Grosjean vini STORIEDICIBO

Grosjean: viticoltura eroica in Valle d’Aosta tra Jario e Premetta

Viaggio nella viticoltura eroica di Quart  in Valle d’Aosta: Mas du Jario e Premetta da scoprire.

Grosjean tra spumante di montagna e il raro vitigno Premetta della storica cantina valdostana.

In Valle d’Aosta, regione più piccola d’Italia per superficie vitata, la viticoltura si fa ancora a mano su terrazzamenti che toccano i 900 metri. È in questo contesto che la cantina Grosjean, a Quart, porta avanti da quattro secoli una tradizione di famiglia oggi guidata dalla terza generazione. Due le etichette al centro della proposta estiva: il Mas du Jario, spumante Metodo Classico da uve Pinot Noir con 36 mesi sui lieviti, e il Premetta, raro vitigno autoctono a rischio estinzione vinificato in purezza. Un racconto di territorio, tra storia, vitigni rari e confronto con le altre realtà della media valle.

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C’è una regola non scritta che chi percorre la Valle d’Aosta in auto, diretto alle piste o alle passeggiate estive, quasi sempre ignora: ai lati della strada, appena sopra il fondovalle, si arrampicano vigneti che contano tra i più alti d’Europa. Non è un dettaglio da cartolina. È la sintesi di un mestiere che qui si fa ancora con le mani, su terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, dove le macchine agricole non possono salire e ogni operazione — potatura, vendemmia, persino il trasporto dell’uva — richiede un lavoro che la critica di settore non esita a definire “eroico”.

La Valle d’Aosta è, per estensione, la più piccola regione vitivinicola d’Italia: meno di 500 ettari vitati, di cui poco più di 300 destinati alla produzione a denominazione di origine. Un fazzoletto di terra, se paragonato a Langhe o Chianti, ma capace di custodire un patrimonio ampelografico fuori scala rispetto alle dimensioni: la DOC Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste riconosce sette sottozone geografiche (tra cui Donnas, Torrette, Chambave, Enfer d’Arvier, Nus, Arnad-Montjovet e il Blanc de Morgex et de La Salle) e una ventina di menzioni di vitigno, in gran parte autoctono: Petit Rouge, Fumin, Cornalin, Mayolet, Neyret, Petite Arvine, Prié Blanc e, tra i più rari di tutti, il Prié Rouge, noto localmente come Premetta.

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I vigneti corrono lungo la Dora Baltea per meno di novanta chilometri, dal confine piemontese fino a Morgex, ai piedi del Monte Bianco, arrampicandosi in alcuni punti sopra i mille metri. È un microclima particolare a rendere possibile tutto questo: precipitazioni scarse, ventilazione costante, forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Condizioni che, unite a un suolo in prevalenza di origine morenica, regalano ai vini valdostani un profilo riconoscibile — gradazioni moderate, acidità vibrante, sapidità minerale — più vicino, per stile, ai vini di montagna alpini che a quelli della pianura padana.

È in questo contesto che si inserisce Quart, comune a pochi chilometri da Aosta, dove dal Seicento la famiglia Grosjean coltiva la terra. Le prime testimonianze certificate sulla famiglia risalgono al diciassettesimo secolo: secondo quanto raccontato dall’attuale generazione, i Grosjean furono tra le famiglie originarie della Savoia e della Borgogna chiamate dal Duca di Savoia a ripopolare la valle dopo la peste del 1630. Da allora il legame con questo lembo di terra non si è mai interrotto, nonostante un lungo periodo di declino a fine Ottocento, complice anche l’arrivo della ferrovia che aprì la valle a importazioni più semplici ed economiche di altri prodotti alimentari, scoraggiando la prosecuzione dell’attività contadina.

