Il borgo medievale in Alto Adige: Törggelen, Avvento e neve in Valle Isarco.
Chiusa: castagne e vino nuovo, lanterne d’Avvento, neve davanti alle Dolomiti e due indirizzi da sogno dove dormire.
Piccola, preziosa, centrale. Chiusa è uno di quei luoghi che si capiscono soltanto rallentando, e la stagione fredda è il momento migliore per farlo. Tra ottobre e marzo la cittadina medievale della Valle Isarco, in Alto Adige, cambia pelle senza mai perdere la sua anima: prima i castagneti dorati di Velturno, le Stube del Törggelen e il Sylvaner appena spillato; poi le lanterne del Klausner Gassladvent nei vicoli, le ciaspolate sull’Alpe di Villandro, un brindisi tra i rifugi quando la neve comincia a sciogliersi.
Questo è un viaggio da fare a piedi o in navetta, lasciando l’auto e il telefono in fondo alla borsa. Un itinerario tra quattro paesi, Chiusa, Velturno, Barbiano e Villandro, che racconta cosa vedere e cosa fare in autunno e in inverno, e che si chiude con due indirizzi dove dormire che sono, da soli, una ragione per partire: un castello del Quattrocento appena premiato con la Chiave Michelin e un rifugio tra i boschi dove il sonno è diventato un’arte.
Per capire Chiusa bisogna alzare lo sguardo. Sopra i tetti, aggrappato alla sua rupe, il Monastero di Sabiona veglia sulla valle da secoli: è la culla spirituale del Tirolo, tanto che qui lo chiamano l’Acropoli della regione. Sotto, la cittadina si stringe lungo l’Isarco in un intreccio di pietra antica, facciate merlate e botteghe di tradizione, con quel passo raccolto che le è valso un posto tra i Borghi più belli d’Italia. Prima di lasciare il centro, merita una sosta il Tesoro di Loreto, donato nel Seicento dalla regina Maria Anna d’Asburgo: un patrimonio d’arte sorprendente per un borgo di queste dimensioni.
La sua forza è la misura. Chiusa sta nel baricentro culturale della Valle Isarco, a breve distanza da Bolzano e da Bressanone, eppure ne resta in disparte. È il luogo ideale per quello che oggi chiamiamo silent travel: un viaggio fatto di sottrazione, in cui il lusso non è aggiungere servizi ma togliere rumore. Camminare senza fretta, vivere senza notifiche, tornare ad ascoltare il paesaggio e il proprio respiro.
D’autunno, il borgo si fa tavola. Il Törggelen, l’antica tradizione altoatesina che celebra il vino nuovo e i frutti del raccolto, scende dai masi fino al centro storico, e le piazze diventano una sorta di osteria diffusa a cielo aperto. Castagne arrostite, canederli, mele appena colte e, nel bicchiere, i bianchi eleganti della Valle Isarco, con il Sylvaner a fare da bandiera: la convivialità contadina incontra la pietra medievale, e nessuno sembra avere fretta di alzarsi.
Con i primi freddi, gli stessi vicoli cambiano voce. È il tempo del Klausner Gassladvent, e il nome dice già tutto: Gassl, in dialetto, è il vicolo stretto della tradizione altoatesina, e questo è l’Avvento che prende vita lungo le viuzze del borgo. Non un mercatino di casette in fila, ma un percorso tra lanterne posate sui ciottoli, un presepe vivente, musiche d’atmosfera e le prelibatezze della cucina locale. Quest’anno si accende dal 27 novembre al 23 dicembre, ogni fine settimana dal venerdì alla domenica, dalle dieci del mattino alle sette di sera, con aperture straordinarie il 7 e l’8 dicembre e poi dal 21 al 23, nei giorni che precedono la vigilia.
Ogni weekend ha il suo tema. Si apre con la tradizione musicale alpina e il weekend degli ottoni, e il sabato si costruisce il più lungo spiedino di frutta glassata al cioccolato, con l’intero ricavato destinato alla rete benefica provinciale Südtirol Hilft. Seguono i giorni dei bambini, tra burattini, carrozze d’epoca e la rievocazione di San Nicolò e dei Krampus, e poi quelli dell’artigianato, con i maestri del legno, del feltro e delle erbe officinali al lavoro davanti al pubblico. Il gran finale è domenica 20 dicembre alle 17:30: uno spettacolo di fuoco che accende la pietra antica prima dei giorni della vigilia. Il consiglio è arrivare nel tardo pomeriggio, quando la luce cala e le lanterne prendono il sopravvento: è allora che il borgo mostra il suo volto migliore, più sussurrato che sfavillante.
Velturno è il versante del sole. Noto come paese dei castagni. Qui cresce uno dei patrimoni di castagneti più estesi dell’Alto Adige, e in autunno il paesaggio sembra dipinto a foglia d’oro. Il Sentiero del Castagno lo attraversa da parte a parte, ed è in ottobre che va percorso: i ricci aperti sotto le scarpe, le foglie che scricchiolano, l’odore di terra umida e di legna che brucia in qualche maso lontano. È lì, nelle Stube, che il Törggelen trova la sua forma più autentica, attorno a tavoli di legno consumati da generazioni di commensali.

