Alla Cantalupa: il racconto dell’evento con 20 chef e un viaggio nella cucina partenopea.
Serata Napoletana da Da Vittorio: la cucina napoletana in una serata di racconto corale tra tradizione, tecnica e identità.
Una sera, venti chef, un’unica anima: quella di Napoli.
Da Vittorio apre le porte a una delle più intense celebrazioni della cucina partenopea fuori dalla Campania, trasformando la Cantalupa in un itinerario gastronomico tra memoria e innovazione. Dalla parmigiana di melanzane agli ziti allardiati, dalla pizza in tutte le sue forme fino alla grande pasticceria napoletana, ogni piatto diventa racconto, ogni assaggio un frammento di identità. Un evento che va oltre la degustazione e si afferma come gesto culturale, capace di unire territori, linguaggi e visioni.
Ci sono serate che non si esauriscono nel ricordo di un piatto, ma si sedimentano lentamente, come fanno le emozioni autentiche. Serate in cui la cucina smette di essere solo esecuzione tecnica e diventa linguaggio, memoria, appartenenza.
La “Serata Napoletana” andata in scena da Da Vittorio, nella scenografica eleganza della Cantalupa, è stata esattamente questo: un viaggio corale dentro l’anima gastronomica di Napoli, costruito attraverso le mani, le storie e le visioni di alcuni tra i suoi interpreti più significativi.

Non una cena nel senso tradizionale del termine, ma un percorso fluido, quasi teatrale, in cui il movimento degli ospiti tra le diverse postazioni ricordava quello di una passeggiata tra i vicoli partenopei. Ogni chef una voce, ogni piatto un frammento di racconto.
Il viaggio non ha un percorso preciso, la libertà di degustare dal salato al dolce senza un ordine e senza obblighi, un semploce viaggio in stile street food!
Questo è il nostro percorso, contando che ogni piatto ha spesso avuto più di un assaggio!
La parmigiana di melanzane fritta di Nino Di Costanzo è una stratificazione di memoria, un gesto antico che si rinnova senza perdere intensità. Accanto, la caramella fritta con salsiccia, friarielli e provola introduce una dimensione più giocosa, ma sempre profondamente radicata nella cultura gastronomica napoletana.
Da qui il racconto prende subito ritmo. Peppe Aversa porta “’O purp”, essenziale, diretto, quasi istintivo e ci offre anche il brodo che da solo basta per trasportarti in costiera; mentre Salvatore Giugliano affida agli ziti allardiati il compito di evocare la cucina domestica, quella delle lunghe preparazioni e dei tempi dilatati, dove il sapore è un rito.
La pizza, inevitabilmente, diventa uno dei punti cardinali della serata. Ivano Veccia la interpreta nella sua versione “nel ruotiello”, soffice, alta, familiare, e ce ne racconta anche la storia; mentre Ciro Salvo la trasforma in una montanara fragrante e irresistibile. Due espressioni diverse di uno stesso linguaggio, che raccontano la versatilità di un simbolo universale.
Crescenzo Scotti costruisce un equilibrio raffinato con la sua polpetta di pesce azzurro e zucchine alla scapece, giocando su acidità e freschezza, mentre Salvatore Bianco propone una composizione più articolata: un’insalatina di grani misti, frutti di mare in scapece e fagiolo cannellino di Atina. Un piatto che racconta una Campania evoluta, consapevole, capace di guardare avanti senza recidere il legame con la propria terra.
Il percorso continua con “‘o pere e ‘o musso” firmato Da Vittorio, un omaggio alla cucina popolare, cruda e sincera, che trova spazio accanto alla visione più tecnica di Giuseppe Iannotti, il quale con i suoi tubettini e ceci dimostra come la semplicità possa essere riletta in chiave contemporanea senza perdere profondità.
In questa narrazione diffusa, ogni chef porta con sé non solo un piatto, ma una precisa idea di cucina.
Salvatore Elefante affida alle sue polpette al ragù il compito di raccontare la convivialità più autentica, mentre Francesco Apreda condensa l’essenza del ragù napoletano in un ristretto intenso, accompagnato da pane e spezie, trasformando un grande classico in un’esperienza sensoriale concentrata.
Peppe Guida sorprende con uno spaghetto all’acqua di limone, olio e provolone che gioca su tensioni aromatiche sottili, seguito da zeppole di patate e cannella che riportano il discorso su un registro più goloso e rassicurante.
Pasquale Palamaro torna alla materia con salsiccia e friarielli, in una versione diretta, senza filtri, mentre Simone Testa conquista con una caponata napoletana accompagnata da fresella artigianale, tartare di tonno, mozzarella e gazpacho di pomodoro: un piatto che sintetizza mare, orto e tecnica con grande equilibrio.
Nel percorso ancora la pizza al portafoglio di Diego Vitagliano, il caciocostanzo alla griglia del Mini Caseificio Costanzo e le cozze alla griglia di Francesco Piacentino: ulteriori tasselli di un mosaico gastronomico straordinariamente ricco.
L’universo dolce: Napoli come emozione pura
Se esiste un momento in cui Napoli riesce a esprimere tutta la sua anima, è senza dubbio quello della pasticceria.

Giuseppe Pepe porta in scena due icone: le sfogliatelle e una pastiera lievitata che racconta una visione evoluta della tradizione, mantenendo però intatta la sua identità più profonda.
Ciro Scognamillo incanta con il suo fiocco di neve e la perla nera, creazioni che uniscono leggerezza e precisione tecnica, mentre Salvatore Capparelli affida al babà — affiancato dalla sua interpretazione “Aurora” — il compito di rappresentare uno dei simboli più potenti della dolcezza partenopea.
Mario Di Costanzo torna alla pastiera, quella più classica, più radicata, mentre Da Vittorio propone una caprese al cioccolato e le zeppole, in un dialogo continuo tra tradizione napoletana e sensibilità lombarda.
Il racconto liquido: il beverage come filo conduttore
A sostenere e accompagnare questo viaggio, una selezione beverage costruita con grande coerenza.
I vini dell’Azienda Agricola Bellaria e di ’E Curti portano nel calice il carattere del territorio campano, mentre il Vesuvius Magma Gin introduce una nota più contemporanea, quasi vulcanica, perfettamente in linea con l’identità dell’evento.
La presenza di Ca’ del Bosco aggiunge eleganza e verticalità, creando un ponte ideale tra Nord e Sud, tra precisione e calore.
Oltre la cena: un gesto culturale
Ciò che rende questa serata davvero memorabile non è soltanto la qualità dei piatti — altissima — ma il significato complessivo dell’evento.
Portare Napoli da Da Vittorio non è stato un semplice esercizio di stile, ma un atto culturale: un modo per raccontare una cucina complessa, stratificata, capace di attraversare il tempo senza perdere identità.
Una cucina che vive di contrasti — popolare e raffinata, immediata e profonda — e che proprio in questa dualità trova la sua forza.
La “Serata Napoletana” è stata, in questo senso, un racconto collettivo, un dialogo tra territori, una dimostrazione concreta di come la gastronomia possa diventare linguaggio universale.
E alla fine, mentre le luci si abbassano e il brusio si dissolve, resta una sensazione chiara, quasi fisica: Napoli non è mai stata così lontana.
E, allo stesso tempo, così vicina!

Guarda QUI il nostro reel su Instagram
















Seguici