La svolta arriva nel secondo dopoguerra, quando Dauphin Grosjean — il nonno dell’attuale generazione alla guida dell’azienda — decide di investire sui terreni che la moglie Michelina Cachoz possedeva nei pressi della cascina Creton, a Quart. Nel 1968 imbottiglia per la prima volta il proprio vino, un ciliegiolo presentato con successo alla seconda edizione dell’Exposition des Vins du Val d’Aoste. È l’inizio di un percorso che, negli anni Settanta, porta la famiglia a impiantare Pinot Noir, Gamay e Petite Arvine, i tre vitigni che danno all’azienda la sua prima identità riconoscibile.

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Da un appezzamento di neppure mezzo ettaro, la tenuta è oggi cresciuta fino a circa 10-15 ettari, con vigneti che si sviluppano tra i 500 e i 900 metri sul livello del mare, su pendenze che in alcuni punti raggiungono l’80%. Le ore di lavoro manuale richieste per ettaro, secondo quanto riportato dall’azienda, arrivano a 700-800, contro una media italiana che si attesta sulle 150: un dato che, da solo, racconta cosa significhi davvero “viticoltura eroica” da queste parti.

Nel 2000 viene inaugurata la prima cantina moderna; nel 2011 Grosjean diventa la prima realtà valdostana a completare la conversione al biologico certificato; nel 2015 un nuovo ampliamento adegua la struttura a una produzione che oggi si attesta sulle 140.000 bottiglie annue, provenienti da undici varietà autoctone (tra cui la stessa Premetta) e ventuno etichette diverse. Dal 2018 la conduzione è passata alla terza generazione — i cugini Hervé, Didier, Simon e Marco — con Hervé, enologo formato ad Alba, a coordinare il lato tecnico-produttivo.

Un’estate in due bottiglie: Mas du Jario e Premetta

Le due etichette al centro della proposta per la stagione estiva raccontano, ciascuna a modo suo, due facce della stessa montagna.

Mas du Jario è uno spumante Metodo Classico ottenuto da uve Pinot Noir vinificate in blanc de noir, con permanenza sui lieviti per trentasei mesi. Il nome richiama un termine antico — già citato in un documento notarile del Settecento — che identifica l’appezzamento del vigneto Tzeriat, situato tra gli 800 e i 900 metri. È una quota che, per uno spumante Metodo Classico, non è affatto comune nel panorama italiano, e che spiega perché l’azienda lo definisca un’interpretazione “di montagna” della bollicina: il profilo aromatico è giocato su note floreali, spunti agrumati e i tipici sentori di crosta di pane che la lunga permanenza sui lieviti regala, sorretti da un sorso sapido e da un perlage fine e verticale.

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L’ingresso di Grosjean nel mondo degli spumanti è relativamente recente — negli ultimi anni l’azienda ha ampliato la gamma con quattro etichette tra Metodo Classico, Charmat-Martinotti e Ancestrale — ma si inserisce in un movimento più ampio che sta attraversando la Valle d’Aosta. Anche Les Crêtes, altra storica realtà della media valle con vigneti a cavallo tra Aymavilles e i comuni limitrofi, ha scelto la via della spumantizzazione per valorizzare vitigni di montagna, sebbene con un approccio diverso: la sua bollicina più nota, il Neblù, nasce da un assemblaggio di Pinot Noir e Neblù (altro nome con cui in valle si indica la varietà autoctona) con una permanenza sui lieviti di circa due anni. È un confronto che racconta bene come la stessa materia prima — il Pinot Noir di montagna, complice l’acidità elevata e la gradazione moderata tipiche di questi terroir — possa diventare, nelle mani di cantine diverse, un’espressione personale e mai standardizzata.

Premetta, l’altra etichetta protagonista dell’estate, racconta invece una storia di sopravvivenza. Conosciuta anche come Prié Rouge (o, nel dialetto locale, Neblou), è una delle varietà autoctone più rare della Valle d’Aosta: descritta per la prima volta nel 1836 dal medico e ricercatore canavesano Lorenzo Francesco Gatta nel suo saggio sulle viti e i vini valdostani, ha rischiato l’estinzione e oggi occupa un’area di coltivazione ristrettissima, concentrata storicamente tra Aosta e Avise, con una presenza più significativa nei vecchi vigneti di Aymavilles e Saint-Pierre. A livello nazionale la sua superficie coltivata si ferma a circa 25 ettari in tutta Italia.

