La Farra: una cantina che ha scelto di essere custode di un paesaggio

Fratelli Nardi: la Cantina di famiglia che ha trasformato le colline in comunità.

La Farra racconta il Prosecco: il territorio non come uno sfondo, ma come un interlocutore.

Tre fratelli. Venticinque ettari. Un territorio riconosciuto patrimonio dell’umanità. E la scelta coraggiosa di trasformare una cantina in un presidio culturale dove il vino diventa il punto di partenza, non l’arrivo. È la storia di La Farra, la piccola azienda viticola di Farra di Soligo che da quasi trent’anni racconta il Prosecco non come un prodotto commerciale, ma come il frutto di una relazione autentica tra l’uomo e le colline del Conegliano Valdobbiadene.

Non è uno sfondo. È un interlocutore.

Se c’è una frase che racchiude l’essenza di La Farra, la cantina di Farra di Soligo che ha scelto di trasformare le colline del Prosecco in qualcosa di più di una denominazione vinicola, è proprio questa. Perché quando i fratelli Adamaria, Innocente e Guido Nardi pensano al territorio dove vivono, lavorano, producono vino da quasi trent’anni, non lo vedono come un paesaggio. Lo sentono come una relazione. E dalle relazioni autentiche nascono i progetti che cambiano il modo di vivere e di bere un luogo.

Le colline che l’Unesco ha riconosciuto come umanità

Paradiso di Soligo. Il nome suona quasi come una promessa mantenuta quando cammini tra queste colline ripidissime, dove fare un passo in avanti richiede lo stesso sforzo di una scalata, e il sole colpisce i vigneti con una precisione che sembra disegnata da una mano sapiente. Nel 2019, l’Unesco ha deciso che questo paesaggio — il Conegliano Valdobbiadene — fosse patrimonio dell’umanità. Non per il vino che produce, almeno non solo. Per il modo in cui uomini e donne hanno plasmato questa terra nel corso dei secoli, piegando pendii che geometricamente non dovrebbero permettere neanche di stare in piedi, creando vigneti che i locali chiamano “eroici” non per retorica, ma per pura descrizione di fatto.

Qui vivono quindici comuni. Qui cresce la Glera, il vitigno che il mondo conosce come Prosecco. Qui, da generazioni, le famiglie di vignaioli si tramandano non solo ricette di coltivazione, ma una visione del paesaggio come cosa viva, fragile, attraversata da tensioni tra natura e intervento umano che richiedono ogni giorno consapevolezza e scelta.

La storia di La Farra comincia qui. Nel 1997, quando i tre fratelli Nardi decidono di trasformare la tradizione viticola dei genitori in un brand, in un’identità riconoscibile. Ma la storia della cantina inizia molto prima, nelle memorie di infanzia, nei vigneti come rifugio dalle preoccupazioni scolastiche, nei pranzi mangiati tra le viti, nei grappoli che crescevano sotto il sole e che i genitori trasformavano in ricchezza e in dignità.

“La vita nella nostra famiglia si è sempre svolta in simbiosi con i vigneti. Molti sono i ricordi affettuosi che ci legano, come il rituale della vendemmia, i pranzi tra le vigne, o il dolce sapore dei grappoli sotto il sole che hanno segnato le nostre giornate. I vigneti, per noi, sono sempre stati un rifugio sereno, un luogo dove le preoccupazioni scolastiche si dissolvevano e dove la bellezza del paesaggio si univa al frutto tangibile dell’impegno dei nostri genitori.”

È su queste fondamenta — non su calcoli aziendali, ma su radici vere — che è cresciuta La Farra. Nel 1997, quando molti dicevano che “il fenomeno Prosecco era già finito”, Adamaria, Innocente e Guido scelgono di vincolare il loro futuro a questo territorio e a questa eredità.

Farra non è casuale. Il nome porta con sé tracce di storia, di quella storia che gli Longobardi scrissero quando si insediarono in queste valli. Nella lingua longobarda, “Fare” indicava comunità basate su legami di parentela, su accordi convenzionali: gruppi di famiglie o individui discendenti da un antenato comune, le fondamenta della struttura sociale di quel popolo. La Fara di Soligo rappresentava una di queste comunità, un insieme di famiglie strettamente legate che avevano scelto di vivere insieme, vicine al fiume Soligo, lasciando un segno indelebile nella toponomastica e nella storia del luogo.

