il tratto cordero di montezemolo eLENA E aLBERTO STORIEDICIBO

Cordero di Montezemolo, 15 lezioni dal Barolo di La Morra

15 cose da imparare dalla cantina sulla collina del Barolo Monfalletto.

Due giorni a La Morra da Cordero di Montezemolo: un cedro regalo di nozze, barrique in pensione, un nonno che si costruiva le auto da corsa e un fumettista che difende la sbavatura.

L’occasione è la presentazione di “Il Tratto”, l’edizione limitata di Barolo Monfalletto 2022 illustrata dal fumettista Boban Pesov. Ma due giorni sulla collina di Monfalletto, a La Morra, lasciano molto più di una storia, di un libro di fumetti o di comunicato stampa. Lasciano racconti di famiglia, piccole lezioni di vita, scelte di cantina che dicono molto di chi le prende.

Ne abbiamo scelte quindici, per la precisione. Qualcuna riguarda il vigneto e la cantina, e chi frequenta le Langhe la riconoscerà; qui conta come viene declinata in questa casa. Altre sono storie che si ascoltano solo a tavola o davanti a una vecchia foto: un cedro piantato per un matrimonio, un nonno che si costruiva le auto da corsa, un Barolo che non si trova in nessuna enoteca. A raccontarle sono Alberto ed Elena Cordero di Montezemolo, diciannovesima generazione di una famiglia che custodisce questa collina dal 1340, insieme ai loro genitori e ad un artista cresciuto tra i filari.

1. Monfalletto è un indirizzo, non un nome di fantasia

Prima lezione, e forse la più semplice: il nome del vino più famoso della casa è anche il nome della collina. Secoli fa questo pendio di La Morra si chiamava Montfallettum, il monte dei Falletti, la famiglia che possedeva queste terre dal Quattrocento e che ha lasciato il cognome anche al paese qui davanti, Castiglione Falletto.

cordero di montezemolo VIGNE STORIEDICIBO

I Cordero di Montezemolo arrivano per linea femminile. Un Cordero di Montezemolo sposò la marchesa Luigia Falletti, ultima di una casata che si è estinta nel 1941. Nonno Paolo, rimasto orfano da piccolo, fu cresciuto proprio da una Falletti, e alla sua morte ereditò tutto. Quando si stappa un Monfalletto, insomma, si sta leggendo una mappa catastale di sei secoli fa.

2. Diciannove generazioni stanno in un corpo solo

La cronologia di famiglia comincia con una data precisa: 3 aprile 1340. Da allora, racconta Alberto, “sostanzialmente siamo sempre rimasti noi”. Oggi tocca a lui e alla sorella Elena, diciannovesima generazione. In mezzo sono successe parecchie cose, le proprietà si sono ristrette, ma l’obiettivo è sempre stato uno: tenerle integre.

cordero di montezemolo CEDRO FAMILGLIA STORIEDICIBO

Chi conosce il Barolo sa quanto sia raro. È una zona frammentatissima, dove quasi tutti lavorano piccole particelle sparse tra comuni diversi, magari un filare qui e mezzo ettaro là. Qui invece la conca che scende attorno al cedro è un unico blocco di 28 ettari. “Siamo una di quelle quattro o cinque famiglie che hanno questa fortuna”, dice Alberto. Tradotto nella pratica: niente trasferimenti di trattori e squadre da un paese all’altro, un solo sguardo per controllare tutto. “È un vantaggio enorme nella gestione, ed è il nostro patrimonio.”

3. Un albero può essere un regalo di nozze

Il cedro del Libano in cima alla collina fu piantato nel 1856 dagli antenati della famiglia, in occasione di un matrimonio. Il senso del regalo lo spiegano così: “Per consolidare l’amore tra i due e radicarlo sul territorio”. Quest’anno compie 170 anni e, a giudicare da come sta, il matrimonio è andato bene.

Oggi è uno dei simboli del Barolo, al pari della cappella colorata, del castello di Serralunga e di quello di Grinzane Cavour. Ci sono cinque o sei cose che quando parli del Barolo dici: questi sono dei must, e il cedro è una di queste. Ha contribuito anche a quel paesaggio che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità. Consiglio pratico: sta dentro la vigna e un cancello ne chiude l’accesso, quindi si ammira dal bordo, si possono fare richieste di matrimonio, fotografie e altro, ma si tratta pur sempre di una proprietà privata quindi l’educazione dovrebbe essere la regola, e i pic nic organizzati no!

