champagne day 2026 storiedicibo

Champagne Day 2026: poker d’assi.

23 ottobre: quattro etichette d’autore tra storie, arte e alta gastronomia.

Quattro Champagne, quattro personalità e altrettante storie sorprendenti per celebrare lo Champagne Day 2026.

Il 23 ottobre torna lo Champagne Day, la giornata internazionale dedicata alle bollicine francesi. Storie di Cibo festeggia con un poker d’assi fuori dagli schemi: dall’eleganza piemontese di Alberto Massucco all’arte di Bruno Paillard, passando per l’incontro tra Champagne e cucina cinese di Bon Wei e la memoria di Gaston Burtin. Champagne Day 2026: poker d’assi, quattro Champagne che hanno qualcosa da raccontare

Il 23 ottobre si celebra lo Champagne Day. Abbiamo scelto quattro etichette che dimostrano come dietro una grande bollicina possano nascondersi un sogno italiano, un’opera d’arte, una cucina cinese e quasi un secolo di storia francese.

Appuntamento internazionale dedicato al vino francese più conosciuto al mondo. Un’occasione per brindare, naturalmente, ma anche per approfondire un universo che continua a sorprendere persino i suoi estimatori più fedeli.

Perché, diciamolo, considerare lo Champagne semplicemente il vino delle grandi occasioni significa fargli un torto. Dietro quelle bollicine si nascondono scelte agronomiche, assemblaggi complessi, attese lunghissime, intuizioni imprenditoriali e, qualche volta, storie che sembrano sceneggiature cinematografiche.

Lo Champagne Day nasce nel 2009 da un’iniziativa del wine educator californiano Chris Oggenfus. Da allora, ogni quarto venerdì di ottobre, gli appassionati di tutto il mondo si ritrovano idealmente intorno a un calice. Nessuna cerimonia obbligatoria, nessun dress code, nessuna necessità di conoscere a memoria tutti i Grand Cru della Côte des Blancs. Basta la curiosità di scoprire ciò che si sta bevendo.

E se la denominazione Champagne ha regole rigorose, le personalità dei suoi vini sono tutt’altro che uniformi. Chardonnay, Pinot Noir e Meunier possono incontrarsi in assemblaggi differenti oppure lasciare spazio a un unico vitigno. I dosaggi cambiano, così come il rapporto con il legno, il tempo trascorso sui lieviti e la ricerca stilistica di ogni maison.

Il risultato? Parlare di Champagne al singolare è quasi riduttivo.

Per il 2026, abbiamo deciso di giocare un poker d’assi: quattro bottiglie, nessuna somiglianza obbligatoria e quattro ottimi motivi per andare oltre l’etichetta.

Alberto Massucco: due Champagne, una cena e la libertà di non cambiare vino

Chi ha detto che lo Champagne debba essere riservato all’aperitivo? O che, dopo il primo brindisi, debba necessariamente lasciare il posto a un bianco, un rosso o a qualche altro vino considerato più adatto alla tavola?

Alberto Massucco, imprenditore piemontese che ha trasformato una passione per le bollicine francesi in un progetto produttivo personale, ha un’idea piuttosto chiara sull’argomento: lo Champagne può accompagnare un intero menu, senza la noia di dover cambiare vino a ogni portata. Una convinzione che il 23 ottobre, in occasione dello Champagne Day, diventerà anche un’esperienza gastronomica.

A Castellamonte, Maison Massucco ospiterà infatti uno degli appuntamenti ufficiali della giornata internazionale promossa dal Comité Champagne. Una serata pensata per dimostrare che le bollicine francesi possono muoversi con sorprendente disinvoltura tra piatti, ingredienti e preparazioni differenti.

Protagoniste saranno le cuvée di produzione Alberto Massucco Champagne, insieme agli Champagne delle maison importate Bonnevie-Bocart e Jean Philippe Trousset. A metterle alla prova, la cucina del ristorante I 3 Re di Castellamonte, con una formula a passaggio che permetterà agli ospiti di sperimentare diversi abbinamenti. E per chi pensa che lo Champagne debba essere servito rigorosamente in purezza, il finale riserverà anche cocktail a base di Champagne.

Ma sono soprattutto due etichette a raccontare la versatilità della filosofia Massucco: Millésimé 2020 Alberto e Ma Vie en Rose Millésimé 2018. Due interpretazioni che sembrano quasi voler dimostrare quanto possa cambiare uno Champagne pur rimanendo fedele alla propria denominazione.

