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Fiores Val di Fassa: 20 cose imparate tra erbe e fiori

Eco Green Agritur Fiores: 20 curiosità sulle erbe di montagna.

Tra i campi di Fiores, a Vigo di Fassa, alla scoperta di erbe officinali, fiori e sapori di montagna, guidati da Nadia Pitto.

A oltre 1.300 metri, nei campi di Fiores in Val di Fassa, esattamente a Vigo, crescono piante officinali, aromatiche, fiori e piccoli quantitativi di cereali. Nadia Pitto li coltiva con metodo biologico, li raccoglie in gran parte a mano e li trasforma in tisane, sciroppi, prodotti alimentari e cosmetici. Ha trasformato la passione per le piante officinali in un’azienda agricola biologica e in un Eco-Green Agritur. L’abbiamo seguita nei suoi campi, raccogliendo, annusando e assaggiando erbe e fiori destinati poi a incontrare la cucina. Tra calendula, malva, enotera, mente, stelle alpine e qualche sorpresa, ecco cosa ci siamo portati a casa dalla sua lezione di botanica a cielo aperto. Durante una passeggiata nei suoi campi abbiamo raccolto anche ciò che sarebbe servito allo chef per la merenda finale. Una visita che ci ha fatto scoprire soprattutto quanto lavoro e quanta conoscenza si nascondano dietro ingredienti ai quali, a tavola, dedichiamo spesso pochissima attenzione.

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A Vigo di Fassa, a oltre 1.300 metri, Nadia Pitto coltiva calendula, malva, fiordaliso, melissa, menta, achillea, enotera, stelle alpine, salvia melone e molte altre specie officinali e aromatiche. Per conoscerle non ci ha fatto sedere davanti a una presentazione: ci ha portati direttamente nei campi.

Abbiamo camminato tra i filari, strofinato foglie fra le dita per riconoscerne il profumo, assaggiato fiori, raccolto erbe e fatto domande. Molte.

Nel frattempo abbiamo scoperto che la calendula conviene raccoglierla per ultima, che esiste una salvia che profuma di melone, che l’enotera apre i fiori verso sera e che un piccolo baccello di ceci può contenere appena uno o due legumi.

A raccontarci tutto questo è stata Nadia Pitto, genovese di nascita ma legata alla Val di Fassa fin dall’infanzia. Qui arrivava in vacanza con i genitori quando aveva cinque anni; qui ha poi conosciuto Enrico, originario di Vigo, si è trasferita e ha lavorato per dodici anni in Comune. La passione per le piante, invece, era iniziata molto prima, nella casa sulle colline genovesi e attraverso la nonna, che conosceva e utilizzava salvia ed erbe spontanee.

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Nell’autunno del 2012 Nadia ha iniziato a coltivare i primi appezzamenti di aromatiche e officinali. Dal 2013 le coltivazioni sono certificate biologiche e dal 2016 segue l’azienda a tempo pieno. Nel frattempo Fiores è cresciuta: ai campi si sono aggiunti il laboratorio di trasformazione, il bioshop, sette camere e una casa sull’albero.

La produzione è rimasta volutamente legata a quantitativi contenuti. Le piante vengono coltivate senza prodotti chimici, raccolte quasi esclusivamente a mano e lavorate per ottenere tisane e infusi, sciroppi, preparazioni alimentari e cosmetici. L’azienda sintetizza questa filosofia con un’espressione molto semplice: “poco ma buono”.

Il nostro giro, invece, comincia da un campo e da un cestino da riempire. Alla fine della passeggiata parte di ciò che raccoglieremo servirà anche in cucina.

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Queste sono le venti cose che mi sono appuntata. Che mi sono portata a casa insieme ad un bagaglio di profumi, colori, sensazioni di buono e naturale.

1. Fiores è iniziata con una prova: capire se quelle piante potessero crescere qui

Prima dell’azienda agricola, delle camere, dell’essiccatoio e del negozio c’è stato un piccolo orto.

