Lazzarelle Cooperativa: la torrefazione in carcere che abbatte la recidiva al 90%.
Dal carcere femminile di Pozzuoli nasce il caffè Lazzarelle del riscatto sociale.
Nel carcere femminile di Pozzuoli nasce nel 2010 un progetto rivoluzionario: una torrefazione professionale gestita da donne detenute. Le Lazzarelle, cooperativa sociale guidata da Imma Carpiniello (Cavaliere al Merito della Repubblica), dimostra che il lavoro durante e dopo la detenzione abbatte la recidiva fino al novanta per cento. Dalla torrefazione premiata dal Presidente Mattarella al bistrot nel cuore di Napoli, dal catering per eventi universitari ai percorsi formativi per rifugiate ed ex detenute: questa è la storia di come il caffè tostato secondo la tradizione napoletana sia diventato simbolo di empowerment femminile, autonomia economica e seconda possibilità. Un viaggio tra chicchi di caffè, storie di rinascita e la dimostrazione concreta che l’economia carceraria può essere la chiave per un reinserimento sociale efficace. Perché, come dice Lucia che lavora in torrefazione, “quando si pensa che non ci sia futuro” si torna a sbagliare. “E invece qualche volta il futuro c’è”.
C’è un profumo che si spande tra le mura del carcere femminile di Pozzuoli, o meglio, che si spandeva fino a pochi mesi fa. È l’aroma intenso del caffè tostato secondo l’antica tradizione napoletana, quello che le nonne preparavano con la napoletana sul fornello. Ma questo caffè ha qualcosa di diverso, di più prezioso: sa di seconda possibilità, di futuro che rinasce, di mani che non tremano più.

Sono le mani delle Lazzarelle, le donne che dal 2010 hanno trasformato una delle sezioni più dimenticate del sistema penitenziario italiano in una fucina di eccellenza artigianale. Un progetto che sembrava folle all’inizio, come racconta Imma Carpiniello, la fondatrice e presidente della cooperativa sociale che porta questo nome così napoletano, così ironico, così carico di storia.
L’incoscienza di chi crede nell’impossibile
Quando Imma Carpiniello, esperta di politiche del lavoro e inclusione sociale, propose nel 2010 di aprire una torrefazione nel carcere femminile di Pozzuoli, in molti la guardarono come si guarda chi ha perso il senno. Una torrefazione professionale, con macchinari costosi, in un carcere. Con donne detenute che avrebbero dovuto imparare un mestiere antico, delicato, che richiede tempo e passione.
La spinta è venuta da due consapevolezze, come spiega la stessa Carpiniello:
“l’incoscienza necessaria per tentare l’impossibile e la convinzione che servano dispari opportunità per garantire reali pari opportunità. Alcune donne, infatti, partono da un gap così profondo che hanno bisogno di occasioni straordinarie per colmarlo”.
All’inizio non è stato facile. I fondi non c’erano, le donne detenute guardavano con diffidenza questo nuovo progetto. Molte di loro avevano una bassa scolarizzazione e soprattutto avevano perso ogni fiducia nel futuro.
Perché dovrebbero credere in un caffè quando hanno smesso di credere in se stesse?
La risposta di Imma e del suo team è stata rivoluzionaria: un sistema partecipato, dove le donne non fossero semplici esecutrici ma protagoniste. Le prime dieci detenute hanno seguito l’intero processo, dalla progettazione alla scelta del nome. E sono state loro a decidere: Lazzarelle, il nomignolo napoletano un po’ affettuoso, un po’ canzonatorio, perfetto per chi sa di essere stata giudicata e vuole riprendersi la propria storia con ironia e orgoglio.
I primi passi tra chicchi bruciati e fiducia ritrovata
I primi mesi sono stati un percorso ad ostacoli. Bisognava imparare a selezionare i chicchi, capire i tempi di tostatura, gestire le temperature. Le prove sono state innumerevoli e, come ricorda con un sorriso Carpiniello, ne hanno bruciato tanto di caffè prima di trovare la miscela giusta. Ma questo processo, fatto di errori e aggiustamenti, è stato fondamentale. Le donne hanno capito che sbagliare non significa fallire, ma imparare.

