Lloret de Mar 2026: la nuova Costa Brava tra lusso, benessere, gastronomia e turismo esperienziale
Dalle spiagge ai Giardini di Santa Clotilde, dai ristoranti family friendly ai progetti green e smart destination: tanti motivi che fanno di Lloret de Mar la meta da scoprire nel 2026.
Lloret de Mar cambia pelle e si conferma una delle destinazioni più sorprendenti della Costa Brava. Non più solo mare e vacanze estive, ma un luogo capace di unire ospitalità di alto livello, sostenibilità, innovazione tecnologica, turismo sportivo, cultura e benessere. Nel 2026 la località catalana punta su nuovi investimenti, eventi internazionali, progetti dedicati alle famiglie e un’offerta gastronomica sempre più inclusiva, con certificazioni gluten free e concept come Little Foodies. Tra giardini affacciati sul Mediterraneo, hotel rinnovati e strategie legate alla Ryder Cup 2031, Lloret de Mar si propone oggi come una destinazione contemporanea, elegante e attiva tutto l’anno.
Per apprezzare al meglio Lloret de Mar occorre rivolgerle un secondo sguardo!
Per molti viaggiatori italiani infatti Lloret de Mar resta un nome legato a un’idea di vacanza balneare immediata, facile, luminosa.
Eppure la lettura più aggiornata della destinazione racconta altro: una cittadina della Costa Brava che lavora sulla destagionalizzazione attraverso cultura, sport, benessere e alta accessibilità; che ha più di 29.000 posti letto alberghieri, oltre 120 hotel, più di un milione di visite l’anno e oltre 5 milioni di pernottamenti; che investe in un racconto più maturo, dove il mare non è più l’unico protagonista ma il fondale di un sistema di esperienze che include patrimonio, paesaggio, famiglie, gastronomia salutare e congressuale di qualità.
Il punto di svolta, leggendo in parallelo il dossier 2026 di Lloret Turisme, la presentazione generale sulla Catalogna e i dati condivisi in fase di conferenza stampa, è la volontà di correggere un cliché. Lloret, in sostanza, chiede di essere giudicata una seconda volta!
Questa revisione di sguardo ha anche una base concreta nei flussi. Secondo Idescat, nel 2025 la Catalogna ha accolto 20,0419 milioni di turisti stranieri; l’Italia è stata il quinto mercato con 1,4237 milioni di arrivi. Sempre per il 2025, la spesa media dei viaggiatori italiani diretti in Catalogna è stata di 694 euro per viaggio e di 156 euro per persona al giorno. Le rilevazioni ufficiali dei primi due mesi del 2026 mostrano inoltre un’Italia ancora fortissima: 93,0 mila arrivi a gennaio e 97,6 mila a febbraio, cioè circa 190,6 mila in due mesi, sempre tra i mercati guida della destinazione catalana.
Dove il Mediterraneo cambia tono
C’è una frase che funziona quasi come un manifesto: la Catalogna “ha montagne, mare, entroterra, città, gastronomia, ha tutto”.
Non è solo uno slogan. E’ ufficiale e comprovata questa pluralità: oltre 580 chilometri di costa, più di 300 giorni di sole all’anno, una geografia che unisce il Mediterraneo alle montagne e un paesaggio capace di cambiare carattere nel giro di pochi chilometri. È dentro questo teatro naturale che Lloret de Mar va compresa: non come enclave isolata, ma come una delle porte più leggibili della costa catalana, dove il viaggio può iniziare con il salmastro e finire fra giardini, memorie moderniste e tavole lavorate sul benessere.
Anche il racconto ufficiale del Grand Tour di Catalogna insiste su questa progressione di sguardi. Arrivando lungo la costa si incontrano mura, sentieri litoranei, promontori e giardini, e a un certo punto la strada devia verso Lloret per mostrare i suoi giardini monumentali affacciati sul mare. La località occupa infatti una posizione strategica: circa 80 chilometri da Barcellona, 30 da Girona e 115 da Perpignan; numeri che la rendono tanto una meta di soggiorno quanto una base per esplorare il triangolo composto da costa, capoluoghi culturali e piccoli centri storici.
La grande intuizione di Lloret, oggi, è di non rinnegare la propria natura di destinazione marina, ma di complicarla.
