La grande cucina tricolore al festival gastronomico più importante dell’Oceano Indiano.
Simone Cantafio e Cesare Murzilli portano al Constance Festival Culinaire 2026 due anime diverse di una stessa eccellenza.
Ogni anno, nella seconda settimana di marzo, Mauritius accoglie qualcosa che va oltre il turismo di lusso e la cucina d’autore. Il Constance Festival Culinaire — giunto nel 2026 alla sua diciannovesima edizione — trasforma l’isola in un laboratorio gastronomico a cielo aperto, dove chef stellati da tutto il mondo si misurano su ingredienti sconosciuti, culture diverse e ricette che non esistevano il giorno prima. Quest’anno l’Italia è presente con due voci distinte e complementari: Simone Cantafio, executive chef del ristorante stellato La Stüa de Michil a Corvara in Alta Badia, e Cesare Murzilli, pastry chef e competitore internazionale di rango. Una cucina di montagna e una di zucchero e cioccolato, entrambe pronte a dialogare con il sale dell’Oceano Indiano.
Mauritius per noi è diventata da destinazione a condizione climatica dello spirito. Un’isola che il vulcano ha costruito dal basso, che l’Oceano Indiano tiene stretta da ogni lato, che la storia ha attraversato lasciando tracce di spezie, di lingue mischiate, di cucine che si sono incontrate senza mai cancellarsi del tutto. Non è un caso che qui, dove il cibo ha sempre raccontato incontri tra mondi lontani, sia nato uno dei festival gastronomici più rispettati del pianeta, il Constance Festival Culinaire.

Dal 2006 il gruppo Constance Hotels & Resorts ha capito che questi stessi ingredienti — la mescolanza, la curiosità, il rispetto per la materia prima — potevano diventare il codice di un evento internazionale capace di portare sull’isola i migliori chef del mondo. Non come ospiti illustri da applaudire, ma come cuochi veri, ai fornelli, con le mani nella farina e il cronometro che scorre.
Dal 13 al 21 marzo 2026 il Constance Belle Mare Plage e il Constance Prince Maurice — cinque stelle e cinque stelle lusso affacciati sulla costa est di Mauritius — apriranno le porte alla diciannovesima edizione di questa manifestazione che, fin dalla sua prima apparizione nel 2006, ha saputo coniugare due anime apparentemente distanti: la competizione sportiva, con il suo carico di tensione e adrenalina, e la condivisione generosa del sapere culinario. Non è un festival dove si sfila per essere ammirati. È un posto dove ci si misura davvero, dove si lavora fianco a fianco con sconosciuti diventati colleghi in poche ore, dove il territorio dell’isola ospitante entra prepotentemente nel piatto attraverso ingredienti che molti degli chef partecipanti vedranno per la prima volta.
Un palcoscenico, quattro trofei, infinite storie
Il cuore del Constance Festival Culinaire batte intorno a quattro grandi competizioni, ciascuna con la sua identità precisa.
Il Trofeo Régis Marcon è la gara principale del salato: sei chef stellati da altrettante nazioni del mondo vengono abbinati per sorteggio a sei chef delle proprietà Constance in Mauritius, Maldive e Seychelles, e insieme devono costruire piatti che parlino il linguaggio dell’isola, usando ingredienti locali — gamberi selvatici del Madagascar, foglie di taro, tamarindo, cernia, spezie macinate sulla tradizionale roche cari — come se li conoscessero da sempre. La tensione è reale. Il confronto tra culture culinarie diverse, quello ancora di più.
Il Trofeo Deutz sposta il campo verso il dialogo tra cucina e champagne: ogni piatto deve trovare il suo interlocutore nella bollicina, in un equilibrio fatto di contrasto e armonia che richiede un’intelligenza diversa rispetto alla semplice abilità tecnica.
Il Trofeo Pierre Hermé è invece il regno della pasticceria d’autore, dove la precisione diventa poesia e la dolcezza si fa linguaggio.
Chiude la rassegna il Trofeo Jars Arts of the Table, che ricorda a tutti — chef e ospiti — che la grande ristorazione non vive solo nel piatto, ma nella ritualità del servizio, nella grazia del gesto, nell’eleganza di una tavola apparecchiata come si deve.
A presiedere l’intera settimana ci sono due leggende viventi della cucina mondiale. Régis Marcon, tre stelle Michelin, guida la giuria delle competizioni salate con l’autorità e la generosità di chi ha dedicato una vita intera a costruire una cucina del territorio in Alvernia che è diventata punto di riferimento per chef di tutto il mondo. Pierre Hermé, il “Picasso della pasticceria” secondo la stampa internazionale, presiede la competizione dolce con quella precisione visionaria che lo ha reso inimitabile. Averli entrambi a Mauritius nello stesso momento vale già da solo il viaggio.
Ma il festival non è solo gara.
È masterclass aperte al pubblico, è cene esclusive a più mani dove gli chef perdono i confini dell’ego e cucinano insieme per raccontare qualcosa di più grande di loro stessi, è scambio di ricette e di storie nei corridoi degli alberghi, è il momento in cui un sous-chef di Mauritius che non ha mai messo piede fuori dall’isola si trova a lavorare spalla a spalla con qualcuno che ha cucinato a Tokyo, Parigi, Londra. Quella settimana, per molti di loro, cambia le traiettorie professionali. Non è retorica: è quello che succede quando il sapere circola liberamente.
L’Italia presente al Constance Festival Culinaire
Quest’anno l’Italia porta a Mauritius due voci molto diverse tra loro, entrambe capaci di raccontare una cucina che non si ferma alla superficie. Nella competizione del salato — il Trofeo Régis Marcon e il Trofeo Deutz — ci sarà Simone Cantafio, executive chef e direttore del ristorante stellato La Stüa de Michil dell’Hotel La Perla di Corvara in Alta Badia. Nella competizione della pasticceria, a misurarsi con il Trofeo Pierre Hermé, sarà invece Cesare Murzilli, pastry chef e giurato internazionale di gara, un professionista del cioccolato e della pasticceria fine che ha costruito una carriera solida sulle competizioni internazionali di alto livello.
Due italiani, due strade diverse, un unico desiderio di rappresentare degnamente una cucina che nel mondo viene ancora guardata con rispetto e curiosità.
Simone Cantafio: quando la terra diventa un piatto
Per capire cosa porta Cantafio a Mauritius e cosa porta noi a Cantafio bisogna tornare indietro, alle origini di una storia che Storiedicibo segue da lontano — per la precisione dall’inizio, da quando nel 2015, all’epoca all’inizio della sua carriera tra il maetrso Marchesi e altre grandi esperienze, lo chef milanese di origini calabresi fu scelto per entrare nel libro Storiedicibo nelle Terre di Expo, proprio perchè di queste terre era (ed è) degno rappresentate.
Allora Cantafio era già un personaggio di rilievo nel panorama gastronomico italiano, ma la parabola che avrebbe percorso negli anni successivi era ancora tutta da scrivere. E che parabola!
—- Le nostre interviste …nel 2016! Prima e seconda puntata su simone Cantafio.