E c’è un piccolo rito che segna, quassù, l’ingresso nella stagione: la preparazione dei Grüne Krapfen, i Krapfen verdi. Sono frittelle dalla forma allungata, simbolo della cucina contadina locale: una sfoglia sottile e croccante che racchiude un ripieno morbido di ricotta e spinaci. Un sapore antico, semplice, che racconta l’identità gastronomica della valle meglio di qualsiasi menù degustazione. Vale la deviazione, e forse anche il bis.

Quando arriva la neve, gli stessi castagneti diventano silenziosi e ovattati. Velturno si trasforma allora nel punto di partenza ideale per passeggiate panoramiche tra boschi imbiancati, con la valle che si apre ai piedi e il solo rumore dei propri passi a fare compagnia.

Barbiano, con la sua torre che pende, ha l’aria di un paese capace di prendersi poco sul serio. Il campanile della chiesa di San Giacomo pende, e pende davvero, come un vecchio che si appoggia al bastone per guardare meglio la valle. È l’immagine che tutti fotografano, ma il paese ha un secondo segreto: le cascate del Rio Ganda, che precipitano in una serie di salti spettacolari. In autunno, quando la luce si fa bassa e l’acqua più gelida, il rumore della cascata diventa l’unica voce del bosco, e i vigneti rossi tutto intorno fanno il resto.
D’inverno Barbiano cambia passo ma non carattere. Dal fondovalle di Chiusa i sentieri salgono verso il paese tra boschi ovattati, e i suoi pendii, raggiungibili in pochi minuti con la navetta del Winter Skisafari, si offrono a chi cerca una neve tranquilla, lontana dalle grandi folle.
Villandro, l’altopino sospeso, chiama verso l’alto. In autunno si sale fino al suo alpeggio, dove l’orizzonte si spalanca all’improvviso sulle Dolomiti e il silenzio diventa una presenza quasi fisica, da ascoltare più che da attraversare. I larici e i prati ingialliti accompagnano il cammino, e ogni curva regala un nuovo profilo di montagna.

Con la neve, l’Alpe di Villandro si trasforma in una distesa candida e soleggiata, un anfiteatro naturale con le vette dolomitiche a fare da quinta. È il regno dello sport contemplativo, dove il ritmo dei passi e del respiro scandisce la giornata. Gli anelli per lo sci di fondo seguono dolcemente le ondulazioni dell’alpeggio, gli itinerari tracciati per le ciaspole e il winter hiking si muovono in una quiete assoluta, e lo slittino riporta un po’ d’infanzia nelle discese. Le soste nei rifugi tradizionali, golose e rigeneranti, sono parte integrante del programma.

All’Alpe si arriva anche senza auto, ed è forse il modo più coerente di viverla. Il Winter Skisafari, la navetta di mobilità sostenibile che si prenota direttamente in albergo, porta in pochi minuti dai vicoli di Chiusa ai silenzi dell’altopiano, ai pendii di Barbiano e Velturno. E per chi ha nostalgia delle grandi piste, raggiunge anche i comprensori vicini: Val Gardena, Alpe di Siusi, Plose, Rio Pusteria e Corno del Renon.
L’inverno, quassù, si congeda con un brindisi. A metà marzo 2027 l’Alpe di Villandro ospita, come ogni anno in questo periodo, Snow & Wine, un’escursione enogastronomica a tappe tra i rifugi, quando il sole d’inizio primavera scalda già la neve. A ogni sosta, i migliori bianchi della Valle Isarco incontrano le creazioni culinarie del territorio, con un panorama a tutto tondo. È il momento in cui l’eleganza del calice e l’anima rustica della montagna si danno la mano, e la stagione fredda si chiude come era cominciata: con il vino della valle.