Il Millésimé 2020 Alberto è un Blanc de Blancs ottenuto esclusivamente da Chardonnay, proveniente da due villaggi Grand Cru della Côte des Blancs: Avize per il 90% e Le Mesnil-sur-Oger per il restante 10%.  Le uve della vendemmia 2020 fermentano in fût, le tradizionali botti di rovere francesi, mentre l’affinamento sui lieviti dura tre anni. Dopo il dégorgement, ovvero la sboccatura, il dosaggio si ferma a soli 2 grammi per litro. Il risultato è uno Champagne Extra Brut che gioca sulla finezza, ma senza rinunciare alla struttura. I profumi fruttati incontrano eleganti note burrose, il perlage è sottile e delicato, mentre la complessità promette di evolvere con il tempo.

Una bottiglia che trova nella freschezza e nell’eleganza i propri punti di forza, ma che possiede anche la personalità necessaria per confrontarsi con preparazioni gastronomiche articolate.

Poi arriva Ma Vie en Rose Millésimé 2018. E cambia completamente la musica. Qui lo Chardonnay lascia il palcoscenico al Pinot Noir, protagonista assoluto di una cuvée rosé ottenuta per il 90% da uve di Bouzy, con l’aggiunta del 10% di vino rosso di Ambonnay. Un assemblaggio che permette di comprendere una particolarità dello Champagne: la possibilità, prevista dal disciplinare, di ottenere un rosé anche attraverso l’unione di un vino bianco e di un vino rosso. Le uve provengono interamente dalla vendemmia 2018. La fermentazione avviene in fût, l’affinamento sui lieviti dura tre anni e mezzo e il vino svolge la fermentazione malolattica, processo che trasforma l’acido malico in acido lattico, influenzando struttura e percezione dell’acidità.

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Ma Vie en Rose non viene filtrato e presenta un dosaggio di 0 grammi per litro, collocandosi nella categoria Brut Nature. Il colore rosa con riflessi aranciati anticipa un profilo aromatico decisamente seducente: frutta esotica, fragoline di bosco, lamponi e un finale che richiama il pompelmo rosa. La bollicina finissima accompagna un sorso fresco, luminoso e dalla spiccata identità fruttata.

Da una parte, quindi, uno Chardonnay Grand Cru elegante, teso e strutturato; dall’altra, un Pinot Noir rosé dal carattere espressivo e immediatamente riconoscibile. Due Champagne profondamente diversi per vitigno, terroir, annata, vinificazione e dosaggio. Due modi di interpretare la stessa denominazione e, soprattutto, due modi differenti di stare a tavola.

La curiosità nel calice: forse non tutti sanno che lo Champagne è una delle rare denominazioni francesi in cui è consentito produrre un vino rosé assemblando vino bianco e vino rosso. Una possibilità che Ma Vie en Rose interpreta utilizzando Pinot Noir di due celebri villaggi Grand Cru, Bouzy e Ambonnay. Una piccola lezione di enologia che dimostra quanto le regole, quando sono conosciute bene, possano diventare strumenti di creatività.

Perché è nel poker d’assi di Storie di Cibo? Perché ci piace l’idea di uno Champagne che non si faccia mettere all’angolo dopo l’aperitivo. E perché Massucco, invece di limitarsi a raccontare quanto siano versatili le sue bollicine, il 23 ottobre ha deciso di metterle direttamente alla prova, piatto dopo piatto. In fondo, per festeggiare lo Champagne Day, quale idea migliore di una cena in cui non sia necessario chiedere: “E adesso che vino beviamo?”.

 — E l’idea di uno Champagne “gourmet” è di cas a Mison Massucco. Leggi QUI dei Gipsy Supper Club.

Bruno Paillard Blanc de Blancs 2015: quando lo Champagne si mette in mostra

Se il primo asso raccontava un sogno imprenditoriale, il secondo porta il discorso sul terreno dell’arte. E non soltanto perché la bottiglia è bella da guardare.  La maison Bruno Paillard, a Reims, ha costruito negli anni un rapporto particolare tra le proprie cuvée millesimate e l’espressione artistica, affidando alle immagini il compito di interpretare il carattere delle annate.

Nel Blanc de Blancs 2015, il tema scelto è Présence, tradotto visivamente dall’artista Jeff Kowatch. Un titolo che sembra quasi una dichiarazione d’intenti: esserci, farsi sentire, lasciare un segno. Ed è proprio ciò che questa cuvée cerca di esprimere nel calice.

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Lo Champagne nasce esclusivamente dalle prime spremiture di Chardonnay proveniente da Grand Cru e Premier Cru della Côte des Blancs. Il 25% viene vinificato in piccole botti di rovere già utilizzate, mentre l’affinamento prosegue per oltre sette anni sui lieviti, prima di un ulteriore riposo di almeno 24 mesi dopo la sboccatura. Il dosaggio è di 3 grammi per litro: anche in questo caso siamo nel territorio degli Extra Brut, dove lo zucchero non deve coprire la personalità del vino. Il millesimo 2015 merita attenzione. L’annata, lo ricordiamo bene, è stat  caratterizzata da un lungo periodo caldo e quasi siccitoso, seguito da precipitazioni nella seconda metà di agosto che contribuirono alla ripresa della maturazione. Una stagione complessa, dalla quale la maison ha ottenuto uno Champagne capace di combinare intensità e freschezza.