Grazie a un finanziamento di duecentomila euro della Regione Campania dedicato alle startup, nel 2015 parte ufficialmente la produzione. La torrefazione si trova dentro il carcere e le detenute lavorano con contratti regolari, guadagnando uno stipendio vero. Non è un corso, non è un passatempo: è un lavoro, con tutte le responsabilità e i diritti che comporta.
La cooperativa sceglie di lavorare con caffè di qualità, selezionando grani arabica secondo la tradizione napoletana, in collaborazione con la Cooperativa Shadhilly che fornisce caffè da piantagioni etiche di Uganda, Guatemala e Nicaragua. Il risultato è una miscela arabica cento per cento biologica e una miscela classica, cinquanta per cento arabica e cinquanta per cento robusta.
Ma la vera miscela vincente è quella umana. Nel laboratorio lavorano insieme donne detenute, ex detenute e rifugiate. Ognuna con la propria storia, tutte unite dallo stesso obiettivo: ricostruire un futuro.
Lucia ha nipoti piccoli che aspettano di riabbracciarla. Quando parla del suo lavoro alle Lazzarelle, lo definisce una nuova vita. Le hanno chiesto cosa spinga una persona a tornare a sbagliare e la sua risposta è diretta, dolorosa, vera: quando si pensa che non ci sia futuro. E poi aggiunge, con una speranza che sembra fragilissima eppure tenace: “E invece qualche volta il futuro c’è”.
Charity ha vissuto l’esperienza del ritorno alla libertà come un trauma. Dopo anni di detenzione, il mondo esterno le sembrava ostile, spaventoso. Le strade erano enormi, le persone e le automobili le venivano addosso, sentiva il panico montare ogni volta che usciva. Il lavoro alle Lazzarelle è stata la sua ancora, il luogo dove ricostruire passo dopo passo la capacità di stare nel mondo. Oggi dice con semplicità disarmante: “Vorrei una vita tranquilla. La libertà è la cosa più importante per una persona”.
Doris viene dalla Nigeria, è arrivata attraverso la Libia, portando con sé il peso di un viaggio che nessuno dovrebbe mai fare. Oggi lavora nel laboratorio delle Lazzarelle e quando spiega perché è partita, le sue parole sono quelle di ogni madre che ha conosciuto la disperazione: nel suo paese i suoi figli non avrebbero avuto futuro. Qui, invece, può assicurare loro il necessario per crescere.
Un caffè che profuma di riscatto sociale
I numeri del progetto Lazzarelle raccontano una storia che va oltre le statistiche. In oltre dieci anni di attività, sono state settanta le donne coinvolte. Molte di loro non avevano mai avuto un contratto di lavoro regolare prima di entrare in cooperativa. Il dato più significativo, però, è un altro: il lavoro durante e dopo la detenzione permette di abbattere la recidiva fino al novanta per cento.
Come spiega Imma Carpiniello, questo risultato si fonda su due elementi concreti e inscindibili:
“Il primo è lo stipendio, che durante la detenzione permette di costruire un minimo di autonomia economica, fondamentale per non dipendere da circuiti criminali una volta uscite. Il secondo è la continuità lavorativa, che accompagna le donne anche quando escono in misura alternativa e devono affrontare il difficile rientro nella società”.
Nel carcere femminile di Pozzuoli, meno del cinque per cento delle detenute è coinvolto in reati di sangue o di particolare gravità sociale. La maggior parte sconta pene per reati legati alla sopravvivenza economica, spesso connessi a contesti di marginalità e vulnerabilità sociale. Eppure, una volta uscite, la detenzione diventa uno stigma aggiuntivo, una macchia che rende ancora più difficile trovare lavoro. Molte donne, scoraggiate, rinunciano persino a cercare.
Le Lazzarelle dimostrano che questa spirale può essere spezzata. Molte delle donne coinvolte avevano già competenze nell’ambito della produzione alimentare, della preparazione e somministrazione di cibi, spesso basate su saperi familiari tramandati. Il progetto ha valorizzato queste conoscenze, trasformandole in professionalità riconosciute.
Dal carcere alla città: il bistrot e il catering
L’evoluzione del progetto è stata naturale e necessaria. La torrefazione funzionava, il caffè era apprezzato, ma serviva uno sbocco per chi usciva dal carcere. Nel 2019 nasce il Lazzarelle Bistrot, nella storica Galleria Principe di Napoli, nel cuore della città. Un luogo dove le ex detenute possono continuare il loro percorso lavorativo, dove il pubblico può assaggiare non solo il caffè ma anche piatti preparati con ingredienti freschi, biologici, di stagione.

