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Il Tratto: il Barolo di Montezemolo in edizione limitata

Il Tratto di Cordero di Montezemolo: il Barolo Monfalletto 2022 diventa un fumetto di Boban Pesov.

A La Morra, la diciannovesima generazione affida il suo Barolo storico a un fumettista cresciuto tra le vigne: nasce il Tratto.

Tre bottiglie di Barolo Monfalletto 2022 e un booklet di dodici tavole a fumetti, senza dialoghi, con un cedro di 170 anni e una macchina da corsa che esce dalla finestra, firmato da Boban Pesov, illustratore trentaquattrenne di origine macedone cresciuto nelle Langhe. È «Il Tratto», l’edizione limitata presentata il 25 settembre dalla cantina Cordero di Montezemolo di La Morra. Si compra soltanto sul sito dell’azienda, che con questo cofanetto apre per la prima volta un proprio negozio online.

Alla presentazione, sulla collina di Monfalletto, c’erano Alberto ed Elena Cordero di Montezemolo, diciannovesima generazione della famiglia, e lo stesso Pesov. Tra un giro in cantina e una cena a Barolo ci hanno raccontato il progetto, il cedro del Libano piantato nel 1856 e la storia di nonno Paolo, che negli anni Cinquanta si costruiva da solo le macchine da corsa.

La prima tavola è quasi tutta buia. Una collina di Langa affogata nella nebbia, la luna come unica fonte di luce e, in basso, una finestra accesa. Dentro, di spalle, un uomo chino su un tecnigrafo. Non parla. In tutto il racconto non c’è una sola parola.

Così si apre “Il Tratto”.

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La finestra non è inventata. È la cascina sulla collina di Monfalletto, a La Morra, fotografata a fine Ottocento su una lastra di vetro che la famiglia conserva ancora. A quel tempo ci vivevano due famiglie di mezzadri, con la stalla e il fienile: fino agli anni Trenta l’allevamento bovino qui contava quanto le vigne. I nobili stavano in paese, nel palazzo in centro a La Morra, e in paese si faceva anche il vino.

Oggi la cascina, che ha più di quattrocento anni, è la casa di famiglia. E l’uomo al tecnigrafo non ha volto. “Può essere nonno Paolo, ma può essere anche nostro papà”, spiegano Alberto ed Elena Cordero di Montezemolo.

Il nome del vino è già una lezione di storia. Monfalletto viene da Montfallettum, la collina dei Falletti, la casata che dominava queste terre dal Quattrocento e che ha lasciato il nome anche a Castiglione Falletto. La cronologia di famiglia parte da una data precisa, il 3 aprile 1340, e da lì non si è più interrotta. I Falletti si sono estinti nel 1941; la proprietà è passata per linea femminile ai Cordero di Montezemolo, attraverso la marchesa Luigia Falletti. Nonno Paolo, rimasto orfano da piccolo, fu cresciuto proprio da una Falletti, e alla sua morte ereditò tutto.

Oggi alla guida ci sono Alberto ed Elena, diciannovesima generazione.

il tratto cordero di montezemolo eLENA E aLBERTO STORIEDICIBO

Lo zio Enrico, che lavorava in azienda con il padre Giovanni, una quindicina di anni fa ha ceduto le sue quote ai nipoti. I genitori non gestiscono più la cantina, ma non se ne sono mai andati: seguono giardini, manutenzione, tutto quello che sta attorno alla produzione. Il padre ha trovato anche un nuovo passatempo, alla guida della splendida 500 giardinetta azzurro cielo di Langhe: “Non vede l’ora che arrivi l’ordine di qualche ristorante qui vicino”, racconta  Alberto. “Butta quattro casse in macchina e va a fare la consegna. È felicissimo.»

“Siamo una vera produzione familiare, facciamo tutto noi” dice Elena “Abbiamo una trentina di dipendenti, negli anni siamo cresciuti. Però alla fine siamo noi.”