Il colore è oro pallido brillante, attraversato da un’effervescenza fine e regolare. Il bouquet si sviluppa progressivamente: fiori bianchi, acacia e miele precedono sfumature più evolute di cenere fredda, vaniglia, tabacco biondo e cedro. Non il solito profilo floreale di uno Chardonnay giovane, dunque, ma una composizione stratificata. Al palato emerge una struttura piena, sostenuta da una trama gessosa e sapida. Arancia sanguigna, prugna, cedro e albicocca candita incontrano ricordi di pasticceria, mentre il finale regala suggestioni sorprendenti: note iodate, alghe nori e persino una freschezza vegetale che richiama il pomodoro Pachino.  Un dettaglio che potrebbe spiazzare chi associa lo Champagne soltanto a crosta di pane, agrumi e brioche.

È una cuvée da accompagnare volentieri alla gastronomia, magari con preparazioni marine eleganti e ingredienti capaci di giocare sulla sapidità.

La curiosità nel calice: l’opera Présence di Jeff Kowatch non nasce come semplice decorazione dell’etichetta, ma come interpretazione artistica dell’identità del vino. E di questa annata sono state prodotte soltanto 16.022 bottiglie, oltre a 1.063 magnum e 55 jeroboam.

Perché è nel poker d’assi di Storie di Cibo? Perché mette insieme tre forme di bellezza: quella di un vino ben fatto, quella di un’opera d’arte e quella, decisamente meno scontata, di uno Champagne che può evocare al palato persino il pomodoro.

Bon Wei Yì Chen Lòng 2018: quando l’alta cucina cinese incontra lo Champagne

Chi ha stabilito che lo Champagne debba accompagnare soprattutto ostriche, caviale e piatti della tradizione europea?

A Milano, Bon Wei ha contribuito da anni a smontare un altro pregiudizio: quello secondo cui la cucina cinese non possa essere un’espressione di alta gastronomia, capace di dialogare con i grandi vini internazionali.  Il ristorante di via Castelvetro, aperto nel 2010, ha sviluppato una propria identità lavorando sulle tradizioni regionali cinesi, sulle tecniche di preparazione, sull’equilibrio tra ingredienti e sulla cultura della tavola. E il vino, qui, non è mai stato un dettaglio secondario.

La cuvée signature Yì Chen Lòng Extra Brut Blanc de Blancs Grand Cru 2018 rappresenta un incontro particolarmente curioso tra questi due mondi. Da una parte la Champagne, con il suo patrimonio di territori, classificazioni e metodi produttivi; dall’altra la cultura gastronomica cinese, in cui consistenze, intensità aromatiche, fermentazioni, salse e spezie costruiscono un linguaggio molto diverso da quello europeo.

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La scelta di un Blanc de Blancs Grand Cru millesimato 2018 in versione Extra Brut è interessante già sul piano concettuale.

Il Blanc de Blancs, in questo caso da Chardonnay, porta al centro finezza e identità del vitigno. La classificazione Grand Cru rimanda alla provenienza delle uve da villaggi storicamente posti al vertice della gerarchia dei cru della Champagne. L’indicazione Extra Brut, invece, definisce una categoria dal dosaggio contenuto. Sono caratteristiche che rendono sensato esplorare abbinamenti con preparazioni al vapore, crostacei, dim sum e piatti nei quali sapidità e umami hanno un ruolo importante. Naturalmente l’effettiva riuscita dipende dal profilo del vino e dalla ricetta: la cucina cinese è troppo articolata per essere ridotta a un unico abbinamento.

Ma il messaggio culturale è chiarissimo. Lo Champagne non ha bisogno di passaporto gastronomico. Può incontrare tradizioni lontane da quella francese, purché il dialogo sia costruito con conoscenza e sensibilità.

Bon Wei, del resto, lavora da tempo proprio su questo terreno.

La curiosità nel calice: Zhang Le, che segue la sala e la cantina del ristorante, ha intrapreso un percorso di studio del vino diventando sommelier FISAR. Sotto la sua gestione la selezione è arrivata a comprendere circa 300 etichette, con bottiglie di grande prestigio internazionale e persino vini cinesi. Una scelta che racconta bene quanto il rapporto tra cucina e vino sia centrale nell’identità del locale.