Nadia aveva già una forte passione per le piante, ma coltivarle in Val di Fassa significava confrontarsi con condizioni molto diverse da quelle della Liguria dove era cresciuta. Il primo passo, quindi, è stato estremamente pratico: provare.

Calendula e fiordaliso sono state tra le prime coltivazioni. Le piante crescevano bene e quel risultato ha dato concretezza a un’idea che fino a quel momento apparteneva soprattutto alla sfera personale.  Nel frattempo Nadia era arrivata a un passaggio importante anche nella sua vita professionale. Dopo dodici anni di lavoro in Comune e la nascita del terzo figlio, chiede di poter lavorare part-time. Inizialmente non è possibile e decide di prendere un anno di aspettativa.  Quell’anno diventa la prova generale della nuova vita.

Nadia ricorda di aver detto al marito: “Non torno più”. Enrico, all’epoca in polizia, accetta di provare a vivere per un periodo con un solo stipendio mentre lei si dedica all’azienda. Nadia lo racconta senza trasformare la scelta in una leggenda imprenditoriale: “Un po’ inconsciamente, un po’ senza pensarci troppo mi sono licenziata”.

Poi sono arrivati mercatini, mercati di Natale, eventi e una produzione sempre più strutturata.

2. La passione per le officinali arrivava da molto più lontano dell’azienda

La storia di Fiores non nasce dall’individuazione di una nicchia di mercato.

Nadia racconta di essere cresciuta sulle colline genovesi, circondata dal verde, con una nonna che utilizzava piante, salvia ed erbe spontanee. Quel rapporto quotidiano con il mondo vegetale è rimasto anche quando la sua vita professionale ha imboccato una strada completamente diversa.

Dopo la laurea in Architettura e il trasferimento in Trentino, infatti, Nadia lavora in Comune. Solo anni dopo la conoscenza delle piante passa dal tempo libero ai campi veri e propri.

Sul sito di Fiores racconta che proprio nell’autunno 2012 ha cominciato con i primi appezzamenti e che, con il tempo, il desiderio di seguire tutta la filiera — dalla piantina al prodotto finito — ha determinato anche le scelte successive dell’azienda.

Oggi quel percorso si vede bene osservando ciò che accade a pochi metri di distanza: alcune piante sono ancora nel terreno, altre stanno essiccando, altre ancora sono già diventate miscele o prodotti finiti.

3. All’inizio l’intera attività doveva stare in sei metri quadrati

Il Fiores di oggi può far dimenticare facilmente come fosse organizzato il lavoro all’inizio.

Nadia ce lo ricorda raccontandoci della vecchia baita della legna: sei metri quadrati in tutto. Una metà era utilizzata come essiccatoio, l’altra doveva contenere magazzino e piccolo punto vendita. Non c’era ancora un laboratorio interno. Le piante venivano raccolte e successivamente portate in un altro laboratorio per essere miscelate e confezionate.

Con l’aumento della produzione quel sistema è diventato poco pratico. Servivano essiccatoi più grandi, depositi, un laboratorio e uno spazio adeguato per vendere i prodotti.

Da quella necessità è nato il progetto della nuova sede.

Il concetto di filiera corta, qui, assume quindi una dimensione molto concreta: significa poter raccogliere una pianta nei campi e accompagnarla attraverso essiccazione, lavorazione e confezionamento senza dover spostare continuamente materia prima e produzione.

4. Nadia è architetta e la filosofia agricola è entrata direttamente nel progetto dell’agriturismo

Nel 2018 Fiores comincia a prendere anche la forma architettonica che ha oggi.

Nadia ed Enrico decidono che il nuovo edificio dovrà essere coerente con il tipo di agricoltura che praticano. Scelgono il legno non soltanto per ciò che rimane visibile agli ospiti, ma per la struttura stessa dell’edificio; utilizzano sughero per l’isolamento e adottano un sistema di ventilazione meccanica controllata.