È ancora, e sarà sempre, una città di spiagge, passeggiata, luce piena e ricettività ampia; però il suo posizionamento ufficiale la definisce ormai come una delle grandi destinazioni dell’Europa meridionale, quinta in Spagna per capacità alberghiera e seconda in Catalogna fra le destinazioni urbane di mare. Attorno a questo nucleo, la località ha costruito un ecosistema che va dal turismo sportivo al MICE, dai percorsi culturali alla ristorazione salutare, con una programmazione che cerca esplicitamente di mantenere viva la città durante tutto l’anno.
Non più soltanto una località “da estate”, ma una macchina turistica che vuole essere abitata e letta su tempi più lunghi.
Questo si avverte immediatamente nel paesaggio fisico. Una costa lunghissima: la “marxa de les platges”, il percorso delle spiagge, permette di leggerne quasi per intero 10 chilometri, da Santa Cristina a Canyelles, lungo una sequenza di pinete costiere, belvedere, tratti urbanizzati e scogliere che restituiscono un mare diverso da quello della semplice vacanza stanziale. Nelle comunicazioni ufficiali più recenti, Lloret presenta inoltre le sue spiagge come smoke free, mette in primo piano i cammini a mare, le rotte segnalate per il nuoto in acque libere e ricorda che il 68% del territorio è coperto da massa forestale: un dato che cambia radicalmente l’immaginario di chi pensa alla città come a un puro fronte urbano sul litorale.
Il dettaglio più rivelatore, però, è forse il modo in cui i sentieri sono entrati nel racconto della destinazione. Il nuovo tratto tra Lloret e Fenals, inaugurato nel 2024, misura circa 1.310 metri e si percorre in una ventina di minuti abbondanti, ma il suo valore non è sportivo: è scenografico. Serve a guardare. A capire come la linea della costa si spezzi in balconi, passerelle, scorci di roccia, tocchi di vegetazione mediterranea. Da qui si parte idealmente sia verso la passeggiata che collega a Blanes, particolarmente amata fuori stagione per il silenzio e la fotografia, sia verso il più impegnativo cammino per Tossa de Mar, 12 chilometri di saliscendi che rimettono in scala il rapporto tra uomo, costa e fatica.

Se si guarda alla programmazione, la promessa di tenere Lloret attiva almeno da febbraio a novembre non appare retorica. Il nuovo portale eventi della destinazione è stato presentato proprio come strumento per rafforzare la vita tutto l’anno; il MICE ha chiuso il 2025 con oltre 165 eventi e più di 20.000 delegati; il turismo sportivo, nello stesso anno, ha portato 101.625 persone legate a ritiri, gare e accompagnatori. Più che sommare comparti, Lloret sembra usare questi segmenti per redistribuire tempo, lavoro e presenza oltre l’alta stagione.
È qui che la destinazione cambia tono: non nel rinunciare all’estate, ma nel rifiutare di dipenderne interamente!
Storia, architetture e paesaggi
Culturalmente, Lloret è molto più densa di quanto la sua notorietà pop lasci intuire. La storia del nome compare in documenti del 966, quando “Loredo” si affaccia nella documentazione del territorio; l’etimologia rimanda al latino lauretum, luogo di allori. All’inizio c’è un villaggio che vive di terra e mare, poi di pesca, poi di cabotaggio e di traffici oltremare. Nel Settecento e nell’Ottocento arrivano gli “americanos” — gli indianos di Lloret — uomini che partono per Cuba e per il Nuovo Mondo, commerciando vino, sale, farine e tessuti e tornando con caffè, zucchero, cotone, rum, legni pregiati e una nuova idea di status da incidere nelle case, nelle abitudini e perfino nel gusto.
Il luogo migliore per capire questa genealogia è il Museo del Mare – Can Garriga, una delle più importanti case indiane della città. L’edificio, affacciato sul lungomare, accompagna il visitatore in un viaggio che parte dalla spiaggia dove si costruivano le imbarcazioni e arriva alle traversate dei capitani diretti verso le Americhe, tra caffè, tabacco, cotone e libertà di commercio dopo il 1778. Poco più in là, Can Font, costruita nel 1877, si presenta come l’unica casa-museo indiana aperta al pubblico in Catalogna: una residenza modernista e neoclassica insieme, fatta di stucchi, ferri battuti, vetrate e memoria sociale. A Lloret l’eredità americana non è un episodio da archivio: è un codice estetico, e perfino gastronomico, ancora leggibile.
