Tintilia Catabbo del Molise STORIEDICIBO

Tintilia Catabbo: i cru del Molise nati tra le pietre

Tre fratelli, tre tenute, quattro Tintilie: il vitigno salvato da un uomo quasi astemio.

Tintilia Catabbo: i cru del Molise e la storia di Vincenzo.

C’è un vino che in Molise, trent’anni fa, nessuno voleva più piantare. Rendeva poco, maturava tardi, era stato estirpato quasi ovunque. Un commerciante di cereali che il vino nemmeno lo beveva decise di scommetterci, convinse un vecchio contadino a cedergli le ultime barbatelle e piantò mezzo ettaro su una collina di pietre. Oggi i suoi tre figli, Sara, Carla e Pasquale Catabbo, raccontano quella Tintilia in quattro versioni, una per ogni collina. Li abbiamo ascoltati a tavola, bicchiere dopo bicchiere, a pochi mesi dalla scomparsa del padre.

Il nome, a volerlo ascoltare, diceva già tutto. Contrada Petriera: terra di pietre. Su quel fazzoletto di collina a San Martino in Pensilis, in provincia di Campobasso, il nonno aveva comprato un piccolo appezzamento e lo aveva regalato al figlio Vincenzo. Nessuno, allora, ci vedeva un vigneto. Vincenzo Catabbo meno di tutti: era un commerciante all’ingrosso di cereali, uno che i campi li misurava in quintali di grano, e il vino, per dirla con affetto, non lo reggeva.

A raccontarlo, seduta a tavola davanti a quattro calici di Tintilia, è Sara, che in azienda guida il commerciale. Parla veloce, con le mani, e a un certo punto si scusa sorridendo: “Questa chiacchiera l’ho presa da lui”. Accanto a lei ci sono Carla, la sorella che per prima ha lavorato al fianco del padre e oggi segue l’amministrazione, e Pasquale, il più giovane, quasi dieci anni meno di loro, perito agrario enotecnico che oggi segue vigna e cantina con l’enologo Emiliano Falsini, consulente dalla vendemmia 2017. Tre voci che si correggono, si sovrappongono, si passano la parola come si passa una bottiglia. Vincenzo se n’è andato all’improvviso nella primavera del 2025. In questa storia, però, è presente in ogni frase.

Tutto comincia con una vendita. L’attività di Vincenzo nei cereali era cresciuta fino a ricevere un’offerta che non si poteva rifiutare, con il vincolo di non tornare in quel mestiere. Fu la moglie Margherita a decidere dove mettere quel denaro: nella terra. Intorno al regalo del nonno, Vincenzo comincia a comprare particelle, più o meno un ettaro all’anno, e ci semina quello che conosce: il grano.

La Petriera, però, non perdona. I contoterzisti che lavorano i suoi campi arrivano alla mietitura e le pietre si infilano nelle lame delle macchine, inceppandole, spezzandole. Uno dopo l’altro rinunciano. Sara ricorda lo sconforto del padre davanti a quella collina che sembrava non voler rendere nulla: il dubbio di aver sbagliato tutto, l’investimento, il terreno, la scelta.

Nel frattempo Vincenzo si reinventa agente di commercio, perché la sua dote era la parola. È un mestiere che lo porta lontano, e un giorno in Francia. Lì vede per la prima volta vigneti allevati a filare, ordinati come opere d’arte. In Molise, all’epoca, la vite era qualche tendone isolato, il filare quasi sconosciuto. Torna a casa con un’idea fissa: piantare vigne sulle sue pietre. Comincia  con Merlot e Trebbiano, poi con la Malvasia, perché è il vino che si vende, e con mezzo ettaro di Nero d’Avola, scelto per una ragione disarmante: a lui piaceva perché era “dolce”. Intendeva morbido. Un uomo quasi astemio aveva appena deciso di fare il vignaiolo.

“Catabbo, fai quello che vuoi!”

In famiglia la notizia viene accolta con ironia. La nonna di Margherita lo interroga senza giri di parole: “Vince’, ma tu mo’ hai venduto l’attività, cosa ti sei messo a fare?”. Tonino, cugino della moglie, rincara la dose, prendendolo in giro proprio per quel suo rapporto difficile con il bicchiere. Poi, quasi per sfida, gli chiede se abbia mai sentito parlare della Tintilia. Un’uva un tempo diffusa nelle colline del Molise, spiega, e ormai quasi perduta: poco produttiva, tardiva, progressivamente espiantata a favore di varietà più generose.