Nadia ricorda così il ragionamento fatto allora: “È l’unica casa che ci costruiremo nella vita, vogliamo che sia naturale”.

Il progetto non è stato semplice da far approvare. Nella trascrizione della nostra visita Nadia racconta, con molta ironia, nove mesi di confronti con la tutela del paesaggio e continue modifiche richieste per gli esterni. A un certo punto, davanti alle perplessità sull’utilizzo del legno, racconta di aver chiesto: “Ma se non usiamo il legno qua, dove lo uso, a Genova o in città!?”.

Oggi l’Eco-Green Agritur è descritto sia da Fiores sia dall’APT Val di Fassa come una struttura costruita in legno e materiali naturali, circondata dai prati e direttamente collegata all’attività agricola.

5. A questa altitudine bisogna soprattutto capire quali piante si trovano bene

I campi di Fiores si trovano a oltre 1.300 metri di quota e sono distribuiti tra Vigo, Soraga e Pozza di Fassa.

Durante la passeggiata guardiamo i filari e qualcuno domanda a Nadia quanto sia difficile coltivare officinali a questa altitudine.

La risposta è meno drammatica di quanto ci aspettassimo.  Molte sono piante rustiche e si adattano bene. Nadia ci fa persino notare che nel campo in cui ci troviamo non esiste un impianto fisso di irrigazione. Al momento del trapianto viene bagnata bene la buca e le piantine vengono seguite nei primi due o tre giorni; successivamente intervengono le piogge della montagna.

Questo non significa naturalmente che il clima non abbia un peso. Significa piuttosto che la scelta delle varietà, l’esposizione dei terreni e la conoscenza delle singole specie diventano fondamentali.

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Fiores coltiva tra l’altro i diversi campi tenendo conto anche delle ore di sole: durante il giro Nadia ci racconta che alcuni appezzamenti ricevono luce prima al mattino, altri la mantengono più a lungo nel pomeriggio, e le colture vengono distribuite di conseguenza.

6. Per chi coltiva qui la neve è anche parte del raccolto successivo

Alla fine della stagione le annuali vengono eliminate dai campi. Menta, melissa, achillea e altre piante perenni, invece, trascorrono l’inverno direttamente nel terreno. Ed è in quel momento che una buona nevicata può rivelarsi preziosa.

Nadia paragona la neve a una coperta. Copre le piante, attenua l’impatto delle temperature più rigide e protegge dal gelo. Poi, in primavera, lo scioglimento restituisce lentamente acqua al terreno. “Ci accorgiamo della differenza degli inverni con tanta neve o con poca neve”, ci racconta mentre attraversiamo i filari.

Ascoltandola si capisce anche perché ragionare per singole stagioni abbia poco senso in agricoltura. Le condizioni dell’inverno entrano nel lavoro della primavera e dell’estate molto prima che compaia il primo fiore.

7. La calendula si riconosce facilmente, ma c’è un dettaglio che ho imparato solo raccogliendola

È una delle prime piante che Nadia ci mette alla prova chiedendoci di riconoscerla. Il colore arancione aiuta e la risposta arriva abbastanza velocemente: calendula.

Quella coltivata da Fiores è una varietà particolarmente ricca di petali. Per Nadia è un vantaggio importante perché sono proprio i petali a essere utilizzati nelle preparazioni, anche come elemento da aggiungere a insalate, risotti e zuppe.

Prima di raccoglierla, però, ci fermiamo. Nadia vuole che sia l’ultima.

Il motivo lo scopriamo toccandola: quando viene staccata lascia sulle mani una sostanza lattiginosa e appiccicosa. Raccoglierla subito significherebbe continuare la passeggiata con fiori e foglioline delle altre piante che si attaccano alle dita.

È uno dei tanti particolari che difficilmente si imparano osservando una fotografia di una pianta. Nei campi, invece, basta averla sulle mani una volta per ricordarsene!