Quando i fratelli Nardi scelgono il nome Farra per la loro cantina, scelgono di iscrivere la loro azienda in questa continuità storica. Non è una famiglia sola, ma una comunità. E più che un brand, si tratta di un luogo dove continuano a vivere le relazioni autentiche.

La Farra: due interpretazioni di un vino

Oggi La Farra controlla 25 ettari di vigneti distribuiti tra Farra di Soligo (la parte principale), Pieve di Soligo, Follina e San Pietro di Feletto. È piccolo per gli standard agro-industriali. È perfetto per una filosofia che vuole il controllo diretto di ogni fase, dalla vigna al bicchiere.

La logica enologica di La Farra ruota intorno a un’intuizione: il territorio del Conegliano Valdobbiadene non è un’entità unica, ma una dialettica. Due macro-aree diverse, due interpretazioni della stessa denominazione.

“Abbiamo come filosofia quella di proporre due interpretazioni del Conegliano Valdobbiadene. Un’interpretazione legata a dei cru, delle singole vigne, attraverso le rive — le rive di Paradiso di Soligo e le rive di Soligo. E l’altra filosofia è quella di creare il famoso assemblaggio, cioè con le uve dei quattro comuni fare degli assemblaggi proprio per combinare al meglio le specificità.”

A nord, dove domina Valdobbiadene, i terreni sono più calcarei. Il profumo prevale. Il vino qui nasce già con quella eleganza floreale che sembra catturata in bottiglia. A sud, dove comanda Conegliano, i terreni sono più argillosi, più ricchi di ferro. Prevale il corpo, la sapidità, la struttura. Se Valdobbiadene parla al naso, Conegliano parla al palato.

La strategia di La Farra è di valorizzare entrambe le voci. Da un lato, i cru singoli — le Rive — che raccontano la specificità di una parcella, di un microclima, di un terroir. Dall’altro, gli assemblaggi che combinano la grazia dell’una con la forza dell’altro.

“La freschezza, la croccantezza, il naso è importante. Un Prosecco, in modo particolare, si beve col naso. Quindi c’è una diversità significativa e c’è sempre un’attenzione proprio alla diversità di clone.”

Per questo La Farra lavora con i cloni 12, 10, 19, non per pedanteria tecnica, ma per una ragione semplicissima: poter portare nel bicchiere, con la massima purezza, le caratteristiche olfattive dell’uva, la firma chimica del territorio.

I vini di La Farra: il Prosecco come linguaggio

Il Valdobbiadene Prosecco DOCG Extra Dry è il punto di partenza. È un assemblaggio tra le uve di San Pietro di Feletto e di Farra di Soligo, costruito con una logica di equilibrio: da una parte il corpo e la struttura, dall’altra l’eleganza del profumo. Producono circa 120.000 bottiglie l’anno. Non è poco, ma nemmeno così tanto da perdere il controllo di ciò che accade in vigna.

Poi ci sono le Rive, i vini di selezione: il Rive di Soligo — una vigna singola a soli 800 metri dalla cantina, tra i 270 e i 340 metri di altitudine — è l’unico al quale La Farra aggiunge un 5% di Chardonnay prodotto a Farra di Soligo. Ha 8 grammi di residuo zuccherino e rappresenta un’espressione pura di Farra, di quella zona dove l’altezza rende il terroir più complesso, più stratificato.

Il Rive di Farra di Soligo, invece, è un extra brut, un vino costruito diversamente dai suoi fratelli. Mentre gli altri vengono interpretati con la logica di portare nel bicchiere gli aromi primari dell’uva e separare il lievito dal vino per mantenere la freschezza olfattiva, il Rive di Farra rimane tre mesi in autoclave con due mesi di sosta con i lieviti. È una scelta enologica che ha una conseguenza elegante: permette di estrarre quelle mannoproteine, quei polisaccaridi che i lieviti cedono al vino quando muoiono, per esaltare le caratteristiche specifiche di questa singola vigna.

Questi vigneti di Farra di Soligo — conglomerati calcarei prevalentemente — offrono una buona sapidità proprio perché il contenuto di zuccheri è basso. Esprime freschezza. Esprime tensione. Esprime il territorio nella sua forma più vera.

Quello che spinge La Farra a fare quello che fa, però, non è la ricerca del vino perfetto. O almeno, non solo quella. È la convinzione che un territorio ha una dignità che va oltre l’economia agricola. Che il paesaggio — quel paesaggio delle “rive eroiche” — ha una voce che merita di essere ascoltata.

