Nomad Milano nasce nel Certosa District: cucina di Guarino, cocktail di Néia, design Industrial Jungle.
In via Varesina 184 una fabbrica degli anni Ottanta torna a riempirsi, questa volta di cucina, cocktail e musica. La storia di Nomad comincia dal quartiere che lo ospita, e da chi ci ha creduto prima degli altri.
C’era una Sandvik, prima. Poi macchine, bonifiche, un braccio meccanico da trenta metri che ha smontato pezzo per pezzo tre palazzine e dei capannoni. Oggi, allo stesso indirizzo di via Varesina 184, si cena sotto fioriere sospese dal soffitto e si beve a un banco di pietra che sembra scolpito nella fabbrica stessa. Nomad ha aperto qui, nel Certosa District, il quadrante a nord-ovest di Milano che fino a pochi anni fa nessuno considerava una destinazione per la sera. Oltre 1.500 metri quadrati, cucina, cocktail bar e musica sotto lo stesso tetto: la storia di Nomad comincia da questo pezzo di città, e da chi ha scommesso su di esso prima di tutti gli altri.
La luce che arriva da fuori si ferma prima sulle foglie che sui tavoli. Le palme e i ficus stanno davanti alle vetrate, altre piante scendono dal soffitto in fioriere sospese, e in sala i tavoli sono già apparecchiati: tovaglioli piegati, calici alti, una piccola lampada su ogni piano. Dietro il verde si indovinano i palazzi del quartiere.
Siamo in via Varesina 184, a Milano nord-ovest, dentro una fabbrica degli anni Ottanta recuperata dopo quarant’anni. Si chiama Nomad. In oltre 1.500 metri quadrati tiene insieme ristorante, cocktail bar, musica e design, con l’idea di accompagnare una serata intera, dalla cena al dopocena. Ma per capire Nomad bisogna prima capire dove sta e che cosa c’era qui prima.
Il nome della via è già una mappa. Via Varesina deriva dall’antica strada per Varese, che per lungo tempo fu l’unico collegamento tra Milano e quella città. Il nome del distretto, Certosa, richiama invece il monastero di Garegnano, poco lontano da qui. Lo fondò con atto notarile, il 19 settembre 1349, Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, scegliendo un punto fuori dalle mura perché i monaci potessero vivere e pregare nel silenzio. Il complesso sorgeva nel Bosco della Merlata, una zona frequentata dai banditi. Nell’estate del 1357 vi fu ospite Petrarca.
Dentro la chiesa, la storia dell’arte fa il resto. Nel 1578 i certosini affidarono a Simone Peterzano un ciclo di affreschi, e nel 1584 lo stesso Peterzano si impegnò a insegnare a dipingere a un giovane Michelangelo Merisi, che il mondo conosce come Caravaggio. Daniele Crespi terminò i suoi affreschi nel 1629 e morì l’anno dopo, durante la peste del 1630. La chiesa è nota anche come la Cappella Sistina di Milano.
La vita del monastero finì per decreto. Nel 1782 i monaci dovettero lasciare la Certosa, quando l’imperatore Giuseppe II soppresse gli ordini contemplativi. Il convento fu poi in parte demolito, in parte venduto a privati e in parte trasformato in magazzino. Questo pezzo di Milano ha già cambiato destinazione più di una volta.
Garegnano restò un borgo fuori città. Dopo l’Unità d’Italia fu aggregato al comune di Musocco e solo nel 1923 venne unito a Milano. Nel frattempo era arrivato il treno. La stazione di Milano Certosa è stata aperta il 18 ottobre 1858, e l’edificio attuale, ricostruito nel 1999, porta la firma di Angelo Mangiarotti. Con i binari, e poi con le strade verso nord, la zona diventò una fascia di fabbriche.
Le fabbriche erano vere. La Forgiatura, al civico 162, era una delle più antiche fabbriche milanesi per forgiare acciai, e fino al 2001 vi si producevano componenti in acciaio speciale, destinati anche all’industria aeronautica.