Dove dormire: Castel Ansitz Steinbock, il castello con la Chiave
A Villandro, a 880 metri e a dieci minuti da Chiusa, c’è una dimora del Quattrocento che la Guida Michelin ha appena messo sulla mappa dell’ospitalità mondiale. Castel Ansitz Steinbock ha conquistato una Chiave Michelin 2026, il nuovo riconoscimento che la Guida assegna agli hotel d’eccezione, come le Stelle fanno con i ristoranti: premia personalità, cura del servizio e design. Arriva dopo il titolo di Hotel dell’Anno 2024 della Gault Millau.

Dietro c’è la visione di una giovane albergatrice, Elisabeth Rabensteiner, che ha restaurato il maniero senza addomesticarlo. Lo nota la stessa Michelin: nonostante l’intervento accurato, il carattere storico resta uno degli elementi distintivi della proprietà. Lo si capisce dalla soglia: mura in pietra del XV secolo, una porta in ferro battuto, lo stemma nobiliare in facciata, e tutt’intorno la campagna.
Le suite sono dodici, ognuna diversa dall’altra, ognuna una piccola dichiarazione d’amore per l’artigianato. L’architettura gotica incontra il contemporaneo senza attriti: i pavimenti in pino centenario cedono appena sotto il passo, le pareti intonacate a calce trattengono una luce morbida, i tappeti vintage raccontano altre vite.

Poi ci sono i dettagli, che qui sono la sostanza. Il lavabo è scavato nel basalto massiccio dell’Alpe di Siusi, la sauna privata è in legno di cembro e profuma di bosco appena si apre la porta. Le lampade portano la firma di Catellani & Smith, i mobili del bagno quella di Antonio Lupi, le vasche quella di Boffi. E in un angolo aspetta l’Honesty Bar in quercia affumicata, dove servirsi da soli è un gesto di fiducia reciproca. Un’estetica ricercata, mai ostentata.
Dalle finestre: la Valle Isarco, le Odle della Val di Funes, il Sasso Putia, le cime dell’Alpe di Siusi.
Il servizio più prezioso è invisibile. Con il Private SPA Service, nelle suite con vasca e sauna, l’ospite sceglie l’essenza per il bagno, scende al bar del castello per un drink e, al rientro, trova acqua e sauna già alla temperatura desiderata. Un rituale privato, cucito su misura.
In cucina c’è un altoatesino classe 2000. René Tschager è stato “Miglior cuoco” ai WorldSkills Italy 2020, i campionati nazionali dei mestieri, e “Young Chef 2019” per l’Associazione Cuochi Altoatesini. La sua è una cucina moderna e pulita, di rigore formale ma non priva di fantasia: pochi elementi scelti con cura, in equilibrio di sapori e consistenze. Minimalista, non ascetica. La tecnica serve il gusto e la materia prima, mai il contrario.
Tre sono le strade per sedersi alla sua tavola, tutte costruite sugli ingredienti del territorio. La più conviviale passa per la Steinbock Wirtsstube, dove la formula Stain à la carte mette in tavola le specialità fatte in casa, a cominciare dai canederli. Gli ospiti dell’hotel hanno poi lo Steinbock classic, un menù di cinque portate servito nella sala da pranzo che chiamano “Tribunale” o, nelle giornate più miti, sulla terrazza del giardino.
La terza strada è la più intima, e la più audace: il fine dining, con percorsi degustazione di cinque o sei portate per appena quattro tavoli.
La Lumosa è il capitolo nuovo, e il più suggestivo. I quattro tavoli stanno nella Selchkuchl, la stanza dove un tempo si affumicava lo speck, oggi uno spazio caldo, minimale, elegante, con il design contemporaneo incastonato nelle mura storiche. Il nome è un piccolo gioco: Luma, la luce, e Fumosa, il fumo e la brace che quella stanza ha conosciuto per secoli.