La sua formazione è quella di chi non si è accontentato di imparare da uno solo. Carlo Cracco prima, poi Gualtiero Marchesi, poi il salto in Francia nelle cucine di Georges Blanc e Michel Bras — due nomi che significano profondità di pensiero culinario, rispetto ossessivo per l’ingrediente, rifiuto di ogni scorciatoia. Poi il Giappone, che per molti chef europei rappresenta una frattura, un prima e un dopo: Cantafio ha guidato il ristorante bistellato Michelin Michel Bras Toya sull’isola di Hokkaido, e da quel territorio nordico, severo, stagionale, ha portato via una lezione che non si dimentica: la natura non è uno scenario da attraversare ma un interlocutore da ascoltare.
Da ottobre 2021 è executive chef di La Stüa de Michil, e da aprile 2025 ne è anche direttore. Un ristorante stellato incassato nel cuore delle Dolomiti, a Corvara in Alta Badia, dove il confine tra cucina e paesaggio non esiste più.
Cantafio ha trasformato La Stüa in qualcosa che assomiglia a un manifesto vivente: ogni piatto parte dal dialogo con i produttori locali, da quelle passeggiate tra le stalle e gli orti che precedono di settimane la comparsa di un ingrediente nel menù. Il suo impegno sulla cucina vegetale non è una moda stagionale ma una scelta strutturale, un tentativo di raccontare la montagna senza intermediari, direttamente dalla terra al tavolo.
“Oggi, ogni mio piatto nasce dall’ascolto profondo della natura e dal rispetto per le mani che la coltivano”, dice lo chef “Il mio compito è custodire questa energia e trasformarla in emozione.”
Sono le parole di chi ha deciso che cucinare è prima di tutto un atto di responsabilità nei confronti di un luogo.
Ed è esattamente questa filosofia che porterà nelle acque dell’Oceano Indiano. Perché ciò che Constance Hotels & Resorts chiede ai propri ospiti stellati non è di arrivare con i piatti già pronti, ma di essere capaci di aprirsi a un nuovo territorio, di ascoltare ingredienti sconosciuti, di trasformare la lontananza geografica in prossimità culturale. Per uno chef che ha fatto dell’ascolto della terra il suo metodo di lavoro, è la competizione più naturale che esista.
Dalle rocce calcaree delle Dolomiti alle scogliere di corallo di Mauritius, la distanza è di migliaia di chilometri. Immaginiamo che Simone faccia questo vaiggio con una domanda che si pone davanti a ogni prodotto — cosa mi stai cercando di dire?.
E quella domanda, in una settimana di marzo sull’Oceano Indiano, potrebbe valere un trofeo.
Così come è stato nelle altre tappe della sua vita!

Il gruppo Casa Costa 1956 nasce dall’Hotel La Perla di Corvara, costruito da Ernesto Costa nel 1956 come semplice pensione, oggi tra le case più pregiate dell’hotellerie alpina e primo Leading Hotel of the World dell’Alto Adige. Oggi il gruppo vanta quattro case: insieme all’hotel La Perla ci sono il Berghotel Ladinia, storica locanda a Corvara con sole 13 camere, l’hotel La Posta a Bagno Vignoni in Toscana con le sue vasche di acqua termale, e l’Apine Hotel Gran Fodá a San Vigilio di Marebbe. A fare da fil-rouge è un’ospitalità dimensionata e a misura di persona e di ambiente, tanto rara quanto preziosa, portata avanti con maestria e spirito pionieristico dalla famiglia Costa.









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