La mappa culturale della città è strutturata ufficialmente nel MOLL, il museo aperto di Lloret, e qui il paesaggio smette di essere sfondo per diventare esso stesso patrimonio. I Giardini di Santa Clotilde sono il capolavoro di questo sistema: nati dall’iniziativa del marchese Roviralta, che acquistò i vigneti della zona dopo aver conosciuto Clotilde Rocamora nel 1917, furono progettati da Nicolau Rubió i Tudurí con un’eleganza che guarda al Rinascimento italiano e alla disciplina della prospettiva sul mare. Poco dopo, nel centro cittadino, la Chiesa parrocchiale di Sant Romà mostra una facciata gotica costruita tra 1509 e 1522 e, come inatteso controcanto, le cupole colorate e il mosaico degli apostoli aggiunti in età modernista. È una delle immagini più efficaci della città: severità medievale e slancio cromatico nello stesso corpo architettonico.

Ma il racconto culturale non si ferma ai luoghi più fotogenici. La Cappella di Santa Cristina, documentata già nel 1376 e ricostruita nella sua forma attuale alla fine del Settecento, custodisce ex voto e modellini navali e gode di una delle aperture più belle sull’intera costa. Il Puig de Castellet, a due chilometri dal centro, riporta invece all’età iberica: III secolo a.C., 650 metri quadrati, circa sei abitazioni, una posizione strategica fra foce della Tordera e mare. In mezzo ci sono il Castello di Sant Joan, il cimitero modernista, Can Saragossa, Es Tint, Sant Pere del Bosc. Lloret chiede di essere visitata come si visita una città stratificata, non come si consuma una singola vista. E il nuovo anfiteatro nei giardini di Santa Clotilde, presentato nel 2026 come spazio per eventi culturali, aziendali e audiovisivi, spinge proprio in questa direzione: usare il patrimonio come scena viva, non come reliquia.
La tavola come identità
Se c’è un asse su cui Lloret sta lavorando con più intelligenza, è la gastronomia.
La strategia ufficiale si chiama LlorEat Good ed è stata sviluppata con la Fundació Alícia: l’idea è semplice solo in apparenza, perché unisce ristorazione salutare, accessibilità alimentare, educazione del gusto e recupero identitario. Da una parte c’è la linea “buona, sana e sostenibile”; dall’altra il recupero della Cuina dels Americanos, cioè la traduzione gastronomica dell’epoca indiana in chiave contemporanea.
A Lloret la cucina non serve dunque solo a nutrire o ad arredare il soggiorno: serve a raccontare chi è stata la città e chi vuole diventare.
Per capire questa ambizione bisogna allargare lo sguardo a tutto l’Empordà marino. La cucina della Costa Brava è figlia di una relazione antica e quasi simbiotica con il mare. Il gambero rosso di Palamós, dolce e intenso; le acciughe di L’Escala, dalla sapidità netta; i ricci di mare invernali; i piatti marinari come il suquet de peix; l’arròs negre o arròs fosc dell’Empordà; le preparazioni di mare e montagna; la fideuà, che nei percorsi ufficiali del Grand Tour compare accanto a formaggi regionali, pa amb tomàquet e olio d’oliva. È un repertorio che mescola profondità contadina e orizzonte portuale, e che a Lloret trova una sintesi accessibile ma non banale.
A questo mosaico si aggiungono vino e olio, che danno struttura e respiro al piatto. La DO Empordà dichiara oggi 1.827 ettari di vigneto iscritto, 262 viticoltori, 51 cantine e una commercializzazione annua di circa 6 milioni di bottiglie; la produzione media di zona è di 65.000 ettolitri e circa il 15% va all’export. I vini dell’Empordà, fortemente mediterranei ma battuti dalla tramontana, hanno carattere, sale, frutto e una certa franchezza minerale che si sposa con i piatti di pesce ma anche con le cucine di terra e con i dolci tradizionali a base di garnatxa. Sul fronte oleario, la DOP Oli de l’Empordà tutela extravergini ottenuti dalle varietà argudell, corivell, llei de Cadaqués e arbequina; le regole attuali richiedono che l’argudell rappresenti almeno il 51%, mentre argudell e arbequina insieme superano il 95%. Ne derivano oli di grande identità, verdi, ammandorlati, capaci di accompagnare il pesce azzurro come di dare precisione a una cucina familiare apparentemente semplice.