8. Della malva abbiamo raccolto sia i fiori sia le foglie

Con la malva il nostro cestino comincia finalmente a riempirsi.

Nadia ci spiega come raccogliere i fiori e ci invita ad assaggiare anche le foglioline più giovani, perché finiranno nella misticanza preparata successivamente dallo chef.  Il sapore è molto delicato. Quello che colpisce maggiormente, almeno nel campo, è invece il ritmo della fioritura.

Durante la stagione ci sono giornate in cui la raccolta viene fatta sia al mattino sia al pomeriggio. Nadia racconta la sensazione di arrivare in fondo alla fila, voltarsi e pensare di aver dimenticato una quantità di fiori; in realtà molti si sono semplicemente aperti nel frattempo.

Le coltivazioni seguono inevitabilmente il calendario delle piante, non quello di chi le raccoglie.

E per noi la malva passa molto rapidamente dall’essere un fiore riconoscibile a diventare qualcosa da assaggiare prima ancora di arrivare in cucina!

9. L’enotera apre i fiori quando la giornata sta finendo

Davanti all’enotera troviamo diversi fiori ormai appassiti e molti boccioli ancora chiusi. Non è una stagione andata male. È il suo comportamento normale.

Nadia ci spiega che l’enotera apre i fiori nel tardo pomeriggio e verso sera. Per questo, durante la raccolta, è una delle prime piante di cui ci si occupa al mattino, quando i fiori della sera precedente sono ancora utilizzabili.

Poi ce ne fa sentire il profumo e il sapore. È sorprendentemente dolce. E proprio questa caratteristica viene sfruttata da Fiores nelle tisane che contengono altre piante dal gusto più intenso e amarognolo. L’enotera aiuta ad ammorbidire la miscela senza dover ricorrere a un aroma estraneo.

Da quel momento guardo con maggiore attenzione anche i boccioli. Il campo continua a cambiare quando noi ce ne siamo già andati.

10. Nel campo di Fiores il fiordaliso non è soltanto blu

Per molto tempo avevo associato automaticamente il fiordaliso al suo blu inconfondibile. Nel campo di Nadia scopro diverse tonalità.

Fiores coltiva il fiordaliso insieme a numerose altre specie officinali e aromatiche, dalla calendula alla monarda, dall’issopo al timo cedrino.

Durante la nostra passeggiata, però, il fiordaliso ha una destinazione immediata. Ce lo ha chiesto lo chef.

Raccogliamo alcuni fiori di colori differenti perché serviranno nel piatto e porteranno soprattutto una componente cromatica.

Il passaggio dal campo alla cucina diventa così molto evidente. Quello che fino a pochi minuti prima stavamo identificando durante una lezione botanica viene già selezionato pensando a ciò che mangeremo.

11. Ho scoperto che una salvia può profumare di melone

Nadia prende una foglia e ce la passa. La annusiamo cercando di riconoscerla. Qualcuno pensa al basilico, altri rimangono perplessi. In realtà è una salvia fruttata, la salvia melone. Somiglia poco, almeno all’olfatto, alla salvia officinale che utilizziamo abitualmente in cucina. Nadia ci racconta che il vivaio altoatesino da cui si rifornisce dispone di decine di tipi di salvia e di menta.

Sul sito di Fiores la salvia melone compare infatti separatamente dalla salvia tradizionale nell’elenco delle piante coltivate. Accanto a loro ci sono menta e menta piperita, timo e timo cedrino e una lunga serie di altre varietà che spiegano bene quanto siano insufficienti, spesso, i nomi generici con cui le conosciamo.

Una volta sentito il suo profumo, “salvia” senza un aggettivo comincia a dire decisamente poco!

12. Le foglie delle carote non erano uno scarto: le stava aspettando Nicola in cucina

A un certo punto Nadia ci dice che lo chef ha chiesto anche qualche fogliolina di carota. Non dobbiamo prendere quelle più grandi. Scegliamo le piccole e tenere, nella parte alta del ciuffo, separandole dallo stelo. Andranno nella misticanza.