4. Esistono i cedri “a nido di cicogna”

Un dettaglio botanico che sfugge alla maggior parte dei visitatori. Quasi tutti i cedri del Libano che si vedono in Italia hanno la forma conica, a pino. Quello di Monfalletto appartiene a una varietà più rara: la punta non sale, ricade, e la chioma si allarga in orizzontale. “Si dice a nido di cicogna”, spiega Alberto, “perché ricorda quei nidi enormi e piatti che si vedono in Alsazia. Sembra che ci sia la cicogna lì sopra che aspetta di portare i bimbi alle Langhe.”

cordero di montezemolo CEDRO CICOGNA STORIEDICIBO

E i 170 anni? Per un cedro sono pochi. Se sta bene, una pianta così arriva tranquillamente a trecento o quattrocento anni. “Questo è un bimbo”, ci dicono in coro Alberto ed Elena, che soo cresciuti praticamente da questa cicogna!

5. Una volta il vino si faceva in paese

La cascina che si vede nel fumetto, e che oggi è la casa di famiglia, ha più di quattrocento anni. Ma non ci abitavano i nobili. Ci vivevano due famiglie di mezzadri, con la stalla e il fienile: fino agli anni Trenta del Novecento l’allevamento bovino qui contava parecchio. La famiglia stava nel palazzo in centro a La Morra, e in paese c’era anche la cantina. Si vendemmiava sulla collina e l’uva scendeva in paese, come facevano tutti.

Di quella cascina esiste una foto di fine Ottocento, conservata ancora sulla lastra di vetro originale, quella che si infilava nella macchina fotografica prima del lampo. È da lì che Boban Pesov ha preso l’arco d’ingresso che compare nelle sue tavole. Il cambio di passo arriva a fine anni Settanta, ed è la lezione successiva.

6. Una cantina può essere una chiesa

A fine anni Settanta Giovanni Cordero di Montezemolo, il padre di Alberto ed Elena, decide con la moglie di portare il vino fuori dal paese. “Facciamo questo lavoro, ma facciamolo in una maniera più moderna e seria”. Geometra di formazione, qualche esame di agraria prima di capire che voleva lavorare la terra, disegna la cantina da solo. Dal 1979-80 si vinifica qui, sulla collina.

cordero di montezemolo CANTINA STORIEDICIBO

L’idea era un tempio del vino: una navata centrale e due laterali, come in una chiesa. Il tetto regge su capriate piemontesi, la struttura tipica delle cascine di Langa, rifatta con travi di ferro saldate una sull’altra e lasciate grezze. “Oggi quasi nessuno la usa più”, nota Alberto, con un filo di dispiacere. Di recente la cantina è stata raddoppiata sui due lati, ma l’impianto è rimasto quello disegnato da Giovanni. Il gusto per il progetto, in questa famiglia, sembra passare di padre in figlio: lo vedremo con il nonno.

7. Le barrique vanno in pensione dopo cinque anni

Lezione di economia di cantina. Le botti grandi, se lavate e tenute bene, durano anche quarant’anni. Le barrique di rovere francese no: il legno si “consuma” molto più in fretta e dopo circa cinque anni non cede più nulla al vino. Così ogni anno una parte viene sostituita. Durante la visita quelle nuove erano appena arrivate, già sciacquate e allineate su un lato, pronte per il vino che sarebbe arrivato qualche settimana dopo.

cordero di montezemolo botti STORIEDICIBO

E le vecchie? Non si buttano. Finiscono ad altre aziende che cercano proprio legno esausto, ad acetifici, a chi fa gin o brandy. Qualcuna finisce semplicemente nel giardino come arredamento. Una seconda vita meno nobile, ma dignitosa.

8. La malolattica ha bisogno del riscaldamento

Per chi ha meno dimestichezza con la tecnica, un breve ripasso. Dopo la fermentazione alcolica, quella che trasforma lo zucchero in alcol, nel vino ne parte un’altra, naturale: la fermentazione malolattica. La fanno i batteri che si trovano nel vino, sull’uva e perfino nell’aria della cantina. Trasformano l’acido malico, più aspro, in acido lattico, più morbido. In pratica cambiano l’acidità del vino e lo rendono più rotondo.

Questi batteri lavorano meglio al caldo, e qui la gestione è molto concreta: a ottobre e novembre una sala della cantina viene chiusa e portata a 21 gradi, così la malolattica parte e si svolge in fretta, senza sorprese. Finita quella, la temperatura torna a quella del resto della cantina, 16 gradi costanti, dove tutto procede più lento.

Il dettaglio meno tecnico, e più curioso, sta altrove. In una delle sale dove il vino affina c’è un sottofondo di canti d’uccelli. Nessun trucco enologico, lo ammettono: “Ci piaceva quest’aura di relax, il vino che riposa coccolato dalla natura”!