Il vino è affare di Bastian Winkler, sommelier già insignito del “Premio per la cultura del vino”. La sua cantina sta a sei metri sottoterra, sotto volte secolari, e custodisce oltre 800 referenze.
D’inverno il maniero si fa ancora più raccolto. Winter Wonderland. Dal 19 dicembre all’11 gennaio l’aperitivo si prende attorno al fuoco acceso del braciere. Poi si scende in cantina, tra le bottiglie di Winkler, per la fondue di carne biologica altoatesina: forse la cena più memorabile della stagione in valle.
Dove dormire (parte 2): Gnollhof – Mystic Place Dolomites, l’arte del sonno
Se lo Steinbock è il lusso della materia, il Gnollhof è il lusso del silenzio. Siamo a Gudon, a 1.160 metri, affacciati sulla Valle Isarco: lontani dal frastuono, eppure a pochi minuti dal borgo di Chiusa. D’inverno la neve avvolge tutto in un manto che attutisce perfino i pensieri; d’autunno sono gli abeti rossi a fare da cassa di risonanza alla quiete.

La casa è della famiglia Verginer dal 1888; oggi la guidano i fratelli Margit e Peter. Hanno scelto di fare del riposo il centro di tutto, e lo hanno fatto con metodo.
Le 54 camere e suite, dal design minimalista e affacciate sulle Dolomiti, profumano di cirmolo: è lo stesso pino cembro delle saune dello Steinbock, un’essenza che la tradizione alpina associa al sonno profondo e che regala una sensazione di pace immediata. I dettagli sono pensati per chi dorme male a casa: materassi ergonomici e cuscini di diverse dimensioni, da scegliere come si sceglie un vino.
La spa prolunga la quiete del bosco. La piscina a sfioro riscaldata guarda le Dolomiti senza alcuna barriera; all’aperto c’è l’idromassaggio. Il trattamento firma è il Rituale del Sonno, pensato per indurre uno stato profondo di pre-sonno: il modo più coerente di chiudere una giornata qui.

Il paesaggio non fa da sfondo: è parte del programma. In autunno la wellness trainer Michaela guida sessioni di forest bathing creativo tra gli abeti rossi e passeggiate che intrecciano movimento dolce, pilates e pause di contemplazione. D’inverno il Gnollhof diventa base per ciaspolate silenziose, passeggiate meditative ed escursioni guidate nei boschi innevati.
La cucina è guidata dallo stesso Peter Verginer: piatti stagionali altoatesini, preparati con prodotti DOP, IGP o Presìdi Slow Food, dove la tradizione incontra una creatività contemporanea. In cantina, le etichette pluripremiate della tenuta vinicola di famiglia, Taschlerhof.
C’è anche un impegno meno visibile ma sostanziale: la certificazione GSTC (Global Sustainable Tourism Council), che riconosce pratiche a basso impatto ambientale e il sostegno concreto alla comunità locale.
Informazioni pratiche di viaggio
Come arrivare. In treno da Bolzano, con collegamenti comodi. In auto, autostrada del Brennero A22, uscita Chiusa-Val Gardena. Villandro e Castel Ansitz Steinbock sono a 10 minuti da Chiusa e a circa 30 da Bolzano.
Appuntamenti. Il calendario, per chi vuole cogliere la valle nei suoi momenti migliori, segue il ritmo delle stagioni. L’autunno è il tempo del Törggelen, del foliage nei castagneti di Velturno e dei Krapfen verdi, tra i masi e le piazze di Chiusa. Dal 27 novembre al 23 dicembre il centro storico ospita il Klausner Gassladvent, con lo spettacolo di fuoco che lo chiude domenica 20 dicembre alle 17:30. Tra il 19 dicembre e l’11 gennaio, a Villandro, Castel Ansitz Steinbock accende il braciere e serve la fondue in cantina. E a metà marzo 2027 l’Alpe di Villandro saluta l’inverno con il brindisi itinerante di Snow & Wine.
Per prenotare. Castel Ansitz Steinbock si trova in via Defregger 14 a Villandro (tel. +39 0472 843 111, info@ansitzsteinbock.com, ansitzsteinbock.com). Il Gnollhof – Mystic Place Dolomites è a Gudon 81, nel comune di Chiusa (tel. +39 0472 847 323, info@gnollhof.it, gnollhof.it).
Per tutto il resto, dagli itinerari alle prenotazioni del Winter Skisafari, la porta a cui bussare è quella della Società Cooperativa Turistica Chiusa, Barbiano, Velturno e Villandro, in piazza Mercato 1 a Chiusa (tel. +39 0472 847 424, info@klausen.it, klausen.it).
Poi basta lasciare l’orologio in valigia.
A Chiusa, d’autunno come d’inverno, il tempo giusto è quello che si decide di concedersi.





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