Gradis’ciutta, 15 lezioni di vino e di vita

Quindici cose che ho imparato degustando a Gradis’ciutta.

Un’esperienza tra vigne e racconti, dove ogni calice svela storie di confine, memorie familiari e un territorio che parla attraverso il vino.

C’è un momento, durante una degustazione, in cui smetti di pensare al vino e inizi a sentirlo. Non solo nel calice, ma nella terra, nei silenzi delle colline, nei racconti di chi le vive ogni giorno.

A Gradis’ciutta, tra le pieghe morbide del Collio, quel momento è arrivato quasi subito, mentre Robert Princic – custode appassionato di questo luogo – parlava della ponca, la marna che si sgretola sotto i filari e che regala ai vini una voce inconfondibile. “È la nostra anima”, ha detto, e ho capito che qui il vino non è mai solo vino: è geologia, storia, cultura.

Il sole filtrava tra i filari e, mentre assaggiavo la Ribolla Gialla, ho imparato che questa uva non unisce solo aromi e acidità, ma due mondi, due lingue, due storie intrecciate. Robert ci raccontava di quando la sua famiglia attraversava a piedi quello che oggi chiamiamo confine, per andare a messa oltre la linea immaginaria che divide Italia e Slovenia. “Non era un confine,” sorrideva, “era la nostra strada di vita”.

Passeggiando tra il borgo cinquecentesco restaurato con cura, ho scoperto che Gradis’ciutta non è solo una cantina: è un piccolo mondo, un luogo dove puoi dormire circondato dai vigneti, svegliarti al suono del silenzio e respirare un’aria che sa di erba e mosto. Poi ci siamo inoltrati tra le vigne, dove un’installazione artistica ci ha sorpresi: “Era Domenica”, di Corso Zucconi, dissemina scarpe consunte lungo un sentiero, simbolo delle storie di chi un tempo varcava queste colline in cerca di futuro. È stato impossibile non commuoversi.

E così, calice dopo calice, storia dopo storia, ho capito che qui ogni sorso è una lezione: di pazienza, come insegna lo Chardonnay Eximia che riposa quattro anni prima di mostrarsi; di memoria, come il Pelinkovac che rievoca antiche tradizioni illiriche; di confini che non separano ma uniscono, come dimostra lo spumante Sinefinis, nato dalla collaborazione con Brda.

Ho imparato che degustare a Gradis’ciutta non significa solo assaggiare vini: significa ascoltare un territorio che parla attraverso le sue colline, la sua arte, la sua gente. E quando lasci questo luogo, ti accorgi che non porti via soltanto un ricordo: porti con te un pezzo di Collio, una storia che continua a vivere dentro ogni bicchiere.

C’è un momento, durante una degustazione, in cui smetti di pensare al vino e inizi a sentirlo. A Gradis’ciutta, tra le colline di San Floriano del Collio, quel momento è arrivato quasi subito. Tra il borgo cinquecentesco, i filari che scivolano oltre il confine sloveno e le parole di Robert Princic, ho imparato che ogni calice qui contiene molto più di un vino: racconta un territorio, una storia, un’identità.

Ecco le 15 cose che ho imparato di questo posto…sono in realtà molte di più ma ho voluto razionalizzare!

1. La ponca, l’anima che parla nei calici

Sotto i vigneti di Gradis’ciutta vive la ponca, una marna friabile che si sgretola tra le dita. È lei a regalare ai vini sapidità e complessità, lasciando una firma inconfondibile. “È la nostra voce, il nostro DNA liquido. È la nostra anima geologica: una marna che si sgretola facilmente e che dona ai vini la loro mineralità, la loro voce unica”, dice Robert. Degustando, la riconosci subito: minerale, profonda, elegante. Lo dice con orgoglio, come si parla di una radice profonda. E assaggiando, lo si sente davvero: la terra qui si percepisce sul palato, sottile e persistente, come un’impronta indelebile.

2. Un confine che unisce, non separa

Il Collio, però, è molto più di un terroir: è un crocevia di storie e culture. Qui il Collio racconta storie di frontiera.