Mi colpisce perché siamo abituati a incontrare le carote già private del verde, oppure a eliminare quella parte appena arrivati a casa.

Qui la sequenza è completamente diversa: prima osserviamo la pianta intera, poi scegliamo quale parte possa essere interessante per il piatto.

Non è necessario costruirci intorno una teoria sull’antispreco. È sufficiente vedere uno chef chiedere espressamente qualcosa che altrove avremmo buttato.

13. Una pianta di ceci fa capire molto bene quanto lavoro c’è dietro un hummus

La pianta che genera maggiore confusione nel gruppo è probabilmente questa.

Nadia ce la mostra e ci invita a indovinare. Vediamo piccoli baccelli e qualcuno pensa ai piselli. Lei ne prende uno e ci fa osservare ciò che contiene: un cece. A volte due.

Tutto qui!

È sufficiente guardare quel baccello per fare immediatamente un calcolo mentale. Quanti ne servono per ottenere mezzo chilo di ceci? E quanto lavoro c’è dietro un ingrediente che noi acquistiamo già secco, cotto o addirittura trasformato?

Nadia lo riassume con una frase molto più efficace: “Quando mangiate l’hummus rendetevi conto che lavoro c’è dietro!”.

I ceci, tra l’altro, erano un esperimento: a Fiores piace provare coltivazioni differenti per verificare che cosa riesca a crescere bene a questa quota.  Tra tutte le nozioni botaniche della mattina, questa è una di quelle che hanno cambiato più concretamente il mio modo di guardare un alimento comunissimo.

14. Un pezzo di campo può rimanere senza produzione per nutrire la terra

Passiamo davanti a un’area che appare diversa dai filari ordinati appena attraversati. È stata seminata a sovescio.

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Nadia ci spiega che si tratta di un miscuglio di piante coltivate non per essere raccolte e vendute, ma per essere successivamente tagliate e incorporate nel terreno. La massa vegetale si decompone e restituisce sostanza organica alla terra.

La conseguenza è chiara: quell’appezzamento, in quella stagione, non produrrà officinali da trasformare o vendere.

“Perdiamo tutta la stagione”, dice Nadia, spiegandoci subito il perché della scelta: preferiscono utilizzare questo sistema per concimare naturalmente e preparare il terreno alle coltivazioni dell’anno successivo.

L’azienda utilizza inoltre rotazione e consociazione delle colture per favorire la biodiversità e mantenere i terreni in equilibrio.

Una parcella apparentemente improduttiva, quindi, sta in realtà già lavorando per il raccolto futuro.

15. Il nome Achillea millefolium diventa molto più facile quando si guarda la foglia

Arriviamo all’achillea.

Questa volta Nadia non parte dal profumo ma dal nome botanico: Achillea millefolium.

Prendiamo una foglia e la osserviamo. È suddivisa in un numero impressionante di minuscole parti. Il riferimento a “mille foglie” smette immediatamente di sembrare una complicazione latina e diventa quasi una descrizione.  Poi la strofiniamo e la annusiamo. Il carattere è decisamente più marcato rispetto a quello della malva. Nadia la descrive come intensa e tendenzialmente amarognola e la utilizza anche in alcune delle miscele di tisane prodotte da Fiores.

L’achillea fa parte delle numerose officinali coltivate dall’azienda, insieme a malva, calendula, melissa, enotera, iperico e molte altre. Soprattutto, dopo averne guardato la foglia da vicino, difficilmente dimenticherò di nuovo il significato di millefolium.

16. “Menta” è una definizione decisamente troppo generica

Quando Nadia ci porta davanti alle mente, pensiamo finalmente di avere vita facile. La prima ci restituisce un profumo immediatamente familiare. Partono le associazioni: chewing gum, dentifricio.  Poi ci spostiamo di pochi centimetri e ne sentiamo un’altra. È ancora menta, ma ha un’intensità molto maggiore. Strofinando la foglia fra le dita arriva subito una sensazione balsamica forte e persistente: è la menta piperita.