Vincenzo è curioso ma soprattutto pratico. Vuole sapere dove trovarla. Il cugino conosce un solo nome: un vecchio contadino di Ferrazzano, paesino alle porte di Campobasso, che custodisce ancora qualche barbatella. Università, agronomi, altri produttori gli fanno la corte da tempo. Lui non cede a nessuno. Vincenzo si fa fissare un appuntamento.

L’accoglienza, racconta Sara, fu pessima: un uomo accigliato, diffidente, chiuso. Che cosa si siano detti quel giorno nessuno lo sa. Sanno però come finì. A un certo punto il contadino posò una mano sulla spalla di Vincenzo e gli disse: “Catabbo, fai quello che vuoi!”. Con quelle barbatelle, nel 1992, nasce il primo impianto di Tintilia della famiglia, sul Colle Cervino, in Contrada Petriera. È lo stesso mezzo ettaro da cui oggi esce la Riserva che porta il suo nome.

Non esisteva ancora un “caso Tintilia”. Non c’era un disciplinare, non c’era un mercato. La varietà sarebbe entrata nel Registro nazionale delle varietà di vite solo nel 2002 e la denominazione Tintilia del Molise sarebbe arrivata nel 2011. Vincenzo ci crede quando crederci, dice Sara, era impossibile: impossibile credere in un vitigno, impossibile credere in una viticoltura diversa in Molise.

Torna in Francia, tra Bordeaux e Borgogna, per capire come nascono i grandi vini, e riporta a casa un principio che i figli ripetono ancora come un insegnamento di famiglia: la vigna non è qualcosa di neutrale. Bisogna capire quel singolo territorio, quella singola pianta, quell’esposizione, per ottenere un vino che ne sia l’espressione. Nel 2004 la famiglia smette di vendere le uve e costruisce la propria cantina. Dal 2016 è certificata biologica. Oggi le tenute sono tre, gli ettari complessivi ottanta, e la Tintilia viene letta collina per collina.

Tintilia Catabbo del Molise STORIEDICIBO

Siamo con  Cantine Catabbo. Sul logo aziendale, se lo si guarda bene, ci sono tutti: la V di Vincenzo, la M di Margherita, poi Sara, Carla e Pasquale. “Eravamo innamorati di nostro padre sotto tutti i punti di vista”, dice Sara. E non c’è bisogno di aggiungere altro.

Una sola uva, tre colline

Catabbo è stata la prima azienda molisana a portare il concetto di cru dentro la produzione di Tintilia. Detto così suona come una formula da racconto pubblicitario.  Ascoltato da Pasquale, diventa geologia domestica. “Non sono terreni uguali”, spiega. “Cambia tantissimo la tessitura”. Le tenute sono tre, tutte biologiche, distanti pochi chilometri l’una dall’altra, e ciascuna restituisce una Tintilia diversa. Il fil rouge, dice, resta lo stesso: l’acidità, una vena minerale, quella speziatura che in zona riconoscono al primo sorso.

Nella nostra degustazione i vini sono quattro, tutti Tintilia del Molise in purezza, tutti biologici. Tutti 2024, tranne la Riserva che è un 2022.

Tintilia Catabbo del Molise STORIEDICIBO

Al Convento, l’anfora e le rovine del campo sportivo

Il primo calice viene dalla Tenuta al Convento, a circa cinque chilometri dal corpo aziendale. Il convento non è dei Catabbo, il nome viene dall’edificio religioso che sorge lì accanto. La zona un tempo si chiamava Vaccareccia, perché ospitava gli allevamenti di vacche, e la terra ne porta ancora la memoria: grassa, ricca di sostanza organica, calcarea. Sono gli impianti più recenti della famiglia, e la Tintilia lì, si accorsero presto, veniva fuori in un altro modo.

L’idea dell’anfora nasce da un cantiere. A San Martino in Pensilis, durante gli scavi per il campo sportivo, riemergono i resti di un’antica abitazione con anfore al suo interno. Non terracotta semplice, ma cocciopesto. I Catabbo decidono di seguire quella traccia: si rivolgono a un laboratorio toscano, l’unico in grado di realizzarle, e fanno impastare nell’argilla le pietre della Petriera. “Abbiamo cercato di dare un filo conduttore dal terreno stesso fino al vino finale” racconta orgoglioso Pasquale.

