Ristorante Interno in Colombia: a cena nel carcere femminile - Storie di Cibo
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Le Storie di cibo dietro le sbarre oggi sono a Cartagena, al Ristorante Interno.

Mangiare da turista in un carcere femminile colombiano. Piatti gourmet serviti da carcerate.

Non è una novità per noi che scriviamo di Storie di cibo dietro le sbarre, ma forse lo è per molti.

Di sicuro lo è stato per le detenute della prigione di San Diego, nel porto caraibico di Catagena de Indias, quando nel 2016 è stato messo a punto questo progetto.

L’idea, nemmeno a dirla, è venuta proprio dal ristorante In Galera, nel carcere di Bollate.

Sembra che a meno di un anno dall’apertura del “ristorante più stellato d’Italia”, quello appunto nell’esemplare casa di reclusione della provincia di Milano, una nota attrice colombiana Johana Bahamón impegnata in un progetto di recupero delle donne detenute e fondatrice di Accion Interna,  abbia fatto visita al ristorante in Galera e sia rimasta folgorata dall’idea.

Qualche mese dopo è nato INTERNO RESTAURANTE, un ristorante colorato e piacevole nella prigione femminile di Cartagena, realizzato proprio  grazie all’opera della fondazione Accion Interna https://fundacionaccioninterna.org/en/

Era il 2016 e di strada se ne sta facendo molta.

Dopo due anni di attività ormai il ristorante è a pieno ritmo, le donne vengono formate nelle diverse attività, dalla cucina al servizio di sala, dalla panetteria alla raccolta nell’orto.

Un team di famosi chef, come lo spagnolo Koldo Miranda, o Harry Sasson, tra le personalità gastronomiche più note in Colombia, ha elaborato il menù del locale colombiano.

Lo chef famoso tra i 50 best del mondo si è preoccupato anche di formare 170 detenute. Solo venti di loro, alla fine del corso, hanno superato le prove e hanno iniziato a lavorare nel ristorante, sia in cucina che come cameriere.

E’ stato recuperato e sistemato un fatiscente edificio del quartiere turistico di Cartagena de Indias,lungo la costa nord della Colombia, e ne è nato un locale con mattoncini a vista e i fiori dipinti alle pareti e i tavoli con tovagliette colorate.

In cucina, dietro una porta a sbarre di metallo, i cuochi tagliano verdure, si spina il pesce, si preparano piatti tipici. In sala le cameriere con il fiocco rosa in testa e la maglia nera che fa risaltare la scritta #secondaopportunità servono allegre ai tavoli.

Allegre in viso, come forse lo sono (o si immaginano sempre) le donne caraibiche. Qui di sicuro non trascorrono un periodo felice e facile, ma con questa opportunità possono formarsi, trascorrere il tempo, lavorare e anche incontrare gente dall’esterno.

Una vera e propia  seconda opportunità.

Il carcere di Cartagena è una struttura sovraffollata, poco meno di 200 detenute, quasi totalmente priva di finestre, con una umidità media della città a dir poco opprimente. Quindi chi lavora al ristorante riesce ad avere uno spazio “di aria”, una tregua, una finestra felice dalla vita del carcere.

Si tratta ovviamente di un programma di riabilitazione, rappresenta una fase di passaggio tra la vita dentro e fuori dal carcere. Come siamo ormai abituati a vederne in Italia, ma in tutta l’America latina è il primo progetto di questo tipo.

Ogni giorno, la cucina è diretta da un professionista full-time che guida un team di otto persone in cucina e quattro in sala.

Per motivi di sicurezza e per aiutare il processo di reintegrazione nella società, le donne coinvolte nel progetto sono quelle che sono quasi giunte alla fine della loro pena.

Come racconta Johana Bahamón, la fondatrice di Acción Interna:

“La cosa più difficile del progetto, però, non è lavorare con le detenute, quanto far cambiare idea alle persone riguardo ai detenuti. C’è molta discriminazione.

Conoscevo già prima la situazione nelle carceri del paese, ma non conoscevo le storie di ogni detenuta, che resta sempre un essere mano. Io dopo la prima volta che ho visitato una prigione, ho capito che non potevo rimanere indifferente a questa situazione.”

Le prigioni della Colombia sono note per le condizioni terribili degli ambienti, per il consumo enorme di droga e per il costante sovraffollamento. Detenuti che dormono in terra, sporcizia ovunque, tutti dati che hanno portato a identificare queste carceri come una delle problematiche umanitarie principali dall’International Committee if the Red Cross perchè la Colombia violerebbe i diritti umani e i principi di dignità umana.

Tutti meritano una seconda possibilità e la dignità di essere trattati come esseri umani.

Dopo il lavoro della fondazione, questa prigione ha celle con letti e materassi, pareti colorate, addirittura fotografie appese, e con i ricavi del ristorante la fondazione ha allestito una panetteria, un orto e una sala studio con computer e biblioteca.

Ci sono donne di tutte le età, in carcere per droga, estorsione, omicidio.

Sono tutte colombiane, poi c’è Crystal Morissa Stephens, statunitense di 23 anni, unica detenuta straniera, fermata nel dicembre 2017 con una valigia imbottita di cocaina che dichiara di aver avuto da altri senza conoscerne il contenuto (!?).

Sono dentro tutte per errori, sbagli, più o meno gravi.

Il giudizio l’hanno ricevuto, ora si spera che con questa grande opportunità possano cambiare direzione e pensare ad un futuro nuovo, sulla via del lavoro pulito, magari con uno spunto gourmet, giusto per dare un senso saporito a tutto ciò che hanno imparato tra le sbarre di un carcere con un ristorante Interno.

Un ristorante che lascia il piacevole ricordo di sapori di ceviche, di musica caraibica di sottofondo e di storie che non si dimenticano, soprattutto se hai guardato queste persone negli occhi.

Le nostre Storie di cibo dietro le sbarre per una volta fuori dall’Italia, oltreoceano, per un progetto che VALE LA PENA raccontare!

 

 

Nadia Toppino
Nadia Toppino
Nata a Rho, viaggiatrice e girovaga per lavoro e per passione. Ho fatto mia una definizione che mi hanno affibbiato tempo fa : "ingegnere creativo" che lega alla perfezione i miei studi alla mia vera essenza. (creativa), che è quella che metto anche nella curiosità e scoperta di nuove storie di cibo!

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