9. Comprare uve è una scorciatoia (che qui non si prende)

Oltre ai 28 ettari di Monfalletto, la famiglia ha vigne ad Alba e nella parte alta di La Morra: una cinquantina di ettari in tutto. E non compra nulla da fuori. Sembra una precisazione da brochure, invece è un punto serio. Molte aziende hanno qualche vigneto e poi l’ottanta per cento di quello che producono lo comprano da altri. Non vuol dire che non sia buono, ma il controllo della qualità è un’altra cosa.

E qui è quasi un’ossessione: “Vorrei che ogni bottiglia che arriva in tavola, che sia a Milano, a Tokyo, a Berlino o a San Paolo, fosse la stessa bottiglia”. Tutta la gestione è biologica, certificata da più di tredici anni: niente pesticidi, niente erbicidi, niente chimica di sintesi. Significa molto lavoro manuale e molta prevenzione, perché senza chimica i problemi vanno anticipati prima che si presentino.

10. Il Barolo è come il nero: sta bene su tutto

La lezione arriva a cena, tra un fritto misto piemontese dolce e salato e un polpo scottato al porto. Qualcuno si preoccupava degli abbinamenti e la risposta è arrivata secca: “Guarda, questo è un Barolo che va sempre bene su tutto. È come il nero!”. Una definizione difficile da dimenticare.

il tratto cordero di montezemolo STORIEDICIBO

Ma di quale Barolo parliamo? Le etichette sul mercato sono tre. Il Monfalletto è la più storica e la più prodotta, perché è l’assemblaggio di tutte le vigne di Barolo della famiglia. Gattera ed Enrico VI sono i cru, produzioni più piccole da vigne singole. Il Barolo passa circa venti mesi in legno e altrettanti in bottiglia prima di uscire; accanto ci sono i vini di tutti i giorni, Barbera d’Alba, Langhe Nebbiolo, Dolcetto d’Alba, con affinamenti più brevi. A cena il Gattera è arrivato in magnum, il formato che in cantina considerano ideale per i lunghi affinamenti. E che noi consideriamo ideale per  le degustazioni tra amici!

11. Certi Barolo si comprano solo andandoci

In una sala a parte riposa il Barolo Riserva, ed è una delle idee più riuscite della casa. Nasce nel 1998 per fare da ponte tra il produttore e l’appassionato che sale fin qui, conosce la famiglia, visita la cantina. Fa due anni in legno, poi si imbottiglia e riposa altri sei anni prima di essere venduto. E non si trova in enoteca né al ristorante: si compra solo sul posto. “Quasi come portarsi via una cartolina”, dice Alberto.

cordero di montezemolo LIBRERIA VINI STORIEDICIBO

L’ispirazione, manco a dirlo, viene dal nonno. Negli anni Cinquanta Paolo faceva un piccolo Barolo che non vendeva: lo regalava agli amici, quelli con cui andava a caccia e passava giornate intere tra bosco e cucina. La Riserva riprende quel gesto, con una differenza: chi viene oggi può comprare qualsiasi annata, dalla prima del 1998 all’ultima uscita. Una piccola biblioteca di Barolo aperta al pubblico.

12. In piemontese «altezza» si dice Autessa

Non di solo rosso (o nero!)  vive la famiglia. Già a fine anni Ottanta Giovanni aveva cominciato a fare bollicine, quando in Langa non erano ancora di moda. Oggi è una produzione piccolissima di Alta Langa, la denominazione del metodo classico piemontese, e si chiama Autessa.

In dialetto vuol dire altezza, come la quota delle vigne. Ma è anche l’altezza in senso reverenziale, quella di «Sua Altezza». Con una famiglia che ha lo stemma sull’etichetta, il gioco di parole è voluto!

13. Un nonno può costruirsi da solo le auto da corsa

Nell’archivio di famiglia, appeso alle pareti della cantina, c’è il disegno tecnico di un’automobile. È di nonno Paolo, che all’inizio degli anni Cinquanta progettò e costruì tre macchine da corsa. Una partiva da una OSCA, la piccola casa fondata dai fratelli Maserati dopo aver lasciato il marchio che portava il loro nome: Paolo la comprò e la rifece da cima a fondo. Oggi è in un museo a Lione. La seconda è nelle mani di un collezionista giapponese; della terza si sono perse le tracce.

cordero di montezemolo PROGETTI STORIEDICIBO

Ma Paolo disegnava tutto. Ridisegnò lo stemma di famiglia per renderlo più simmetrico e studiò il significato di colori e stendardi. Progettò l’etichetta facendo un collage di proporzioni, per capire a che altezza mettere lo stemma perché sulla bottiglia risultasse bello. Scriveva a mano i numeri delle annate. C’è perfino un suo schema per tracciare i filari: distanze, numero dei pali, tutto.