Il bistrot diventa un punto di incontro, un luogo di cultura e socialità dove si vendono anche prodotti di altre economie carcerarie italiane, molti patrocinati da Slow Food. Ci sono i prodotti delle cooperative che lavorano sui beni confiscati alle mafie, creando una rete di legalità e resistenza.
La chef Marcella Tagliaferri, socia volontaria della cooperativa, coordina il lavoro in cucina e forma le ragazze che vogliono approfondire l’arte culinaria. Perché alle Lazzarelle non si produce solo caffè: si producono competenze, autostima, futuro.
Negli ultimi anni si è aggiunta anche l’attività di catering, scelta da università e aziende per convegni ed eventi. Un servizio che unisce originalità, qualità e buon gusto, utilizzando prodotti da agricoltura biologica e biodinamica certificata.

Il terremoto che ha scosso tutto
Il venti maggio 2024, il bradisismo dei Campi Flegrei ha costretto alla chiusura del carcere di Pozzuoli. Un progetto costruito in quattordici anni è stato spazzato via nel giro di un giorno, come hanno scritto con amarezza le fondatrici della cooperativa. Le detenute sono state trasferite nella sezione femminile del carcere di Secondigliano e la torrefazione ha dovuto essere riorganizzata completamente.
Anche il bistrot ha subito problemi a causa di un crollo in Galleria Principe, con una parte dello spazio transennata. Sono stati mesi difficili, dove tutto sembrava rimesso in discussione. Ma le Lazzarelle, abituate a lavorare in difficoltà, non si sono arrese. Hanno resistito, riorganizzato, ripensato il modello.
Oggi sono quindici le donne che escono dal carcere di Secondigliano e lavorano con la cooperativa. La produzione continua, anche se in spazi diversi, ospitati dal Pio Monte della Misericordia. Il laboratorio è strutturato e le donne lavorano in cucina, in pasticceria, nella torrefazione e nei servizi di catering, tutte con contratti regolari.
Riconoscimenti che arrivano dall’alto
Nel 2023, Imma Carpiniello è stata nominata Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella. La motivazione ufficiale parla di impegno nella valorizzazione del lavoro delle detenute, offrendo loro un’opportunità di riscatto per una vita diversa dopo la detenzione. Il caffè prodotto dalle Lazzarelle è stato premiato dallo stesso Presidente come esempio di eccellenza sociale.
Nel 2024, nonostante le difficoltà legate alla chiusura del carcere, la cooperativa ha vinto il premio “Best practice in inclusive employment” nell’ambito dell’ottava edizione del Call for Good Practices dell’European Network of Innovation for Inclusion. Un riconoscimento internazionale che si aggiunge al Premio responsabilità sociale Amato Lamberti ricevuto nel 2022 e al primo premio nell’ambito degli imprenditori per l’economia civile nel 2019.
Per il 2026 sono previsti nuovi percorsi di formazione professionale, in particolare nel settore del catering, con il supporto della Fondazione con il Sud. Un investimento che rafforza il modello delle Lazzarelle: dare competenze tecniche, stabilità economica e autonomia personale a chi parte da una condizione di forte svantaggio.