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Si tratta di un’uva dalla buccia sottile e fragile, particolarmente sensibile alle malattie fungine e al marciume in fase di vendemmia: caratteristiche che spiegano perché pochissimi produttori scelgano di vinificarla, e ancora meno la propongano in purezza. Grosjean rivendica di essere, tra le cantine valdostane, una delle pochissime a farlo: il risultato è un VDA DOC Premetta vinificato in acciaio, con un colore rosa corallo che tende all’aranciato, sentori di rosa canina e piccoli frutti, un’acidità non elevatissima ma sorretta da una struttura tannica più marcata di quanto il colore lasci immaginare. Anche in questo caso il confronto con il resto del territorio è istruttivo: la stessa Les Crêtes coltiva e vinifica la Premetta, ma la propone in versione spumantizzata Metodo Classico, scelta che valorizza l’acidità naturale del vitigno in una direzione completamente diversa da quella, più strutturata e “ferma”, scelta da Grosjean.

Per la stagione estiva, entrambe le etichette si prestano più all’aperitivo e ai piatti della tradizione regionale che a abbinamenti elaborati. Il Mas du Jario, con la sua verticalità e la nota sapida, accompagna bene formaggi di montagna come la Fontina DOP, salumi tipici come il boudin o la motsetta, ma anche piatti a base di pesce d’acqua dolce o crudi leggeri, dove la bollicina fine pulisce il palato senza sovrastare. La Premetta, servita fresca tra i 12 e i 14°C come consiglia la stessa azienda, trova invece la sua dimensione ideale con primi piatti della cucina valdostana — gnocchi, zuppe di verdure con Fontina — così come con la selvaggina leggera o un tagliere di salumi e formaggi locali, dove i tannini ben presenti del vino reggono il confronto con sapori più decisi senza appesantire.

Due vini diversi, due tecniche diverse, ma la stessa matrice: quella di una viticoltura che in Valle d’Aosta continua a essere, prima di tutto, un atto di resistenza al territorio — e proprio per questo, forse, la sua forma più autentica.

Allargare lo sguardo a Quart e alla media valle aiuta a capire perché la viticoltura locale resista a ogni tentativo di semplificazione. Nello stesso comune di Quart operano realtà di taglio molto diverso, dai “Vini Rari” di Giulio Moriondo, piccola produzione di stampo naturale, alla storica Maison Anselmet, fondata nel 2001 a partire da una vigna a 800 metri e oggi tra le aziende più innovative della regione. Poco più a sud, a Gressan, la Cantina di Cunéaz porta avanti una tradizione familiare che attraversa diverse generazioni; mentre la Cave des Onze Communes, cooperativa fondata nel 1990, raccoglie le uve di oltre duecento socie e soci distribuiti su undici comuni della media valle, a testimonianza di un modello cooperativo che in Valle d’Aosta convive da decenni con le piccole realtà a conduzione familiare come quella dei Grosjean.

Questo mosaico di approcci — cooperative storiche, vignaioli naturali, aziende familiari di lunga data, realtà più giovani e sperimentali — è forse la cifra più autentica della viticoltura valdostana: un territorio troppo piccolo, in termini di superficie, per ospitare logiche di scala, e per questo costretto a giocare sulla qualità, sulla cura artigianale e sulla salvaguardia di varietà che altrove sarebbero già scomparse. Il cambiamento climatico, con il ritiro dei ghiacciai e l’aumento delle temperature medie, sta peraltro ridisegnando in tempo reale gli equilibri di questa viticoltura d’alta quota: se da un lato sta favorendo una maturazione più completa delle uve, dall’altro impone investimenti crescenti in reti di irrigazione e bacini di raccolta dell’acqua, una sfida che riguarda l’intera regione e non solo singole aziende.