Poco più in là c’era Sandvik, un gruppo nato da una modesta officina di Sandviken, in Svezia. In Italia è presente dal 1950 e negli anni Sessanta aprì uno stabilimento a Milano. Il civico 184, oggi indirizzo di Nomad, era la sede di Sandvik Italia. La scheda dell’archivio storico dell’azienda ricorda che nei sotterranei della sede di via Varesina 184 si versavano i documenti non più di uso corrente.
Nel tratto tra il civico 156 e il 208 si allineavano ex pennellifici, forgiature, acciaierie e perfino ex mattatoi. Poi la produzione se n’è andata e gli edifici sono rimasti. Il quadrante era rimasto fuori dalla stagione dei grandi cantieri milanesi, sospeso tra quartieri residenziali con pochi servizi e spazi produttivi lasciati andare via via.
Nel 2008 Stefano Sirolli e Pietro Guidobono Cavalchini, soci di RealStep, cercavano un’area dismessa da acquistare e la trovarono in via Varesina 158, a due passi da viale Certosa e dalla tangenziale, sulla direttrice per la Fiera di Rho. Non erano alla prima esperienza. Avevano già lavorato al rilancio di via Tortona: l’ex General Electric, l’ex Riva Calzoni, l’ex Nestlé poi ceduta a Giorgio Armani, l’ex Richard Ginori. Conoscevano il meccanismo.
Il campus della Forgiatura prese forma per fasi, su progetto dello studio di Giuseppe Tortato. RealStep lo presenta come il primo campus aziendale a zero emissioni di carbonio, e oggi ospita, tra gli altri, Medtronic, Zeiss e Sandvik. Fu il primo passo di una serie di recuperi che si sono poi allargati nella zona.
Il quartiere prende un nome
Il salto di scala è più recente. A marzo 2022 RealStep e la società immobiliare Jamestown annunciarono la rigenerazione dell’area con un nome, Certosa District: uffici, negozi, verde e un calendario di eventi, sul modello della città dei quindici minuti. Nello stesso periodo il quartiere ebbe un segnale visibile. Fuori dalla Forgiatura comparve un murale di oltre 57 metri firmato dallo studio CamuffoLab con SIGNS, intitolato “Quando la città cambia tu guarda i suoi colori”.

Arrivarono prima le aziende. Ad aprile 2023 i 350 dipendenti della sede europea di Whirlpool, oggi Beko Europe, entrarono nei 7mila metri quadrati di via Varesina 204, a quattro minuti a piedi dalla stazione. Poi arrivò chi dà un motivo per restare dopo le sei. A settembre 2023 aprirono le prime tre insegne di ristorazione indipendente: June Collective, Loste Café e Lafa. Crosta, tra i primi a inaugurare in via Varesina, aprì nel 2024, e a novembre 2025 il ristorante ABBA di Fabio Abbattista ha ottenuto la stella Michelin. Anche Aperitivo Festival per la sua quarta edizione ha scelto Certosa e il suo ideatore, Federico Gordini ci ha visto l’alto potenziale.
A settembre 2026 il bilancio è questo: gli spazi riqualificati superano i 75mila metri quadrati, tre quarti del piano complessivo. Il distretto ospita 25 realtà aziendali e accoglie circa 150mila persone l’anno. Secondo il CEO di RealStep, Stefano Sirolli, l’investimento complessivo supera i 300 milioni di euro. Solo la ristorazione, con le aperture del 2026, conta ormai dodici punti vendita.
Il civico 184 è arrivato per ultimo, ed è stato il più laborioso. Per recuperarlo servì prima svuotare: smontaggio di tre palazzine collegate a uso uffici e dei capannoni, bonifica dei materiali con amianto e delle fibre artificiali sulle facciate, poi l’abbattimento delle palazzine con un mezzo dal braccio di trenta metri, gli scavi e la bonifica dei terreni. Le strutture industriali più antiche però furono conservate. È su quelle che poggiano gli spazi di oggi.
