuitori selezionati, in esclusiva.

Lezione: Un Prosecco italiano che bevi in Giappone potrebbe benissimo essere una Farra. E potrebbe benissimo avere ragione a stare lì.

15. Una biblioteca nel bosco è il contrario di una Gift Shop!

“Zanzotto, il poeta delle colline di Pieve di Soligo, colui che ha saputo più di ogni altro incarnare l’anima di questi luoghi, trasformando le colline in spazio di memoria, consapevolezza civile, è vivo al Belvedere, dove i visitatori che salgono possono ammirare quel paesaggio collinare tanto amato e decantato dal poeta.”

Nel 2023, i fratelli Nardi decidono che una cantina può essere più di una cantina. Può essere uno spazio dove il paesaggio, la parola, la comunità trovano lo stesso trattamento, la stessa dignità. E così La Farra ha costruito una biblioteca con Zanzotto nel Belvedere. Il cuore della missione: “il territorio consapevole è il nostro prodotto principale”. E il territorio consapevole si costruisce attraverso la parola, la memoria, la consapevolezza civile.

Lezione: Una cantina che pensa davvero al territorio non vende merchandise. Invita alla consapevolezza!

16. “Tra bosco e non bosco” evento da vivere

“L’edizione 2026 si chiama ‘Tra bosco e non bosco,’ un verso che Zanzotto ha scritto per catturare l’idea di soglia, transizione, margine.”

La Farra organizza un evento eno-culturale, che quest’anno si esprime in tre date, con tre forme di linguaggio per lo stesso tema, quindi una conversazione completa a tappe. “Tra bosco e non bosco” viene abitato tre volte, in tre forme diverse: 6 giugno – Poetry Slam; 13 giugno – Reading poetico + sonoro; 20 giugno – Tavola rotonda.

Lezione: unire degustazione e cultura con linguaggi diversi è amore per il territorio e capacità di coinvolgere persone diverse, per permettere a persone diverse di comprenderlo.

17. Il Belvedere non è una struttura turistica

“Il Belvedere La Farra non è una struttura turistica al servizio del vino. È il contrario: è il vino al servizio della comprensione più profonda del territorio. La logica è quella di osservare, vedere, vivere il paesaggio, vivere la collina, in una logica molto slow, molto tranquilla.”

Nel 2023, La Farra recupera un casolare sui Rive dei Nardi. Avrebbe potuto fare quello che tutte le cantine fanno: enoturismo, negozio, ristorante, foto per Instagram. Ha fatto il contrario. Ha deciso che il Belvedere sarebbe stato uno spazio dove il vino serve il territorio, non il territorio serve il vino. Ci si trova: una biblioteca con Zanzotto. Silenzio. La vista del paesaggio. Nient’altro da comprare. Niente da consumare. Solo ascolto. Il percorso enoturistico di La Farra, lungo circa 3 km, da fare a piedi, partendo dalla cantina, attraversa i vigneti storici della famiglia e accompagna i visitatori alla scoperta delle colline di Farra di Soligo fino al Belvedere La Farra, a Col Brià, da cui si può godere di una meravigliosa vista del paesaggio viticolo e comprendere i valori che ne hanno determinato il riconoscimento Unesco: ciglioni inerbiti, cordonate collinari e il mosaico agrario, con viva alternanza di boschi e vigneti.

Lezione: in una logica e periodo di enoturismo spinto, il Belvedere La Farra insegna una lezione economica controintuitiva: a volte il valore massimo si crea quando NON cerchi profitto da ogni spazio. Quando decidi che alcuni posti devono rimanere sacri. Nel senso civico.

18. Equalitas come orgoglio interno

“Nel gennaio 2026, La Farra ottiene la certificazione Equalitas per il modulo ‘Organizzazione Sostenibile.’ È un riconoscimento che attesta un modello di gestione strutturato, che integra gli aspetti ambientali, sociali ed economici.”

Nel gennaio 2026, La Farra ottiene la certificazione Equalitas per “Organizzazione Sostenibile.” È il risultato di quindici anni di scelte fatte non per comunicarle, ma perché credevano fosse giusto. La certificazione Equalitas arriva come prova di quello che stavano già facendo, visto che Equalitas verifica: aspetti ambientali, sociali, ed economici.

Lezione: La Farra ha quindici anni di pratica quotidiana. La certificazione Equalitas è solo la prova che era vera. Ossia, molte aziende iniziano pratiche in funzione di una certificazio, qui la certificazione è arrivata come naturale conseguenza dell’agire interno, dell’operato consolidato.

Ci sarebbero altre mille lezioni, ma volgiamo apprenderle anche sul posto, tra la cantina e il Belvedere!

Quello che comunque ci resta, come lezione e come sensazione piacevole è questo amore per il territorio, questa diversa forma di attenzione. Questa sensazione che i fratelli Nardi non vendono vino ma comunicano una relazione. Non promuovono un prodotto ma raccontano un modo di vivere. E quello che torna a casa insieme a noi è un sapere tecnico unito ad una forte consapevolezza: che dietro ogni bottiglia di vino buono c’è una storia di fatica, di scelta, di comunità che decide di ascoltare il proprio territorio.

Il Prosecco che berremo d’ora in poi non avrà lo stesso sapore.

Nel senso migliore possibile!