La fermentazione avviene in acciaio, poi il vino riposa in anfora. Quanto, lo decide l’annata: tre, quattro mesi al massimo, secondo Pasquale, perché la microporosità del cocciopesto accelera l’evoluzione e oltre quel punto il vino rischia di andare troppo avanti. “Cerchiamo di bloccarlo proprio in quel momento, quando è al top”. L’effetto si sente: l’Anfora 2024, 14 gradi, ha già una maturità che fa sembrare più evoluto lui della Riserva 2022 servita per ultima. Nel calice è un rubino profondo con orlo granato, poco trasparente; al naso arrivano frutti neri come ribes e mirtillo, un tocco vegetale, fiori secchi e pepe. Il sorso è fresco e morbido, il tannino domato. È l’etichetta più piccola, ed è esaurita.

Colle Cervino, il cru storico

Il secondo vino torna là dove tutto è cominciato. Colle Cervino è una piccola collina dentro Contrada Petriera: quattro ettari e mezzo, forse cinque, di vigna in pendenza sul versante più esposto della Petriera. Il suolo è pietroso, ricco di potassio, e trattiene l’acqua anche nelle estati più siccitose. È l’etichetta più prodotta della linea, circa 22.000 bottiglie, ed è quella che ha portato la Tintilia fuori dai confini regionali: l’annata 2019 è entrata nel 2023 nella Top 100 di Wine Spectator. Un segreto molisano, all’improvviso, finito sulle liste dei collezionisti americani.

Pasquale ne parla come del vino che deve dire la verità sulla varietà. La linea di cantina è chiara: frutto e freschezza prima di tutto. Qui il legno non entra: dodici mesi in acciaio e quattro o cinque in bottiglia, perché la Tintilia arrivi nel calice senza filtri. Le barrique nuove sono riservate alle selezioni, Tintilia S e Vincè; al secondo e al terzo passaggio passano al Molise Rosso e al Montepulciano. Nel calice è un rubino fitto; al naso arriva la ciliegia matura, poi note vegetali, fiori secchi e liquirizia. Il sorso è caldo e morbido, torna la spezia e il finale lascia il ricordo di un cioccolatino alla ciliegia sotto liquore. Il 2024 assaggiato è giovane, croccante, con quell’acidità che, assicurano, con gli anni si ammorbidisce: il vino diventa più beverino, quasi più dolce. Ne hanno ancora qualche bottiglia del 2019, e la conservano come una prova.

Al Calvario, la Tintilia S

La terza tenuta prende il nome dal Calvario di San Martino in Pensilis, la collina della Via Crucis: le processioni del paese arrivano fin lì, prete in testa. Qui il suolo cambia ancora. È più compatto, più argilloso e fresco, generoso di calcio e magnesio. Su poco più di un ettaro nasce la Tintilia S, prodotta dal 2010 in circa 9.000 bottiglie, che matura quattordici mesi in legno francese.

È il vino che la famiglia considera la sua lettura più raffinata e profonda. Il colore è un rubino impenetrabile con riflessi violacei. Il naso parte timido, frutti rossi e noce moscata, poi l’ossigeno lo apre su menta, legno di balsa e violetta. In bocca morbidezza e calore occupano il palato, il tannino è preciso, la freschezza tiene il passo. In chiusura tornano prugna in confettura, vaniglia, tabacco dolce e cioccolato. Va aspettato nel bicchiere, e ripaga.

Vincè, la Riserva che porta il suo nome

L’ultimo calice è la Riserva 2022. Si chiama Vincè, che è Vincenzo detto come lo chiamavano in paese. Nasce dalla parte più ripida del Colle Cervino, sopra il pozzo, dove anno dopo anno l’uva arrivava sempre più matura delle altre. “Ci siamo ritrovati a dover raccogliere la riserva sempre in quel punto”, racconta Pasquale. Alla fine hanno smesso di chiederselo: quella parcella fa la Riserva, punto. Sono le prime quaranta file del Colle Cervino, il mezzo ettaro piantato da Vincenzo, vendemmiate a mano e in ritardo su pendenze quasi estreme. Il vino matura ventiquattro mesi in barrique di rovere francese e sei in bottiglia. La prima annata è la 2004; oggi se ne producono circa 5.000 bottiglie.

Dopo il racconto del contadino accigliato e della mano sulla spalla, berla ha un altro sapore. È lo stesso pezzo di collina, la stessa scommessa del 1992, arrivata a una forma compiuta.