E c’è una lettera del Papa. Un cugino cardinale faceva arrivare in Vaticano le bottiglie di famiglia, con una complicazione che nessuno immagina: il Vaticano è un altro Stato. Quindi dogana, bolle, approvazioni, controlli. Anche tre bottiglie di Barolo destinate al Pontefice dovevano passare la frontiera come qualunque altra merce.

14. Un fumetto non si legge soltanto, si guarda

Per il progetto “Il Tratto” la famiglia ha scelto Boban Pesov, fumettista di 34 anni, nato in Macedonia e cresciuto in Langa. Lo hanno scoperto leggendo un articolo su La Stampa e si sono accorti che abitava a pochi chilometri. La sua comunità è arrivata qui dalla fine degli anni Novanta per lavorare nelle vigne. La famiglia gli ha dato carta bianca. Lui ha passato un’ora in cantina, ha guardato foto e dettagli, e ha tirato fuori dodici tavole senza una sola parola. All’inizio i dialoghi li voleva, poi li ha tolti uno per uno, perchè ci spiega: “Le tavole erano già piene. Una voce fuori campo avrebbe rovinato l’impatto del disegno”.

cordero di montezemolo IL TRATTO STORIEDICIBO

La storia è un anello. Un uomo senza volto disegna una macchina da corsa, un bicchiere di vino si rovescia sul foglio, la macchina prende vita, esce dalla finestra e attraversa gli anni della cantina, per poi tornare sul foglio e infine nel bicchiere. “È un loop”, racconta Boban, “come il vino: adesso cadono le foglie, poi si pota, e ogni anno si ripete”. Due colori soltanto, uno caldo per gli interni e uno freddo per gli esterni. L’unica cosa colorata è la macchina, blu come nella realtà.

15. La sbavatura è una firma

L’ultima lezione parla di disegno, ma vale anche per il vino. Le vignette di Boban sbordano, le linee sono grezze, e non per distrazione. “Voglio che si veda l’errore, quella piccola sbavatura. È la nostra realtà”.  Poi il paragone con il vino: “Anche il vino ogni anno viene con la sua sbavatura rispetto all’annata precedente”. Da appassionato di cinema aggiunge che i film più belli sono quelli con qualche difetto, e che vale anche per le persone di cui ci si innamora.

In tempi di immagini generate in un secondo con intelligenze artificiali, la sua è una presa di posizione.  Per questo, dice, una cantina che affida il suo vino storico alla mano di un disegnatore è coraggiosa.

Il titolo del progetto, arrivato per ultimo, gioca proprio su questo. “Chi disegna ha un tratto, è il suo marchio di fabbrica”, spiegano in famiglia. “Ma c’è anche il tratto distintivo di una persona, di un’azienda, di un percorso”. Il cofanetto, tre bottiglie di Barolo Monfalletto 2022 con il booklet a fumetti e l’etichetta ridisegnata a mano, esce in qualche centinaio di pezzi. Si compra solo online, sul sito della cantina, che per l’occasione apre il suo primo e-shop.

E una sedicesima lezione, fuori elenco

A fine visita qualcuno chiede ad Alberto dei giovani che bevono meno e delle campagne sui danni dell’alcol. Lui risponde con i numeri. Il consumo pro capite di vino in Italia cala dagli anni Cinquanta, ogni anno un po’ di più, e continuerà così. Poi aggiunge che a vent’anni quasi nessuno spende cinquanta euro per una bottiglia, oggi come allora. “La differenza è che oggi si beve con una consapevolezza molto diversa”.

È una considerazione che tiene insieme tutte le altre. Si beve meno, e chi beve vuole sapere cosa c’è dentro la bottiglia: una collina, un cedro, una cantina a navate, un nonno al tecnigrafo. E qualche persona. Come il padre di Alberto ed Elena, che ormai ha passato l’azienda ai figli e, raccontano, non vede l’ora che un ristorante vicino faccia un ordine per caricare le casse sulla sua macchinina, la Fiat 500 Giardiniera azzurra,  e va a consegnarle di persona. Felice come un ragazzino!

E forse di lezioni imparate ce ne sono molte di più, tra ricette della Signora Chiara e suggerimenti artistici di Boban, tra segreti svelati da quel Cedro che “se solo potesse parlare” a consigli su come “stimolare” una richiesta di matrimonio!

cordero di montezemolo CEDRO NADIA STORIEDICIBO

Ma è anche corretto che ognuno vada in cantina, degusti, assorba la storia e impari le proprie personali lezioni di vita!