Robert ci confida che da bambino attraversava a piedi il sentiero che oggi segna la linea tra Italia e Slovenia per andare a messa. “Per noi non era confine, era vita.” Ed è lo stesso oggi: i vigneti scorrono oltre i limiti geografici, liberi come le radici che li nutrono.

“Per noi non era confine, era strada di vita”. Una frase che spiega tutto: qui, i filari scorrono senza interruzioni tra Italia e Slovenia, le vigne non conoscono barriere e parlano una lingua universale, quella del vino. Non è un caso che la cantina coltivi 50 ettari distribuiti sui due versanti, con la naturalezza di chi da sempre vive a cavallo di mondi diversi.

3. Un borgo che respira storia

Il viaggio prosegue nel borgo che dà nome alla cantina, un complesso cinquecentesco riportato alla vita con un restauro accurato, realizzato con rispetto e amore, Passeggiando tra le sue mura antiche, si respira il passato, ma l’accoglienza è contemporanea. Dormire qui significa svegliarsi tra silenzi profondi e paesaggi intatti, con le colline illuminate dal primo sole e il profumo dell’uva che matura. Non è semplice ospitalità, è un’immersione nel cuore di un territorio.

4. La Ribolla Gialla, simbolo identitario

Se c’è un vino che racconta il Collio, è la Ribolla Gialla. Fresca, minerale, luminosa, regina indiscussa di Gradis’ciutta.

Robert la definisce “un simbolo identitario”: fresca, minerale, elegante, è il legame più autentico tra Collio italiano e Brda sloveno. Non a caso è protagonista di Sinefinis, lo spumante nato in collaborazione con la cantina Brda: le uve provengono da entrambi i lati del confine, e l’assemblaggio diventa metafora liquida di un territorio unito. “È il nostro brindisi senza frontiere”, sorride Robert mentre il perlage fine sale lentamente nel bicchiere. Uve di due Paesi per un brindisi senza frontiere: la geografia che diventa poesia.

5. Ogni annata ha la sua voce

Assaggiare diverse annate della stessa etichetta è come sfogliare un diario della natura. “Non esistono due Ribolle uguali”, dice Robert, “ogni vendemmia racconta un clima, un tempo, una storia. Ogni vendemmia è figlia del suo microclima. Ascoltare la natura è la nostra prima responsabilità”.

E in effetti, ogni calice racconta una sfumatura diversa, e degustando, impari a riconoscere il sole di un’estate generosa, la pioggia che ha accarezzato i grappoli, la pazienza dell’uomo che ha saputo aspettare. Il tempo, qui, non è soltanto quello che scorre: è un ingrediente vero e proprio, invisibile e prezioso.

6. L’arte che parla di memoria

Non c’è solo vino, però, a Gradis’ciutta. Lungo un sentiero tra i filari, incontriamo l’installazione “Era Domenica” di Corso Zucconi: decine di scarpe consunte disseminate nel terreno, tracce di vite che hanno attraversato questo confine quando era barriera, separazione, fuga. Camminarci accanto toglie le parole: ogni passo racconta una memoria collettiva, ogni scarpa custodisce un frammento di storia. È arte che commuove e riconcilia, trasformando il paesaggio in museo a cielo aperto.

Ogni passo porta il peso di una memoria collettiva che il vino, oggi, celebra e custodisce.

7. Il Pelinkovac, un amaro ritrovato

Ho scoperto un tesoro quasi dimenticato: il Pelinkovac, antico amaro illirico a base di assenzio ed erbe locali. Gradis’ciutta lo ha riportato alla luce, regalandogli nuova vita.  “È un ponte liquido tra epoche e culture”, spiega Robert, e basta assaggiarlo per capire perché: amaro e balsamico, tradizionale eppure sorprendentemente contemporaneo, trova nuova espressione persino nella mixology più creativa.

Uponte liquido tra tradizioni antiche e mixology moderna.

8. Biologico per scelta, non per moda

La sostenibilità, invece, qui non è uno slogan, ma una filosofia. Dal 2018 Gradis’ciutta è certificata biologica, scelta che nasce da un profondo rispetto per la terra e per chi la abiterà domani.

“Fare biologico significa consegnare un’eredità sana,” dice Robert “Non lo facciamo per moda, ma per convinzione”.