Menta, menta piperita e melissa sono coltivate in quantità importanti perché vengono utilizzate come base di diverse tisane e anche per sciroppi e bevande. Sul sito di Fiores le due mente sono infatti elencate come coltivazioni distinte.  Nessuna scheda olfattiva: per capire la differenza basta avere due foglie e due mani!

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17. Non basta sapere quale pianta raccogliere: bisogna anche sapere quando farlo

Con la melissa Nadia introduce un altro elemento importante della coltivazione. La riconosciamo soprattutto grazie al profumo che ricorda immediatamente il limone. Ma ciò che ci interessa questa volta riguarda il momento in cui la pianta viene tagliata.

Quando l’obiettivo è utilizzare soprattutto le foglie, Fiores cerca di raccogliere prima della piena fioritura, in modo da lavorare la pianta nella fase ritenuta più adatta alla successiva trasformazione.

L’azienda definisce questo momento periodo balsamico. Sul sito spiega che erbe e fiori vengono raccolti quasi esclusivamente a mano nel periodo individuato come ottimale, quindi essiccati con l’aiuto di un deumidificatore e ripuliti da steli e parti non utilizzate prima della lavorazione finale. La qualità di una tisana, dunque, si decide già nel campo, anche scegliendo il giorno in cui entrare nel filare con il cestino.

18. Le stelle alpine si possono coltivare e quelle di Fiores vengono utilizzate anche per la cosmesi

Quando Nadia indica un’altra fila qualcuno le riconosce e immediatamente arriva una domanda: “Ma le stelle alpine si possono coltivare?” Sì. E qui, a questa altitudine, trovano condizioni adatte.

Sono piante perenni e rimangono nel terreno anche durante l’inverno. A Fiores vengono coltivate non per essere raccolte come souvenir, naturalmente, ma come materia prima destinata anche a preparazioni cosmetiche. Nadia ci racconta di affidare la successiva trasformazione a un laboratorio specializzato.

Questo apre anche un’altra parte interessante del lavoro dell’azienda. Non tutto ciò che cresce nei campi finisce in una tazza o in un piatto. Le piante diventano tisane, sciroppi e prodotti alimentari, ma anche cosmetici; alcuni fiori vengono invece coltivati per essere essiccati e utilizzati nei bouquet.

Verso la fine del giro Nadia ci fa toccare anche lo statice, chiamato fiore di carta. La consistenza spiega immediatamente il nome: anche una volta essiccato mantiene forma e aspetto molto bene.

19. Cima Undici e Cima Dodici erano anche un modo per sapere che ore fossero

Questa volta lasciamo per qualche minuto le piante e guardiamo le montagne.

Nadia indica le cime davanti a noi e parte da due nomi: Sas da le Undesc e Sas da le Doudesc, Cima Undici e Cima Dodici.

La loro denominazione è legata anche alla posizione del sole. Quando gli orologi non facevano parte della quotidianità, l’illuminazione delle cime aiutava chi viveva e lavorava in valle a capire quale momento della giornata fosse arrivato. Nadia ci spiega che il sole che raggiungeva una determinata montagna funzionava come un riferimento temporale ben visibile.

È uno di quegli aneddoti che fanno alzare gli occhi dal campo e collocano improvvisamente ciò che stiamo facendo dentro una storia molto più lunga di quella dell’azienda!

20. Alla fine le piante raccolte durante la lezione sono diventate parte della merenda

Prima di entrare nei campi eravamo passati anche dalle galline.

Ce ne sono una trentina e, quando vengono liberate, sanno perfettamente dove andare: verso verdure, fiori e gerani. Nadia ci racconta che il colore del guscio delle uova varia in funzione della razza delle galline e che nei periodi in cui la produzione supera il fabbisogno dell’agritur alcune uova vengono anche preparate in salamoia, così da poterle conservare più a lungo.

