giornata mondiale degli oceani STORIEDICIBO

Giornata mondiale degli oceani: l’ignoranza in fondo al mare

Dati MSC e l’ignoranza degli italiani sulla Pesca Sostenibile e sul mare.

Giornata Mondiale degli Oceani 2026: sondaggio Globescan tra falsi miti sul pesce a km 0 e lacune geografiche, ecco cosa non sappiamo sul mare.

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani (8 giugno 2026), un nuovo sondaggio condotto da Globescan per Marine Stewardship Council (MSC) rivela profonde lacune nella conoscenza degli italiani riguardo agli ecosistemi marini. Nonostante il 91% si dica preoccupato per la salute del mare, il 22% ignora che gli oceani ricoprano la maggior parte della Terra e il 45% crede erroneamente che la provenienza locale del pesce (km zero) sia sempre sinonimo di sostenibilità. L’articolo analizza i dati reali del rapporto (dall’inquinamento della Fossa delle Marianne ai trend FAO sulla pesca eccessiva) per sfatare i falsi miti più diffusi e spiegare il ruolo delle certificazioni ittiche come il marchio blu MSC.

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L’8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani. Ma tra miti duri a morire, paradossi geopolitici del piatto e clamorosi errori di geografia elementare, il ritratto del consumatore italiano emerso dall’ultimo sondaggio Globescan per MSC somiglia molto a un naufragio cognitivo.

Diciamolo chiaramente, senza troppi giri di parole o retoriche green da salotto: amiamo il mare quando si tratta di prenotare le vacanze estive o di ordinare un fritto misto croccante vista spiaggia. Ma quando la conversazione si sposta su cosa accada realmente sotto quella superficie cristallina, la nostra competenza affonda.

L’8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani, un appuntamento istituito per ricordarci che la vita sul nostro Pianeta dipende indissolubilmente da quell’immensa distesa azzurra. Peccato che l’ultimo sondaggio condotto dalla società Globescan per conto di MSC (Marine Stewardship Council) – la principale organizzazione non profit globale per la sostenibilità della pesca – metta a nudo una realtà imbarazzante: gli italiani brillano per disinformazione e falsi miti. Se il 91% degli intervistati si dichiara “preoccupato” per lo stato di salute dei mari (un moto di coscienza che non costa nulla), quando si scava nei dati scientifici emerge un quadro fatto di lacune profonde. Profonde, ironicamente, molto più della Fossa delle Marianne.

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Ecco una radiografia, punto per punto, dell’ignoranza nostrana in materia di oceani. E NON SI OFFENDA NESSUNO! Non sono opinioni: sono dati!

1. Questione di superficie (e di geografia da scuola elementare)

Iniziamo dalle basi, quelle che si studiano in terza elementare. Quasi un quinto degli italiani (il 22%) non sa che la superficie oceanica che ricopre la Terra è maggiore di quella emersa. Facciamo un piccolo ripasso collettivo: l’acqua copre circa il 71% della superficie terrestre (362 milioni di chilometri quadrati su un totale di 510). Non solo: gli oceani contengono il 96,5% di tutta l’acqua presente sulla Terra. Eppure, un italiano su cinque è convinto che ci sia più terra che mare, o semplicemente non ci ha mai pensato, schiacciato da un antropocentrismo che confina la natura a mero sfondo delle proprie attività.

2. Più profondo del Monte Everest (ma c’è chi cade dalle nuvole)

Il 42% degli intervistati ignora che in alcuni punti l’oceano sia più profondo dell’altezza del Monte Everest. Mentre l’Everest svetta orgoglioso a 8.848,86 metri (dato ufficializzato da Cina e Nepal nel 2020), l’estremità meridionale della Fossa delle Marianne, nota come Challenger Deep, scende nell’oscurità del Pacifico occidentale fino a circa 10.935 metri. Significa che se ribaltassimo la montagna più alta del mondo dentro la fossa, la sua cima rimarrebbe sommersa da oltre due chilometri d’acqua. Ma per quasi metà della popolazione italiana, questa è fantascienza.

3. L’illusione dell’infinito: “Tanto il mare è grande…”

C’è un dato psicologico che rasenta il negazionismo scientifico: il 31% degli intervistati pensa che l’oceano sia troppo grande perché i pesci possano mai esaurirsi. Benvenuti nel Medioevo biologico. Secondo l’ultimo rapporto SOFIA 2024 della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), il 37,7% delle popolazioni ittiche marine monitorate a livello globale è attualmente sfruttato oltre i limiti biologicamente sostenibili. Se preferite una prospettiva storica, negli anni Settanta la quota di stock sovrasfruttati era appena del 10%. Oggi siamo a più di un terzo. A rincarare la dose c’è il Living Blue Planet Report del WWF: tra il 1970 e il 2012, le popolazioni marine monitorate si sono ridotte in media del 49%. Dire che i pesci non finiranno mai non è ottimismo; è cecità dolosa di fronte a pesca eccessiva, illegale e ai mutamenti climatici.