È un approccio che si percepisce in ogni vino: nulla è artificiale, nulla è forzato, tutto segue i ritmi della natura. Per cui vini  puliti, autentici, capaci di esprimere il terroir senza artifici.

9. Diventare enologi per un giorno

Tra le esperienze più originali proposte ai visitatori c’è “Crea il tuo Collio Bianco”. Si sperimentano diverse proporzioni di Ribolla, Friulano e Chardonnay, imparando quanto sia delicato il lavoro dell’enologo. È un gioco serio, che trasforma la degustazione in un laboratorio creativo. E ognuno torna a casa scon il proprio vino personalizzato.

10. Cinquanta ettari, nessuna frontiera

Gradis’ciutta coltiva 50 ettari di vigneti tra Italia e Slovenia. “Il confine passa in mezzo ai nostri filari,” racconta Robert, “ma per la vigna non esiste”. Una lezione semplice e potente: la natura non conosce barriere, solo continuità.

11. Chardonnay Eximia, il tempo nel bicchiere

Lo Chardonnay Eximia è un capolavoro di pazienza: tre anni in acciaio e un anno in bottiglia prima di mostrarsi. Avvolgente e complesso, con note di mela Gold e burro fresco e una chiusura minerale elegantissima, ha una profondità che solo il tempo sa donare. E’ un vino che non si concede subito ma premia chi sa aspettare. “Non tutto deve essere subito,” dice Robert, “anche il vino ha bisogno di respiro”.

E mentre sorseggiamo uno Chardonnay Eximia, affinato tre anni in acciaio e un anno in bottiglia, comprendiamo cosa significa la parola “pazienza”. Avvolgente, complesso, con note di burro fresco, mela Gold, Un sorso di tempo liquido.

12. Il tempo, ingrediente invisibile

Degustando a Gradis’ciutta, impari che il tempo non è solo attesa, è un ingrediente. Ogni fase – dalla fermentazione all’affinamento – segue i ritmi naturali. Qui nulla è forzato: è la terra a dettare la velocità, e il risultato è una profondità che solo la lentezza regala.

13. La mixology che racconta il Collio

Non solo vini: alcune etichette di Gradis’ciutta e il Pelinkovac diventano protagonisti di cocktail innovativi, creando ponti tra tradizione e creatività contemporanea. È un altro modo di raccontare il territorio, con nuovi linguaggi e nuove emozioni.

14. Ars Sine Finibus, un museo tra le vigne

 Gradis’ciutta guarda avanti con Ars Sine Finibus, iniziativa artistica internazionale che trasformerà i vigneti in una galleria d’arte a cielo aperto. Giovani artisti italo-sloveni creeranno opere e installazioni site-specific, facendo dialogare paesaggio, natura, creatività e memoria: il vino, ancora una volta, diventa linguaggio universale che unisce. Un invito a vivere le colline del Collio con occhi nuovi.

15. Ogni calice è un ricordo

Ho capito che ogni vino custodisce un frammento di vita.  Al di là dei progetti e dei numeri, quello che resta impresso è la dimensione intima di Gradis’ciutta. Ogni calice che assaggi sembra contenere un ricordo personale. Per Robert, il Friulano evoca i pranzi di famiglia, la Ribolla i sentieri dell’infanzia, lo Chardonnay le prime sfide in vigna. Degustare a Gradis’ciutta significa assaggiare memorie, storie e identità che restano impresse nel cuore. È come se il vino, qui, non fosse mai solo vino, ma frammento di vita, di territorio, di identità.

Dunque…

Gradis’ciutta non è stata per noi una semplice cantina, ma un luogo che racconta storie. Un’esperienza che abbraccia i sensi e l’anima: il gusto dei vini, la bellezza dei paesaggi, la memoria delle persone che hanno attraversato queste colline, l’arte che le reinventa e l’ospitalità che le celebra.

Visitare Gradis’ciutta significa comprendere che il vino non è mai soltanto un prodotto, ma un linguaggio che parla di radici e di futuro, di confini superati e di sogni condivisi.

Per noi almeno è stato così!

 

Guarda QUI il reel che in breve racconta le emozioni di questa esperienza.