In quasi sette secoli la proprietà è rimasta integra, cosa rara da queste parti. La zona del Barolo è molto frammentata: quasi tutti i produttori lavorano piccole particelle sparse tra comuni diversi. Attorno alla conca di Monfalletto, invece, ci sono 28 ettari di vigneto in un unico corpo. “Siamo una di quelle quattro o cinque famiglie che hanno questa fortuna”, spiega Alberto. “È un vantaggio enorme nella gestione, ed è il nostro patrimonio.”

E a proposito di patrimonio, il cedro del Libano di Monfalletto è l’albero solitario in cima alla collina, in mezzo alle vigne, che compare in tante foto delle Langhe accanto alla cappella colorata del Barolo e ai castelli di Serralunga e di Grinzane Cavour. Uno di quei cinque o sei luoghi che, quando si parla di Barolo, “sono dei must”.

Fu piantato nel 1856 dagli antenati della famiglia, in occasione di un matrimonio. Un regalo di nozze pensato, ci spiegano, per consolidare l’amore tra i due e radicarlo sul territorio. Quest’anno compie 170 anni. “Di per sé è un albero come tanti altri”, dicono in cantina, “è la posizione a renderlo così bello”. Fa parte del paesaggio vitivinicolo che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità.

La maggior parte dei cedri del Libano ha la chioma conica, a punta. Questo appartiene a una varietà più rara, con la cima che si allarga e ricade. “Lo chiamano a nido di cicogna”, sorride Alberto, “perché ricorda quei nidi enormi e piatti che si vedono in Alsazia. Sembra che ci sia la cicogna lì sopra, in attesa di portare i bambini nelle Langhe.” Quanto all’età, per un cedro 170 anni sono pochi. Ci sono piante che arrivano a tre, quattrocento. Questo è ancora un bimbo!

Nel fumetto di Boban Pesov il cedro è il punto di partenza, e la sua collina fa da sfondo anche alla nuova etichetta. Dalla cantina, poco più in là, lo sguardo gira a 360 gradi: nelle giornate limpide si vedono tutti gli undici comuni del Barolo, fino al castello di Serralunga.

Al piano superiore della cantina la famiglia ha appeso alle pareti il suo archivio. C’è l’albero genealogico dal 1340. C’è la foto su lastra di vetro della vecchia cascina, con l’arco che si ritrova identico nelle tavole. E ci sono i disegni del nonno, Paolo Cordero di Montezemolo.

All’inizio degli anni Cinquanta si disegnò e si costruì tre macchine da corsa. Quella del progetto appeso al muro nasce da una OSCA, la piccola casa fondata dai fratelli Maserati, che il nonno comprò e rifece da cima a fondo. Oggi è in un museo a Lione. Una seconda è nelle mani di un collezionista giapponese; della terza si sono perse le tracce. In una vecchia foto si vede il padre Giovanni che ne regge il carter.

Paolo non disegnava solo automobili. Ridisegnò lo stemma di famiglia per renderlo più simmetrico, studiò i colori e il senso di ogni stendardo. Progettò l’etichetta con un collage di proporzioni, per capire quanto alto mettere lo stemma perché risultasse bello sulla bottiglia. Scriveva a mano i numeri delle annate. C’è perfino un suo schema, con la dicitura “Cedro del Libano”, che indica come tracciare i filari, a che distanza, quanti pali piantare.

Negli anni Cinquanta produceva anche un Barolo che non vendeva: lo regalava agli amici, quelli con cui andava a caccia e passava giornate intere tra bosco e cucina. Altri tempi, in tutto! Nell’archivio c’è persino una lettera del Papa: un cugino della famiglia, cardinale, faceva arrivare le bottiglie in Vaticano, e ogni volta quelle tre bottiglie dovevano superare la dogana di un altro Stato.

“Mio nonno Paolo ha sempre creduto che il vino fosse cultura prima ancora che prodotto”, ha dichiarato Alberto nella nota di presentazione del progetto. Guardando quelle pareti, la frase smette di sembrare una formula, e diventa vita reale.