La Fabbrica, oltre 6mila metri quadrati con spazi espositivi per food e nightlife, uffici e showroom, era attesa per l’inizio del 2025. È arrivata nel 2026, con un nome nuovo: Department 184. Nella prima parte dell’anno hanno aperto Department 184, Nomad e Club Dept 184, nei 7mila metri quadrati dell’ex sede Sandvik, mentre accanto procede il cantiere di un parco pubblico da 10mila metri quadrati.

Dietro Nomad
Chi sta dietro Nomad ha già scommesso su una strada prima che diventasse quella che conosciamo. Nomad nasce dall’esperienza del gruppo Baldaccini, lo stesso dello storico Hollywood. Il club aprì il 15 gennaio 1986, in un Corso Como molto diverso da quello di oggi.
La storia, per come la raccontano i protagonisti, comincia in un bar. Il dj Ringo era appena tornato a Milano dopo alcuni anni nei club di Los Angeles, dove si era portato cinquecento dischi in vinile da 12 pollici introvabili in America. Ritrovò gli amici Giorgio Baldaccini e Roberto Galli e, in un bar di Corso Vittorio Emanuele, raccontò loro cosa faceva in California. Galli, discografico che non sapeva più che ruolo darsi, si inventò art director. Ringo, che aveva fatto il parrucchiere nel giro di Fiorucci e del Plastic, voleva provare a mettere i dischi. A Baldaccini venne in mente l’ex Mandala di Corso Como. La prima sera, ricorda Galli, c’erano millecinquecento persone.
Il resto è mitologia milanese. Il compleanno di Prince, nel giugno 1987, è tra gli episodi più citati. Alberto Baldaccini, figlio di Giorgio, ricordava anni dopo Bruce Willis che faceva il barman a torso nudo dietro il bancone e le finte risse tra Schwarzenegger e Stallone messe in scena per i fotografi. Ma secondo Ringo la fortuna del locale stava in un’altra cosa: dalla scalinata scendevano stilisti, modelle e calciatori, ma anche operai e personaggi della vecchia mala milanese.
Il club ha anche conosciuto il silenzio. L’ultima serata prima del lockdown, il 23 febbraio 2020, fu interrotta due ore dopo mezzanotte dall’ordinanza che imponeva la chiusura dei locali. Otto mesi dopo l’Hollywood era ancora chiuso, con un controsoffitto ceduto in settembre dopo un temporale e un affitto annuale di 250mila euro per poco più di 500 metri quadrati. Baldaccini, allora, diceva di non sapere se e quando avrebbero riaperto. Hanno riaperto. A febbraio 2026 l’Hollywood ha festeggiato quarant’anni con lo stesso nome, la stessa sede e i soci originari ancora presenti. Il CEO è Fabricio Lanfredi, tra gli ideatori di Nomad.
Quella storia spiega, in parte, perché proprio via Varesina. E forse spiega anche perché il progetto di oggi ragioni per ambienti che cambiano funzione nel corso della serata.
Dentro Nomad
Si entra in un edificio che non nasconde di essere stato una fabbrica. Il concept si chiama Industrial Jungle: conserva la materia dell’edificio, cioè pietra, cemento e legno, e la mette in dialogo con una vegetazione tropicale diffusa.

Lo si capisce guardando la sala. Una lunga parete a tessere prende luce da una fila di faretti puntati dall’alto. Sotto corre la panca angolare, in tonalità tortora, che si affaccia su un grande volume di cemento lavorato, ruvido come intonaco. Il pavimento è un cemento scuro e liscio in cui si riflettono le luci. Le poltroncine sono curve e avvolgenti, con lo schienale che gira attorno al tavolo. In un’altra sala il soffitto è scuro e riflettente, e le fioriere sospese compaiono due volte, una in alto e una nel riflesso. Le luci sono basse e calde, da faretti su binario, da strisce di luce lungo il perimetro del controsoffitto, da lampade sui tavoli.