Perché è nel poker d’assi di Storie di Cibo? Perché rompe gli schemi senza rompere le regole. E perché ci piace pensare che un grande Champagne possa trovarsi perfettamente a suo agio anche accanto a un raviolo cinese preparato con la stessa precisione di un piatto d’alta cucina francese.

Hommage à Gaston Burtin Vintage 2015: il fascino di chi non ha fretta

L’ultimo asso ci porta a Épernay, uno degli indirizzi più rappresentativi della geografia dello Champagne.

Qui la storia di Gaston Burtin comincia nel 1933, quando un imprenditore ambizioso getta le basi di un’attività destinata a crescere nel tempo. Una storia legata al mondo dei viticoltori e della produzione, sviluppata lontano da quella ricerca continua di visibilità che oggi accompagna molte etichette di lusso.  La linea Hommage à Gaston Burtin valorizza questa eredità, riportando in primo piano il nome del fondatore e una precisa idea di Champagne: equilibrio tra freschezza, complessità e capacità di evolvere.

Per lo Champagne Day abbiamo scelto il Vintage 2015, millesimo che permette, tra l’altro, un interessante confronto con il Blanc de Blancs 2015 di Bruno Paillard. Stesso anno di vendemmia, interpretazioni completamente differenti. L’assemblaggio vede protagonista il Pinot Noir al 53%, accompagnato dal 47% di Chardonnay. Le uve provengono da sei cru, con una quota dell’88% di Grand Cru e Premier Cru. Tra i territori rappresentati figurano nomi prestigiosi come Le Mesnil-sur-Oger e Mailly-Champagne.

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La scelta è quella di uno Champagne di struttura, nel quale il Pinot Noir conferisce profondità e corpo, mentre lo Chardonnay partecipa alla definizione della freschezza e della precisione gustativa. L’affinamento supera i sette anni e il dosaggio si attesta sui 6 grammi per litro, collocandolo nella categoria Brut. Nel bicchiere il colore vira verso un oro giallo intenso, animato da bollicine fini.

Il naso esprime agrumi, note di panettone e sfumature di biscotto e tostatura. Al palato emergono mela acidula, sensazioni fragranti e una tessitura avvolgente, sostenuta da una freschezza che impedisce alla maturità di diventare pesantezza. È il classico caso in cui il tempo lavora come un ingrediente: non aggiunge semplicemente aromi, ma contribuisce a costruire una diversa dimensione del vino.

La sua natura gastronomica permette di immaginare abbinamenti importanti, dai crostacei in preparazioni elaborate a piatti di pesce strutturati, fino a carni bianche con salse delicate.

La curiosità nel calice: il progetto di Gaston Burtin nacque nel 1933 e si sviluppò successivamente nello storico Château des Archers, a pochi passi dalla celebre Avenue de Champagne. La maison ha attraversato generazioni mantenendo un legame con l’eredità del fondatore. Il Vintage 2015 è dunque qualcosa di più di una bottiglia celebrativa: è un modo contemporaneo di ricordare un percorso iniziato quasi un secolo fa.

Perché è nel poker d’assi di Storie di Cibo? Perché in un mondo che vuole tutto immediatamente ci piace premiare chi continua a credere che alcune cose migliorino aspettando. E poi, ammettiamolo, trovare il panettone tra i descrittori aromatici di uno Champagne francese è già un ottimo motivo per inserirlo nella nostra selezione.

Quattro assi, che poker!

In una degustazione comparativa sarebbe interessante mettere queste bottiglie una accanto all’altra, osservare le differenze di colore, studiare la finezza del perlage e interrogarsi sulle scelte di assemblaggio, dosaggio e affinamento.

Ma per lo Champagne Day abbiamo preferito un’altra prospettiva.

Alberto Massucco rappresenta il coraggio di cambiare percorso. Bruno Paillard racconta il dialogo tra vino, tempo e arte. Bon Wei dimostra che l’alta gastronomia può superare i confini culturali senza rinunciare alla propria identità. Gaston Burtin ricorda quanto sia importante conservare e reinterpretare la memoria.

Quattro modi di avvicinarsi allo stesso grande vino. Quattro personalità che non necessitano un confronto e una classifica. Perchè come per il vino e per le cose buone, anche per lo Champagne non esiste un’unica maniera di apprezzarlo, né un solo momento giusto per stapparlo.

Il 23 ottobre potrebbe essere l’occasione per scegliere una bottiglia diversa dal solito, abbinarla a un piatto inaspettato, scoprire la storia di chi l’ha prodotta o semplicemente condividere un calice con qualcuno.

Perché il vero lusso, qualche volta, non è avere qualcosa di straordinario da festeggiare. È concedersi il piacere di rendere straordinario un momento qualsiasi.

Buon Champagne Day. E che vinca sempre la curiosità.