Se il nonno disegnava macchine, il figlio ha disegnato muri. A fine anni Settanta Giovanni e sua moglie decidono di portare la vinificazione fuori dal paese, sulla collina. “Facciamo questo lavoro, ma facciamolo in maniera più moderna e seria”, è la frase che i figli gli attribuiscono. Geometra, poi qualche esame di agraria prima di capire che voleva lavorare la terra, Giovanni disegna la cantina da solo. Dal 1979-80 si vinifica qui.

L’idea era un tempio del vino: una navata centrale e due laterali, raddoppiate di recente, sotto le capriate piemontesi delle cascine di Langa rifatte in ferro saldato e lasciato grezzo. Alberto è del 1981, la sorella Elena del 1977, e la cascina delle foto di inizio anni Ottanta è quella dove sono cresciuti.

Qui il racconto si fa tecnico, ed è giusto che lo sia.

Il Barolo passa circa venti mesi in legno e altrettanti in bottiglia. Le botti grandi durano anche quarant’anni, se tenute bene; le barrique di rovere francese si esauriscono in circa cinque e ogni anno una parte viene sostituita. Quelle dismesse finiscono ad acetifici, distillerie di gin e brandy, o nel giardino di qualcuno. In autunno una sala viene chiusa e scaldata a 21 gradi per far partire la fermentazione malolattica, quella che trasforma l’acido malico in lattico; il resto della cantina resta a 16 gradi. In una delle sale d’affinamento, sotto le volte, un sottofondo di canti d’uccelli: “Ci piaceva l’idea del vino che riposa coccolato dalla natura.”

L’azienda non acquista uve né vino da altri produttori. Oltre ai ventotto ettari di Monfalletto ci sono vigne ad Alba e nella parte alta di La Morra, una cinquantina di ettari in tutto, tutte condotte in biologico certificato da più di tredici anni. “Molte aziende hanno qualche vigneto e poi comprano l’ottanta per cento di quello che producono. Non vuol dire che il vino non sia buono”, precisa Alberto nel nostro giro in cantina. “Ma io vorrei che ogni bottiglia che arriva in tavola, a Milano, a Tokyo, a Berlino o a San Paolo, fosse la stessa bottiglia.”

Tre le etichette di Barolo sul mercato. Il Monfalletto è la più storica e la più conosciuta, assemblaggio di tutte le vigne di Barolo della famiglia. Gattera ed Enrico VI sono i cru, produzioni più piccole da vigna singola. Poi c’è un Barolo Riserva che non si trova in enoteca: nato nel 1998 riprendendo l’idea del Barolo che il nonno regalava agli amici, fa due anni in legno e sei in bottiglia e si vende solo a chi viene in cantina, “come portarsi via una cartolina”. Tutte le annate, dalla prima all’ultima, sono ancora disponibili. E dalla fine degli anni Ottanta, quando le bollicine in Langa non erano ancora di moda, la famiglia produce anche un piccolo Alta Langa, Autessa: in piemontese “altezza”, con un occhio alla quota delle vigne e uno a “Sua Altezza”.

Abbiamo esordito con il progetto de Il Tratto e ci siamo lasciati affascinare giustamente dalla storia della cantina.

Ritorniamo ai nostri fumetti.

Boban Pesov ha 34 anni, fa il fumettista e lo presenta come un mestiere bellissimo, ma anche difficile. È nato in Macedonia ed è cresciuto in Langa. I suoi fumetti giocano con l’ironia e con un sarcasmo nero, a tratti macabro, su quello che succede oggi e su quello che è già successo nei Balcani. Elena e Alberto lo hanno scoperto leggendo un articolo su La Stampa dedicato a lui e al suo libro, e si sono accorti che abitava a pochi chilometri.

Dalla fine degli anni Novanta molte famiglie macedoni sono arrivate in Langa per lavorare nelle vigne; oggi è una comunità integrata, con seconde e terze generazioni. “Io sono una falsa seconda generazione, perché non sono nato qui”, scherza Boban. “Ma se domani mi mandassero via, in Macedonia sarei più straniero che in Italia.” Poi torna serio: “Tantissimi miei connazionali hanno lavorato quest’uva. Da ragazzino questa cantina la guardavo da lontano. Quando mi hanno chiamato ero anche un po’ orgoglioso.”

