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Gravner: 10 rivelazioni tra anfore e bollicine

10 rivelazioni in una notte d’anfora

Dalla grandinata che cambiò il destino di Joško Gravner alle anfore georgiane sepolte nel Collio: dieci scoperte che raccontano l’anima visionaria di un maestro di ribolla e orange wine.

Un incontro raro, di quelli che lasciano il segno. Alla presentazione delle Ribolle Gravner ospitata da Maison Massucco a Torino, i calici hanno raccontato molto più di aromi e annate. Hanno svelato la vita e il pensiero di Joško Gravner, pioniere dei vini macerati in anfora, capace di trasformare un vitigno millenario in un simbolo di purezza e pazienza. La figloia ha espresso al meglio la filosofia dei loro vini, e raccontato anedodti e curiosità degne di un “decalogo di Storiedicibo”!

Ecco dieci rivelazioni che condensano storia, filosofia e aneddoti di una serata che profumava di confine, di idee e di tempo sospeso.

1. Joško, che all’anagrafe è Francesco

Pochi sanno che il nome Joško non compariva sui documenti ufficiali. Nato nella minoranza slovena del Collio negli anni Cinquanta, Gravner fu registrato come Francesco perché all’epoca i nomi sloveni non erano ammessi in Italia. Una curiosità che racconta già un destino di confini da superare: oggi quel nome “vietato” è diventato il marchio inconfondibile dei suoi vini.

2. Il confine come destino e identità

Oslavia, il borgo che ospita la cantina, è un punto d’incontro fra Collio goriziano e Brda slovena, terre che la storia ha conteso e che oggi convivono in armonia. Da qui la ribolla gialla parte da più di mille anni. Gravner, cresciuto respirando due culture, ha trasformato questo crocevia geografico in una chiave di lettura del vino: un ponte naturale fra mondi diversi.

    Abbiamo parlato di confini tra Collio e Brda slovena anche nella visita alla cantina Gradi’sciutta: leggi QUI l’articolo.

3. Una grandinata che cambiò tutto

Nel 1996 un evento drammatico: due grandinate distruggono il 95% del raccolto. Invece di arrendersi, Joško decide di sperimentare. Con le poche uve risparmiate prova lunghe macerazioni sulle bucce, riscoprendo il sapere contadino del padre.

Quella vendemmia segna la fine del vino “moderno” in acciaio e barrique e l’inizio di un percorso unico.

4. Georgia, la culla del vino e delle anfore

Alla ricerca delle origini, Gravner compie nel 2000 un viaggio in Georgia, patria del vino e delle antiche qvevri di terracotta. Qui capisce che il futuro del suo vino è nel passato remoto: la fermentazione in anfore interrate, metodo caucasico di ottomila anni fa.

Oggi la sua cantina ospita 47 anfore, arrivate dopo lunghi viaggi e non pochi incidenti, che accolgono la nascita di ogni vino.

5. La “regola del 7”: il tempo come ingrediente

Per Gravner il tempo non è attesa, ma materia viva del vino. Tutti i bianchi seguono la regola del 7: un anno di fermentazione e riposo in anfora, sei anni di affinamento in grandi botti di rovere. Solo allora la bottiglia può uscire in commercio.

“Non abbiamo fretta – dice – i vini sono come bambini: ognuno cammina con i propri tempi”.

6. Vigneti come giardini viventi

Runk, Hum e Dedno sono più di tre vigneti: sono ecosistemi in equilibrio. Stagni popolati da rane, nidi artificiali, alberi di olivo e meli selvatici ricreano una biodiversità che protegge la vite in modo naturale. Qui i filari sono stretti, i trattamenti minimi, e persino i trattorini sono costruiti in azienda per rispettare le piante.

Un giardino vitato che respira e racconta la filosofia di un vignaiolo “contadino” nel senso più nobile.

7. Ribolla gialla, scelta radicale

Dal 2012 Joško ha detto addio ai vitigni internazionali per concentrarsi solo su ribolla gialla e pignolo, i frutti più autentici della sua terra.

Il suo pensiero è:

“Se si possiede qualcosa di eccezionale, vale la pena dedicarsi solo a quello”.

La Ribolla diventa così il cuore pulsante della cantina, una sola voce per infinite sfumature.

8. Vini vivi, imbottigliati in luna calante

Nessuna chiarifica, nessuna filtrazione, lieviti solo indigeni. Persino l’imbottigliamento avviene in luna calante, per garantire la stabilità naturale del vino.

Ogni bottiglia Gravner non è mai “finita”: continua a evolversi e respirare, offrendo sorprese a ogni assaggio, anche dopo decenni.

9. Ribolla 2017, l’annata celebrativa solo in Magnum

La degustazione ha avuto il suo apice con la Ribolla 2017, un vino pensato da Gravner come edizione speciale per festeggiare i vent’anni dei vini in anfora. Prodotta esclusivamente in formato Magnum e racchiusa nella preziosa box “XX G” (tiratura limitata a 1.200 esemplari numerati), la 2017 porta con sé il valore del tempo e della rarità.

L’annata è stata complessa: primavera umida, estate calda e piogge settembrine hanno imposto una selezione meticolosa delle uve. Il risultato è un vino di grande forza espressiva: colore oro intenso, profumi di frutta matura e secca, miele, agrumi canditi ed erbe di sottobosco. Al palato è avvolgente e sapido, con tannini fitti ed elegante freschezza che promette una lunghissima evoluzione.

La scelta del Magnum non è solo estetica ma tecnica: il grande formato assicura una maturazione più lenta e armoniosa, perfetta per un vino che Gravner immagina vivere e crescere per decenni.

10. I calici che raccontano un gesto

Anche i bicchieri parlano la lingua Gravner. Per la degustazione della Ribolla vengono usati calici sferici di vetro soffiato, bassi e perfettamente rotondi, con due piccole incavature laterali pensate per accogliere le dita. Un dettaglio ergonomico che permette di afferrare saldamente il calice e farlo roteare con naturalezza, senza stelo.

La forma esalta il contatto con il vino: la mano avvolge il vetro e trasmette calore, aiutando la Ribolla a rilasciare lentamente i suoi profumi di frutta secca, agrumi canditi e spezie. È un gesto intimo e antico, quasi a ricordare la presa delle anfore stesse: un sorso che si prende in mano, non solo tra le labbra.

Conclusione

Una serata alla Maison Massucco si è trafsormata tra l’alktro in una lezione di enologia applicata e di visione produttiva. Ogni dettaglio – dal ciclo lunare che scandisce i lavori alla scelta di un unico vitigno, dalla macerazione estrema alla lunga ossigenazione naturale in legno, fino ai bicchieri studiati per esaltare la dinamica olfattiva – risponde a un pensiero coerente: il vino come organismo vivo.

Oltre al decalogo “tecnico” unalezione importante appresa da Gravner è stata che la viticoltura può essere profondamente scientifica e radicalmente poetica allo stesso tempo. Perchè in un mondo che spesso misura il vino in termini di immediatezza e di mercato, Gravner sceglie la via lunga e silenziosa del tempo, ricordandoci che la grandezza nasce dalla pazienza.

E anche dalla gratitudine di partecipare a certe occasioni: l’assaggio dei suoi vini porta con sè racconti di terra, storia e ricerca incessante, un’esperienza che continua a vivere molto oltre il momento dell’assaggio.

     QUI il nostro special sui vini Gravner e sulla storia e filosofia dell’azienda.