Nel 2023, i fratelli Nardi decidono di recuperare un casolare nei vigneti, tra le colline punteggiate da storici terrazzamenti. Lo chiamano Belvedere La Farra, situato nel luogo che tradizionalmente porta il nome di Rive dei Nardi. Non è una struttura turistica al servizio del vino. È il contrario: è il vino al servizio della comprensione più profonda del territorio.

Qui hanno realizzato una biblioteca con i libri di Andrea Zanzotto e di altri scrittori locali. Zanzotto, il poeta delle colline di Pieve di Soligo, colui che ha saputo più di ogni altro incarnare l’anima di questi luoghi, trasformando le colline in spazio di memoria, consapevolezza civile, interrogazione sul futuro. I visitatori che salgono al Belvedere possono leggere proprio davanti a quel paesaggio collinare tanto amato e decantato dal poeta.

Il sentiero enoturistico che porta al Belvedere ripercorre la storica Strada per il Santuario di Collagù. Lungo circa 3 chilometri, percorribile in 40-50 minuti, non è semplicemente un percorso di collegamento. È parte dell’esperienza. È il modo di comprendere la fatica che significa vivere qui, la dedizione che serve per coltivare queste pendici che “solo reggersi in piedi è difficile.”

“La logica nostra è quella di camminare, partire dalla cantina, salire in collina per far provare anche le difficoltà della salita, per far capire il viticoltore cosa produce e soprattutto vivere la fatica. La fatica, che è un termine che ci piace. E soprattutto poi la logica di osservare, vedere, vivere il paesaggio, vivere la collina, in una logica molto slow, molto tranquilla, proprio perché fare viticoltura in collina significa proprio attendere, faticare, coltivare, aspettare, vedere evolvere le cose.”

La cantina La Farra diventa presidio culturale

Nel 2023, quando La Farra recupera il Belvedere, i fratelli Nardi decidono che una cantina può essere più di una cantina. Può essere uno spazio dove il paesaggio, la parola, la comunità trovano lo stesso trattamento, la stessa dignità. Nasce così Dialoghi a Col Brià, un progetto che negli anni si consolida come uno degli spazi più originali di confronto culturale del Nord-Est italiano.

Giunto nel 2026 alla sua quarta edizione, Dialoghi a Col Brià non è un evento isolato, una manifestazione stagionale dove si invitano ospiti celebri e si guadagna visibilità. È una struttura coerente con l’identità dell’azienda: uno spazio dove l’incontro, la riflessione e la bellezza condivisa hanno la stessa dignità della vendemmia.

L’edizione 2026 si chiama “Tra bosco e non bosco,” un verso che Zanzotto ha scritto per catturare l’idea di soglia, transizione, margine. Passaggio tra natura e cultura, memoria e futuro, radici e apertura al mondo.

Tre sabati di giugno, tre modi diversi di abitare lo stesso tema. Il 6 giugno, un Poetry Slam dove poeti di ogni provenienza si confrontano con il tema in italiano, dialetto o forme sperimentali ispirate a Zanzotto. Il pubblico è giudice e voce. Il 13 giugno, un reading poetico e sonoro dove le voci di poeti locali danno corpo ai versi di Galateo in bosco, Meteo, La Beltà, Fosfeni, mentre uno strumentista costruisce una partitura con strumenti etnici e antichi. Il paesaggio acustico diventa tutt’uno con quello visivo — è il territorio stesso che canta.

La chiusura, il 20 giugno, è una tavola rotonda partecipativa su “Paesaggi in equilibrio: linguaggi, interazioni e sostenibilità,” dove il confine tra palco e platea scompare. Non ci sono cattedre. Ci sono voci che dialogano: studiosi di paesaggio, esperti di sostenibilità, la comunità locale che vive questi luoghi non come visitatori, ma come abitanti.

Tra innovazione e tradizione

La Farra non è una cantina nostalgica, ferma a una visione romantica e immobile della tradizione. È una cantina che sa che il futuro del territorio passa per l’innovazione tecnologica, ma intelligente, pensata.

Nel vigneto stanno arrivando droni che mappano le malattie, che individuano la peronospora o la carenza di microelementi attraverso la visione della foglia. Arrivano trattrici con guida satellitare, non perché sia moda, ma perché l’azienda ha quattro ragazzi under 30 che lavorano in vigna e non sanno più guidare in modo tradizionale — hanno bisogno di assistenza dalla macchina per non fare errori, di essere liberi di guardarsi attorno, di ascoltare musica, di respirare il paesaggio piuttosto che concentrarsi sul controllo fine dei movimenti.