La famiglia gli ha dato carta bianca. Lui ha fatto quello che dice di amare di più: è andato a vedere. Un’ora in cantina, le foto, i dettagli. “In quegli istanti ho assorbito un pezzo della loro storia. Il creativo deve fare quello: prendere i punti che lo colpiscono e raccontarli.”

All’inizio voleva i dialoghi. Aveva letto dei testi scritti in famiglia e pensava di riprenderne delle frasi. Poi ha cominciato a togliere. “Quando ho fatto la bozza ho visto che le tavole erano già piene. Se aggiungevo anche una voce fuori campo avrei rovinato l’impatto del disegno.” Nel libro a cui sta lavorando adesso, al contrario, i dialoghi sono molti. Ma questa è un’altra storia!

Il racconto è circolare. Nella stanza calda, contro il freddo della Langa, la mano disegna una macchina da corsa: la stessa del progetto di nonno Paolo. Un bicchiere di vino si rovescia sul foglio e la macchina prende vita. “Il vino è un po’ il carburante”, dice Boban. Da bidimensionale diventa tridimensionale, si stacca dalla carta, esce dalla finestra tra i fogli che volano e parte per una strada in salita che attraversa gli anni: la cantina che nasce, la cascina ristrutturata, le architetture che lui, per formazione, non riesce a non notare. In una tavola compaiono anche Elena e Alberto, i due coprotagonisti, quelli che portano avanti un nome. Nell’ultima pagina la macchina torna sul foglio e poi, piano, nel bicchiere.

“È un loop”, spiega. “Come il lavoro di un disegnatore, che parte dalla bozza, arriva al definitivo e poi ricomincia. E come il vino: adesso cadono le foglie, tutti aspettano che cadano per potare, e ogni anno si ripete.” 

La palette è ridotta al minimo. due soli colori, un colore caldo per gli interni, uno freddo per gli esterni, la luna come unica sorgente di luce fuori. Durante la presentazione qualcuno lo fa notare: con così pochi colori le tavole potevano risultare cupe, invece sono materiche. Una sola cosa ha un colore suo: la macchina. “Era blu anche nella realtà. Ho voluto darle un’identità a parte, perché è una visione, è l’elemento surreale.”

Il segno è volutamente imperfetto. Le vignette sbordano, le linee sono grezze. “Voglio che si veda l’errore, quella piccola sbavatura”, dice Boban. “Anche il vino ogni anno ha la sua sbavatura rispetto all’annata precedente.”

“Però sono fissato con i dettagli, mi piace entrare nei minimi particolari.” Le due cose, per lui, non si contraddicono. La precisione sta in quello che decide di mostrare; l’imperfezione nel modo in cui lo mostra.  C’è anche un modo di leggere, dietro questa scelta. “Il fumetto non si legge soltanto, si guarda. Devi stare lì a osservare anche la sbavatura, anche l’errore di stampa, perché fa parte del progetto. Non c’è niente per sbaglio”.  Il senso di tanti dettagli è proprio questo: trattenere il lettore sulla pagina un po’ più a lungo. Lo dice con autoironia, lui che si definisce “il re dei refusi”.

Per Pesov quel segno imperfetto è anche una presa di posizione. “Oggi puoi affidare tutto alle nuove tecnologie e avrai immagini perfette, tra virgolette. Ma saranno tutte fatte con lo stampo. Il tratto invece si riconosce, è la mia firma.”

In cantina si erano preparati a un percorso lungo. “Il mondo del fumetto per noi era sconosciuto”, raccontano i fratelli. “Pensavamo a tanti incontri, confronti, schizzi da rivedere. Ti chiedi: chissà cosa verrà fuori.” È andata diversamente. Pochi incontri, due per l’esattezza, e al terzo incontro la bozza del lavoro.