Gli ambienti sono fluidi e pensati per cambiare funzione senza perdere identità. Accanto al ristorante ci sono un’ampia area esterna per musica ed eventi, una chef table per cene e aperitivi “a vista”, una pergola climatica privata e spazi flessibili per presentazioni, cene riservate e appuntamenti aziendali. In tutto sono circa 120 coperti tra sala, chef table, banco bar e veranda. La stessa continuità permette di ospitare una cena come un evento corporate, un’esposizione, un appuntamento con i media o una serata legata alla moda. Il design, dicono dal progetto, non è uno sfondo: decide come si attraversa il locale e quali incontri succedono, di giorno e di sera.
Il nome è una dichiarazione d’intenti. Nomade è chi è curioso, abituato a muoversi, capace di sentirsi a casa in città diverse. Nomad si rivolge a un pubblico internazionale più per attitudine che per provenienza, con un’accoglienza attenta ma senza formalismi.
In cucina Nomad: Francesco Guarino
Alla cucina c’è Francesco Guarino. Ha cominciato a quindici anni e ha costruito il suo percorso tra Milano e il Nord Italia. L’esperienza più formativa è stata all’Excelsior Hotel Gallia di Milano, a stretto contatto con la famiglia Cerea, dove era sous chef alla Terrazza Gallia. Poi le tappe all’estero: Giappone, Vietnam, Messico.

Si sente nel menù, che parte da piatti che tutti riconoscono e li sposta di un passo. La ricciola alla brace arriva con un fondo bruno di pesce e con le zucchine alla scapece, cioè fritte e marinate. Il tataki di manzo, scottato e affettato, ha salsa teriyaki e una maionese leggera al wasabi. Il riso Carnaroli si accompagna a scampo, bisque e scorza di limone candito. Poi la parmigiana di melanzane e il tiramisù Nomad. C’è un raw bar, e ci sono alcuni piatti della tradizione, come il risotto allo zafferano, riletti con un twist. La ricerca, insistono, non deve diventare esercizio di stile.

Le materie prime nascono da rapporti costruiti direttamente con produttori e fornitori conosciuti nel tempo. La cucina non lavora a parte, ma in dialogo con il bar, la sala e il carattere della serata.
Al banco Nomad: Marcos Néia

Il cocktail bar è di Marcos Néia, bar manager con oltre ventuno anni di esperienza tra Brasile, Italia e Dubai, in hotel cinque stelle, ristoranti fine dining e locali ad alta affluenza. Vive a Milano da qualche anno e unisce la tecnica classica a una sensibilità brasiliana, riletta attraverso il contesto italiano. La drink list attraversa aperitivo, cena e dopocena e nasce dal confronto continuo con la cucina.

Dietro la proposta ci sono collaborazioni con il gruppo Martini, Velier (anche per i vini Triple A), Lunelli-Ferrari, Moët Hennessy per lo Champagne e il distributore Sagna per le etichette internazionali. Il grande banco in pietra è uno dei punti focali della sala: lì si incontrano ospiti, bartender e brigata, e attorno a lì la serata cambia passo.
Un episodio racconta il metodo meglio di una dichiarazione: durante le prove per la carta cocktail, uno scarto di lavorazione nato dietro al bancone è stato recuperato e trasformato in ingrediente di uno dei dessert.
Nomad: dodici persone, quattro paesi
Chi entra da Nomad di sera vede il risultato. Il lavoro che lo rende possibile comincia prima e a porte chiuse. Ogni serata parte molto prima dell’arrivo degli ospiti, con un briefing in cui cucina, sala e bar si mettono d’accordo sul servizio che li aspetta. A fine turno, a locale svuotato, c’è il debriefing, il momento in cui ci si dice com’è andata. In mezzo ci sono gli assaggi, le masterclass di vino e di mixology, le riunioni con i founder, la costruzione paziente di procedure condivise. Non sono riti da manuale. In dodici non ci si nasconde dietro il proprio ruolo: l’obiettivo, dicono dal locale, è che ogni passaggio, dal tavolo al bancone, sia guidato dalla stessa cura.