In enoteca le quattro Tintilie si collocano tra i 25 e i 40 euro: una fascia che, per un rosso di cru da vitigno raro, resta sorprendentemente accessibile.

Tra il mare e la montagna

Per capire queste Tintilie bisogna immaginare il posto. San Martino in Pensilis sta a metà strada: una decina di chilometri dal mare di Campomarino, altrettanti dalla montagna, vigne tra i 260 e i 300 metri su colline aperte. Davanti c’è l’Adriatico, il Gargano da una parte, Termoli dall’altra. E le Isole Tremiti, nitide all’orizzonte. “Tutti quelli che vengono si mettono a fare la foto alle Tremiti”, dice Sara. Il respiro del mare arriva fino ai filari, l’escursione termica fa il resto.

È un paesaggio che il mondo del vino ha guardato poco. Il Molise resta una delle regioni meno premiate dalle guide, nonostante una storia viticola antica, e chi sceglie di fare impresa qui deve metterci qualcosa in più. I Catabbo lo sanno e non chiedono scorciatoie. Non vogliono giustamente che si definisca la Tintilia “la Barbera del Sud”, o del Nord: “Non dobbiamo essere una copia di niente”. È un vino, dicono, che o si ama o si odia, e che in Italia non somiglia ad altro. “La nostra identità, il nostro posto, è solo il Molise”.

La stessa franchezza vale quando si parla di colleghi. Il Consorzio di tutela della Tintilia del Molise, nato nel 2017 e di cui Catabbo è tra i fondatori, riunisce oggi tredici o quattordici cantine. Esisteva da qualche anno ma era rimasto fermo; ora la speranza è farlo funzionare davvero. Se la piccola dimensione aiuti la solidarietà tra produttori, la risposta è secca: no, semmai la peggiora. Si ragiona ancora con lo schema “io coltivo il mio, tu coltivi il tuo”, ammettono, ed è un limite per un territorio già svantaggiato. La fiducia è riposta nel cambio generazionale: chi arriva adesso, forse, troverà una strada più fertile.

Le proporzioni aiutano a capire. L’azienda media del consorzio lavora intorno ai dieci ettari. Catabbo ne conta ottanta, di cui una cinquantina vitati, e altri quattro o cinque saranno ripiantati a breve. Si vinifica solo uva di proprietà. Accanto alla Tintilia, sempre e solo in purezza, ci sono Falanghina, Trebbiano e un Montepulciano al cento per cento che, per disciplinare, si chiama Molise Rosso. Gli unici tagli sono i Petriera: il bianco, Trebbiano con un filo di Sauvignon, e il rosso, Tintilia e Montepulciano.

Circa 150.000 bottiglie l’anno. Il mercato regionale resta la base, la distribuzione nazionale cresce, la grande distribuzione non è un obiettivo. All’estero i Catabbo vendono negli Stati Uniti, in Canada, e da poco a Taiwan, a Taipei. Il resto è una mappa in movimento: il Giappone è in crisi, Hong Kong si è fermato da circa un anno, la Danimarca è ripartita con un nuovo importatore dopo la chiusura di quello storico, l’India comincia ad aprirsi. “Si blocca un mercato, se ne apre un altro”, dice Sara con il pragmatismo di chi ha visto il padre ricominciare più volte da capo.

La pampanella e il bicchiere

Alla domanda sull’abbinamento con la cucina di casa, la risposta arriva senza esitazione: la pampanella. È il piatto di San Martino in Pensilis per eccellenza. Carne di maiale, un tempo i tagli più grassi, condita con aglio tritato finissimo, peperoncino dolce e piccante, avvolta nei pampini della vite e cotta in forno. I nonni la conservavano anche per una settimana. La freschezza e l’acidità della Tintilia tagliano la sapidità e la piccantezza della carne: un abbinamento nato dalla stessa pianta, foglia e grappolo.

La promessa, a fine pranzo, è di portarne un po’ la prossima volta. Oppure, meglio, di andare a mangiarla lì, su quelle colline che guardano le Tremiti.

Viene in mente il grano che rompeva le lame delle mietitrici, e un uomo convinto di aver sbagliato tutto.  Quelle pietre oggi sono finite perfino nell’impasto delle anfore.

Vincenzo Catabbo non beveva vino e ha passato la vita a insegnare ai figli come ascoltarlo.