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Il titolo è arrivato per ultimo. A dargli forma ha contribuito anche Daniele, un volto storico della cantina. Aveva una tipografia ad Alba e stampava le etichette per nonno Paolo; poi, appena laureato, ha cominciato a lavorare con Giovanni, e da oltre trent’anni segue la comunicazione della famiglia. “Il Tratto” ha convinto tutti proprio perché si presta a più letture. C’è un segno che attraversa il tempo, collega memoria e futuro e racconta una storia fatta di territorio, famiglia e creatività. Chi disegna ha un tratto, è il suo marchio di fabbrica, ma c’è anche il tratto distintivo di una persona, di un’azienda, di un percorso. Ognuno può leggerci quello che crede.

La verità che la dichiara Elena, precisa ed efficace: “Nel suo tratto abbiamo ritrovato l’equilibrio tra memoria e futuro che è l’essenza stessa del progetto”.

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L’etichetta, il cofanetto, l’e-shop e le visite

L’etichetta era la parte più delicata. “Doveva restare quella del Monfalletto, il nostro vino classico, ma con la sua firma”, raccontano Elena e Alberto. A prima vista cambia poco ma da vicino si vede che tutte le scritte sono state ridisegnate a mano, e sul fondo compare la collina del cedro con la vecchia cascina di notte. “Sono dettagli quasi impercettibili”, ammette Boban, “ma quando hai in mano la bottiglia fanno la differenza.”

Del resto è quello che succede col vino. Come Boban decide dove mettere un’ombra o un colore per guidare lo sguardo, anche loro dalla vite alla bottiglia lavorano sul dettaglio che dà personalità al vino. Del resto si tratta di artigiani, una rarità orami.

Per la cantina è anche un debutto commerciale. Finora i vini arrivavano solo a ristoranti ed enoteche, in Italia e all’estero; con «Il Tratto» apre il primo negozio online dell’azienda, con l’idea di proporre in futuro qualche altra rarità.

E se il cofanetto si compra online, la collina conviene vederla.

Si arriva dalla strada che sale verso La Morra e la prima cosa che si incontra è lui, il cedro. Sta dentro la vigna e un cancello ne chiude l’accesso, quindi lo si guarda dal bordo della proprietà, con i 28 ettari della conca che gli girano attorno. In autunno, con la vendemmia in corso, i filari cambiano colore di settimana in settimana; nelle mattine di nebbia invece tutto si appiattisce, e il cedro resta l’unica sagoma netta.

Ma come Boban ci ha raccontato: “Fino a ieri, quando sentivo Montezemolo, pensavo al cedro. Oggi penso a Elena e Alberto. Li ho conosciuti, e conoscere le persone diventa parte del vino. Adesso qui mi sento libero“ perchè in fondo sono le persone a fare la differenza.

È quello che succede anche a chi passa qui un paio di giorni. Si arriva per il cedro, per il Barolo, per la vista sugli undici comuni. Si riparte con in testa altre cose: Elena che parla di vigne, di famiglia e di mercati in una accolgienza che più amichevole non si può; Alberto che ci racconta aneddoti sul cedro a nido di cicogna “che se solo potesse parlare…;  il padre che ci sferccia davanti sul suo ferrarino celeste;  la madre che dirige l’orchestra dell’accoglienza in modo unico e delizioson;  il progetto a matita di un nonno che negli anni Cinquanta si costruiva le auto da corsa. Il paesaggio resta bellissimo, ma a restare dentro sono le persone.

Ripartiamo in una giornata di sole pieno, con la conca di Monfalletto accesa di luce: l’opposto della notte nebbiosa della prima tavola. Di giorno la finestra della vecchia cascina dei mezzadri è solo una finestra tra le altre. Ma adesso sappiamo cosa c’è dietro.

Nel fumetto, dietro quella luce, c’era un uomo senza volto chino su un tecnigrafo. Per noi, ora, quella finestra un volto ce l’ha. Anzi, anche più di uno!

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