Quel giorno, però, alcune uova hanno una destinazione precisa. Ad aspettarci c’è lo chef Nicola Vian del ristorante El Filò di Pozza di Fassa. Noi gli portiamo ciò che abbiamo raccolto: fiori, erbette, foglie giovani e quella parte del campo che, fino a pochi minuti prima, Nadia ci stava insegnando a riconoscere.

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È lo stesso schema dell’esperienza “Un bouquet nel piatto”, in programma il 21 settembre nell’ambito di Fassa Fall… in love with Food: visita ai campi con Nadia e, al termine, una merenda preparata da Nicola Vian valorizzando ciò che viene prodotto dall’azienda e dalle galline dell’agritur. Il piatto previsto è un ovetto poché con erbette di campo, spuma di formaggio e chips di polenta.

La parte che mi interessa maggiormente avviene prima dell’assaggio.

Poco prima avevamo una fogliolina in mano e chiedevamo a Nadia che cosa fosse. Ora la stessa foglia si trova insieme alle altre nel piatto. Il passaggio è brevissimo e rende visibile l’intera filiera senza bisogno di spiegarla!

Dopo la visita a Fiores, anche un cece ha un’altra storia!

Quando sono arrivata a Fiores pensavo soprattutto a una passeggiata tra piante officinali. Alla fine della mattinata mi sono accorta che le cose che avevo annotato riguardavano solo in parte la botanica.

C’era il momento giusto in cui raccogliere una pianta. C’era il campo lasciato per una stagione al sovescio. La neve che protegge ciò che dovrà ripartire in primavera. La malva che continua ad aprire nuovi fiori mentre stai ancora raccogliendo quelli precedenti. Le foglie delle carote chieste dallo chef. La calendula che lascia le dita appiccicose e va quindi presa per ultima.

E continuavo a pensare soprattutto a quel piccolo baccello con dentro uno, forse due ceci.

Lo compriamo al supermercato senza considerare quasi mai quante piante e quanti baccelli siano necessari per riempire una confezione. Dopo averlo aperto nel campo, la frase sull’hummus diventa molto meno scherzosa di quanto sembri.

È questa, più dei nomi latini che probabilmente finirò per dimenticare, la cosa che mi è rimasta della visita: avere avuto davanti, per qualche ora, come mi capita in questi casi preziosi del mio lavoro, il lavoro che precede il cibo.

Mentre camminavamo mi sono fermata un momento a guardare quello che avevamo intorno e ho commentato la bellezza del lavorare con quel panorama. Il panorama è indubbiamente notevole. Ma dopo il giro a Fiores è molto più difficile considerarlo soltanto panorama: dentro ci sono campi, tempi di raccolta, stagioni, esperimenti, errori, animali che arrivano a mangiare la malva, fiori che devono essere colti due volte al giorno e qualcuno che, alla fine, porta tutto questo in cucina!

E allora mi rendo conto che la manifestazione ha il nome pià azzeccato che potesse avere: Fassa Fall… in love with Food.

Una nuova rassegna gastronomica in programma in Val di Fassa dal 20 al 26 settembre 2026, con menu autunnali, laboratori, incontri con produttori ed esperienze dedicate al territorio.

Fiores sarà protagonista il 21 settembre con Un bouquet nel piatto, mentre il 26 settembre la manifestazione si concluderà sui prati di Fraine, a Pera di Fassa, con una giornata che comprende un facile trekking panoramico, una degustazione itinerante con chef e produttori e musica dal vivo.

Per chi parteciperà alla visita da Nadia, il consiglio è semplice: non limitarsi a fotografare i fiori. Vale la pena toccarli, annusarli, assaggiarli quando è possibile e soprattutto fare domande.

Io ne ho fatte abbastanza da arrivare qui a venti risposte… ma vi assicuro che il desiderio di tornare è immenso!