4. Il feticcio del “pesce a km zero”: la trappola del locale

Questo è il dogma più difficile da scardinare, il preferito dai sedicenti gastronomi: il 45% degli italiani non sa che la provenienza locale di un pesce non ne garantisce automaticamente la sostenibilità. “È nostrano, quindi fa bene al mare”, si sente ripetere nelle pescherie e nei ristoranti. Falso. Comprare locale non significa proteggere la specie se quel mare è al collasso. Un esempio lampante? Il nostro amato Mar Mediterraneo, dove il 52% delle popolazioni ittiche è drammaticamente sovrasfruttato. Comprare un pesce del Mediterraneo pescato fuori dalle regole di gestione significa dare il colpo di grazia a casa nostra. La sostenibilità non si misura con il contachilometri, ma valutando la salute dello stock, l’impatto della rete sull’ecosistema e la rigidità dei controlli.

5. L’immondizia non ha confini: la plastica a 11.000 metri

Pensate che i rifiuti galleggino solo sulle nostre spiagge ad agosto? Il 27% degli intervistati non sa che l’inquinamento ha raggiunto persino le parti più remote e profonde dell’oceano. La scienza lo ha dimostrato ampiamente: uno studio del 2018 basato su oltre 5.000 immagini subacquee ha catalogato rifiuti umani negli abissi più estremi. Oltre un terzo era costituito da macroplastiche monouso. Il primato della vergogna? Una busta di plastica monouso individuata a 10.898 metri di profondità, proprio nella Fossa delle Marianne. E se pensiamo di essere immuni nel nostro “mare chiuso”, il Calypso Deep – il punto più profondo del Mediterraneo con i suoi 5.122 metri – presenta sul fondale concentrazioni altissime di rifiuti antropici. Composti, indovinate un po’, per l’88% da plastica.

6. Il pessimismo cosmico (e ingiustificato) sulla resilienza del mare

In questo festival dell’errore, c’è spazio anche per un paradosso al contrario. Se da un lato ignoriamo i pericoli, dall’altro mostriamo un fatalismo ingiustificato: il 39% ritiene erroneamente che le popolazioni ittiche non possano mai riprendersi dagli effetti della pesca eccessiva (e un 31% è incerto). In totale, il 70% degli italiani non sa che una popolazione ittica sovrasfruttata può effettivamente recuperare se lasciata in pace. La natura, se gestita con criteri scientifici e rigore, sa guarire. Nel 2020, un team di scienziati guidato dal professor Carlos M. Duarte ha dimostrato che habitat ed ecosistemi marini possono rigenerarsi significativamente entro pochi decenni, a patto di bloccare il sovrasfruttamento e l’inquinamento.

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Gli esempi reali esistono e sono documentati nel report Fishing for the Future di MSC:

  • Il tonno rosso dell’Atlantico orientale e del Mediterraneo: alla fine del XX secolo era commerciale e biologicamente vicino al collasso totale. Grazie a un ferreo piano internazionale di ricostituzione e a quote di cattura rigidissime, oggi mostra chiari e straordinari segnali di recupero.

  • Il nasello della Cornovaglia: decimato negli anni Novanta, è tornato a respirare e a ripopolarsi grazie a interventi di gestione sostenibile, tra cui l’obbligo di usare reti con maglie più grandi per lasciar sfuggire i pesci più giovani.

La soluzione ha un bollino blu

Dunque, ricapitolando: siamo preoccupati per il mare, ma non sappiamo quanto è grande, quanto è profondo, pensiamo che le risorse siano infinite, compriamo “locale” convinti di salvare il mondo e siamo convinti che se una specie è in crisi sia spacciata per sempre. Un cortocircuito informativo in piena regola.

Per uscire da questa “ignoranza liquida” non serve diventare biologi marini dall’oggi al domani, basta iniziare a fare la spesa con cognizione di causa. È qui che entra in gioco il lavoro di MSC (Marine Stewardship Council).

Il loro celebre marchio blu di pesca sostenibile non è un semplice elemento decorativo sul packaging, ma l’attestazione che quel prodotto deriva da un’attività di pesca certificata in modo indipendente e su basi rigorosamente scientifiche, secondo uno Standard che poggia su ben 28 criteri (che analizzano la salute degli stock, l’impatto ambientale e la governance della pesca).

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Oggi, più di 716 attività di pesca nel mondo sono coinvolte nel programma MSC (rappresentando il 19,3% del pescato globale) e nei supermercati si contano oltre 20.000 prodotti con il marchio blu.

In vista dell’8 giugno, giornata mondiale degli oceani,  la provocazione è servita: continuare a consumare a occhi chiusi, cullati da false credenze, o iniziare a pretendere la trasparenza?

Perché la salute degli oceani non si tutela con i buoni propositi stampati sulle cartoline estive, ma con le scelte che facciamo ogni giorno davanti al banco del pesce.

Nota: i dati citati sono tratti dall’indagine Globescan 2026 per Marine Stewardship Council e dai rapporti ufficiali FAO SOFIA 2024 e WWF Living Blue Planet.