La squadra ha trentotto anni di età media e quattro paesi nelle storie personali: Italia, Brasile, Ecuador, Sri Lanka. Ci sono un bar manager di formazione brasiliana, che vive a Milano da alcuni anni, e un cuoco cresciuto tra Milano e il Nord Italia con esperienze in Giappone, Vietnam e Messico. Ci sono poi colleghi con percorsi e culture diverse, e ciascuno porta il proprio modo di stare in sala. Il lavoro quotidiano è trasformare tutto questo in un linguaggio comune dell’ospitalità. Lo scarto del drink diventato ingrediente di un dessert nasce da qui, da idee che passano da un reparto all’altro.
L’accoglienza non segue un copione uguale per tutti. Si adatta all’ospite e costruisce familiarità con il tempo, serata dopo serata. Perché di una serata resta anche il modo in cui ci si è sentiti, oltre a ciò che si è mangiato e bevuto.
Nomad: dal debutto a oggi
La storia pubblica di Nomad è breve e si ricostruisce per date. A marzo 2026 il locale è stato presentato come nuovo punto di riferimento del clubbing milanese con cucina italiana contemporanea, il primo grande arrivo dell’anno nel distretto, che nelle stesse settimane vedeva annunciato anche Duro Club, progetto musicale dei fratelli Augeri in un ambiente di architettura brutalista.
A metà maggio il distretto ha ospitato Aperitivo Festival, dal 15 al 17, con Nomad scelto per gli afterparty di tutte e tre le serate. Poi l’inaugurazione ufficiale, a fine maggio, con Mamacita protagonista della serata iniziale. Il 29 maggio Nomad ospitava già una delle serate di punta della stagione estiva, ancora con Mamacita. I sabati d’estate erano accompagnati dalla diretta radio di Viva FM.
Ora Nomad si presenta prima di tutto come Contemporary Italian Restaurant & Bar, dentro un’idea di lifestyle hospitality in cui l’alta qualità dell’offerta enogastronomica incontra design, musica e joie de vivre. Il club è una parte della serata, non più il punto di partenza.
La visione, intanto, è uscita da via Varesina. Sono già avviati OASI Nomad Beach House a Santa Teresa di Gallura, beach club del Mangia’s Santa Teresa Sardinia (Curio Collection by Hilton), e Nomad Factory Living, progetto immobiliare del gruppo Gibeon con trentacinque luxury industrial loft ispirati all’universo Nomad. Alle spalle c’è Wave, holding specializzata nel new entertainment, che partecipa a The Corp, primo consorzio italiano dedicato all’intrattenimento. Tra gli ideatori figurano Alberto Baldaccini (laurea alla Bocconi e MBA alla Columbia, poi finanza aziendale e M&A, con gestione di realtà legate all’intrattenimento dal 2005), Fabricio Lanfredi e Dario De Lisi.
Competenze e relazioni sono al servizio del progetto, ma Nomad, sottolineano, non vuole essere la vetrina della holding: deve restare un luogo legato al quartiere che lo ospita.
E il quartiere non ha finito. A via Giovanni Barrella nasce un polo dedicato alla formazione nella moda, con 187 unità abitative operative da gennaio 2027. La storica Cattedrale, 2.500 metri quadrati alti dodici metri, già sede di Koelliker, ospiterà entro fine anno il quartier generale italiano di un gruppo internazionale. Nei prossimi due anni è previsto anche un nuovo intervento residenziale destinato alla vendita.
Alberto Baldaccini, founder di Nomad, l’ha detta così: “Abbiamo immaginato Nomad come il luogo che noi stessi avremmo voluto trovare in città: un ristorante in cui si viene per mangiare bene, ma si resta perché la musica cambia, il bancone si anima e la serata può sorprendere”.
La scommessa è quella di tutto il distretto: dare a una zona che era solo di passaggio una ragione per fermarsi. Se funzionerà lo diranno le prossime stagioni. Per ora ci sono una fabbrica con le piante appese al soffitto, una brigata di dodici persone e un indirizzo che, fino a qualche anno fa, di sera nessuno avrebbe cercato!
Nomad Milano Via Varesina 184, Milano






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