La cooperativa si sostiene interamente tramite la propria produzione, senza ricevere finanziamenti pubblici fissi. Un modello di impresa sociale sostenibile che dimostra come l’economia carceraria possa essere davvero la chiave per ripensare in modo giusto ed efficace il sistema penitenziario.
Come ricorda la legge 354 del 1975, il lavoro negli istituti di pena è uno dei fattori fondamentali per la riabilitazione. E i dati danno ragione a questa intuizione: lavorare riduce drasticamente la probabilità di tornare a commettere un reato, facendo passare il tasso di recidiva dal 75% a meno del 10%.
Il significato di un nome
Lazzarelle. Un termine che a Napoli si usa con affetto e ironia per indicare ragazze un po’ discole, un po’ vivaci, che non stanno dentro gli schemi. Le donne che hanno scelto questo nome per la loro cooperativa sapevano bene cosa stavano facendo: riappropriarsi del giudizio, trasformarlo in forza, farne un marchio di autenticità.
Perché le Lazzarelle non sono vittime che aspettano di essere salvate. Sono donne che ogni giorno scelgono di essere protagoniste attive del proprio cambiamento, come recita la citazione di Simone de Beauvoir che accompagna il progetto: “Donne non si nasce, si diventa”.
Diventano donne mentre tostano il caffè, mentre impastano i dolci, mentre servono ai tavoli del bistrot, mentre preparano vassoi per un catering. Diventano donne nel momento in cui ricevono il primo stipendio, quando firmano un contratto regolare, quando capiscono che il futuro non è un’ipotesi lontana ma una possibilità concreta.
E in questo diventare, trasformano anche chi le incontra. Perché ogni tazzina di caffè Lazzarelle è un prodotto artigianale di qualità, ma con una storia di riscatto che si fa materia, aroma, gusto. È la dimostrazione tangibile che l’empowerment femminile può davvero partire dal carcere e tradursi in lavoro, autonomia, dignità.
Il progetto Lazzarelle si inserisce in un panorama più ampio di economia carceraria che sta lentamente emergendo in Italia. Sono molte le cooperative sociali che hanno fatto una scelta di campo precisa, portando nelle carceri lavoro vero, valore sociale e professionalità, facendone uscire prodotti artigianali e alimentari di alta qualità.
L’obiettivo è dimostrare nei fatti che il carcere può essere qualcosa di più di un luogo di punizione. Può diventare uno spazio di trasformazione, dove si impara un mestiere, si recupera l’autostima, si costruisce un progetto di vita.
Le difficoltà sono enormi. Gli alti tassi di disoccupazione del Mezzogiorno rendono ancora più complesso per le donne l’ingresso nel mercato del lavoro. Se a questo si aggiunge lo stigma della detenzione, il quadro sembra impossibile. Eppure, progetti come le Lazzarelle dimostrano che l’impossibile può diventare realtà, se c’è visione, metodo, ostinazione.

Questo progetto si inserisce perfettamente nel filone delle Storie di cibo dietro le sbarre, quelle narrazioni che raccontano come il cibo possa essere veicolo di cambiamento, di relazione, di speranza. In carcere, dove tutto è limitato, controllato, negato, il cibo assume un significato particolare. Cucinare diventa un atto di creatività in un contesto che schiaccia l’identità personale. Condividere il cibo significa ricostruire legami sociali in un luogo di solitudine.
Per le donne delle Lazzarelle, tostare il caffè, preparare dolci, cucinare piatti per il bistrot o per il catering non è solo un lavoro. È un modo per riprendere contatto con gesti quotidiani, con saperi antichi, con quella dimensione domestica e al contempo professionale che la società spesso nega alle donne più vulnerabili.
È anche un modo per riconnettersi con la città, con il territorio, con quella Napoli che le ha viste crescere e che troppo spesso le ha respinte. Il caffè tostato secondo la tradizione napoletana diventa un ponte tra dentro e fuori, tra passato e futuro, tra colpa e redenzione.
Il caffè che cambia la vita
Oggi, nonostante le difficoltà legate alla chiusura del carcere di Pozzuoli, le Lazzarelle guardano avanti. La produzione continua, il bistrot resiste, il catering cresce. E soprattutto, continuano ad arrivare donne che cercano quella possibilità che Lucia ha trovato: il futuro che qualche volta c’è.
Perché alla fine, come dice Charity, la libertà è la cosa più importante per una persona. E questa libertà non è solo quella formale, quella che arriva con la fine della pena. È la libertà di scegliere, di lavorare, di mantenersi, di guardare i propri figli negli occhi sapendo di poter garantire loro un futuro diverso, come fa Doris ogni giorno.
Le Lazzarelle hanno dimostrato che con l’incoscienza di chi crede nell’impossibile, con la convinzione che servano dispari opportunità per garantire pari dignità, con la volontà di fare le cose bene e non accontentarsi del “tanto basta”, si può davvero cambiare il destino di decine di donne. E, forse, contribuire a cambiare anche la percezione che la società ha del carcere, della detenzione, della possibilità di riscatto.
Ogni tazzina di caffè Lazzarelle racconta questa storia. Ogni dolce preparato nel laboratorio porta con sé il profumo di una seconda possibilità. Ogni piatto servito al bistrot è un piccolo miracolo quotidiano di normalità riconquistata.
E quando qualcuno chiede “ma questo caffè, com’è?”, la risposta più onesta è: ha il sapore del futuro.










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