“Noi abbiamo dei ragazzi che stanno collaudando un software che attraverso i droni stanno verificando di individuare eventuali malattie, se c’è la peronospora, se c’è la calcarezza. Il futuro nelle nostre colline, i droni saranno fondamentali ad esempio per i trattamenti, le concimazioni, eccetera.”

Nel gennaio 2026, La Farra ottiene la certificazione Equalitas per il modulo “Organizzazione Sostenibile.” È un riconoscimento che attesta un modello di gestione strutturato, che integra gli aspetti ambientali, sociali ed economici. Era già certificata SQNPI per la produzione integrata dal 2011. Non utilizza diserbanti nei propri vigneti. Non è di per sé una notizia eclatante, ma rappresenta una scelta, consapevole e verificata, di coniugare la produttività con la responsabilità.

Due macro visioni, una famiglia

Quella che colpisce osservando La Farra dall’esterno è l’assenza di conflitto tra tradizione e modernità, tra vincolo territoriale e ambizione internazionale. I fratelli Nardi esportano circa il 65% della loro produzione in 21 paesi — Europa naturalmente, ma anche Stati Uniti, Australia, Giappone. Non tentano di aggiungere al Prosecco caratteristiche che non gli appartengono, non inseguono mode enologiche che tradirebbero il territorio. Rimangono se stessi, consapevoli del fatto che questa coerenza è esattamente quello che il mercato internazionale cerchi: non un prodotto generico, ma un’identità riconoscibile, una storia vera raccontata da voce vera.

Nello stesso tempo, sono fermamente radicati nel territorio di Paradiso di Soligo.

“Io ho una comunità comunque che ha i fondamentali a posto e continuo, come famiglia, noi continuiamo a investire su quel territorio. Investiamo su altri territori che in questo momento, ad esempio, potrebbero darci anche delle marginalità maggiori. Questo è il nostro obiettivo e noi dobbiamo andare, secondo me, in questa direzione.”

Non è una boutade. È una scelta economica consapevole e una dichiarazione di valore. Il territorio non è uno sfondo più o meno attraente dove collocare un’azienda. È la ragione dell’azienda stessa.

Il significato della fatica

Quello che emerge più chiaramente parlando con i fratelli Nardi è una visione della viticoltura collinare non come nicchia pittoresca, ma come una pratica che racconta qualcosa di profondo sulla relazione tra l’uomo e la natura, sulla dignità della fatica, sul significato del tempo.

“Fare viticoltura in collina significa proprio attendere, faticare, coltivare, aspettare, vedere evolvere le cose.”

Queste non sono parole poetiche scritte per un comunicato stampa. Sono la sintesi della pratica quotidiana di una famiglia che vive il territorio dalla dentro.

La Farra è oggi non tanto una cantina che ha scelto di essere un’agenzia culturale, bensì un’azienda vinicola che ha lentamente compreso che preservare il territorio, farlo comprendere agli altri, raccontarlo attraverso la poesia, la camminata, il dialogo, è altrettanto importante che fare il vino. Non in sostituzione della qualità enologica — il vino rimane eccellente — ma in complementarità con essa.

Quando cammini verso il Belvedere La Farra, quando partecipi a un reading di Zanzotto sotto le stelle tra i vigneti, quando assaggi un Rive di Farra di Soligo e senti la mineralità, la freschezza, la tensione del terroir, stai vivendo ciò che i fratelli Nardi hanno scelto di essere: non commercianti di vino, ma interpreti di un luogo, custodi di una comunità, guardiani di un paesaggio che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’umanità non per l’eccellenza della produzione, ma per l’eccellenza della relazione tra l’uomo e la natura.

La Farra non è una cantina “tra il bosco e il non bosco,” per usare le parole di Zanzotto.

La Farra è consapevole che esiste una soglia, una transizione, un margine dove la natura e la cultura dialogano continuamente.

E quella soglia è il luogo dove accade il lavoro più importante: quello di trasformare una denominazione vinicola in una comunità consapevole di sé.

  —-  Leggi QUI il nostro articolo sulle 18 cose che abbiamo imparato ad un pranzo degustazione con La Farra.