La parte più originale, tuttavia, è proprio la Cuina dels Americanos. Nel 2019 Lloret Turisme e la Fondazione Alícia hanno presentato il primo ricettario del genere: 21 piatti da assaggiare in 26 ristoranti e hotel della località, organizzati in grandi famiglie narrative — la cucina di bordo, quella del cioccolato, la cucina vegetariana, la cucina catalana in America e quella americana in Catalogna. Sfilano così il tasajo a l’americana, la crema di rom cremat, il suquet di sardine, i calamari ripieni, il polpo con cioccolato, l’ajiaco vegetariano, il pesce alla catalana, il pollo all’Avana, le alette di tacchino con salsa di arachidi, le “navalles indianes” e persino le sardine marinate con frullato d’ananas. È molto più di un’operazione nostalgica. Il progetto ricorda che gli americanos furono “ponte tra culture”, vettori di ingredienti e abitudini che hanno trasformato la cucina catalana; e individua in Constantí Ribalaigua, lloretese divenuto poi celebre a Cuba e associato alla storia del daiquiri, una figura-simbolo di questo scambio.
In questa chiave, il lusso autentico a Lloret non coincide per forza con il ristorante più spettacolare. Può essere un pranzo marinaro in terrazza dopo una camminata ai giardini, accompagnato da un bianco dell’Empordà; può essere una cena che riprende il ricettario degli americanos non come folclore, ma come racconto gustativo della diaspora catalana; può essere un aperitivo al tramonto sul lungomare, quando la città rallenta e la luce esalta il rosso del gambero, l’argento delle acciughe, il verde amaro dell’olio nuovo. La gastronomia qui funziona quando smette di essere “offerta” e torna a essere paesaggio.
C’è poi la parte più contemporanea e più convincente del progetto: il benessere. Le pagine ufficiali di Lloret spiegano che LlorEat Good si articola su tre sigilli.
- Il primo è AMED, il programma dell’Agenzia di Salute Pubblica della Catalogna che accredita gli esercizi promotori della dieta mediterranea e garantisce uso di olio d’oliva, presenza ampia di verdure, ortaggi e legumi, priorità a pesce e carni magre, frutta fresca come dessert abituale, prodotti integrali e materiali di educazione alimentare.
- Il secondo è Sense Gluten, realizzato con l’Associació Celíacs de Catalunya: la guida ufficiale distingue fra il programma “Senza glutine”, per i locali che manipolano direttamente gli alimenti, e “Spazio con offerta senza glutine”, per chi propone prodotti non manipolati, sempre con processi rigorosi e personale formato.
- Il terzo è Little Foodies, che lavora sulla ristorazione infantile e sul modo in cui i bambini incontrano il cibo in vacanza.

È proprio Little Foodies a spiegare meglio il livello del progetto. L’audit elaborato con la Fondazione Alícia si basa sul “metodo del piatto”: 50% verdure, 25% carboidrati, 25% proteine. Ma soprattutto valuta quattro parametri che raccontano una filosofia: sicurezza, sufficienza delle porzioni, equilibrio nutrizionale, sostenibilità. I piatti devono essere adatti alle allergie e alle intolleranze, proporzionati all’età, ricchi di vegetali e olio d’oliva, costruiti con attenzione a stagionalità, prossimità e gestione dei rifiuti. In altre parole: Little Foodies non è il solito angolo bimbi con pasta in bianco e cotoletta, ma un tentativo serio di educare il gusto anche in viaggio, sostituendo i menù ripetitivi con una cucina allegra, colorata, sana e credibile.
Le cifre, lette con attenzione, mostrano che questo ecosistema è vivo e in aggiornamento. Nell’autunno 2024 la comunicazione ufficiale parlava di oltre 5.000 posti letto coperti da 12 strutture con accreditamento gluten free; nell’estate 2025 la stessa area professionale parla invece di 14 esercizi formati e identificati, sempre con più di 5.000 posti letto garantiti alla clientela celiaca. Sul fronte Little Foodies, il lancio del 2022 indicava 20 esercizi, di cui 14 hotel e 6 ristoranti; la pagina pubblica attuale del progetto continua a mostrarne 20, ma con una composizione aggiornata di 15 hotel e 5 ristoranti visibili. Per il viaggiatore, il risultato pratico è semplice: qui il benessere alimentare non è un desiderio astratto, ma un’infrastruttura di soggiorno.
Questa attenzione alla salute si lega, del resto, a una più vasta idea di soggiorno responsabile. Lloret è la prima destinazione ad avere ottenuto la certificazione Bioscore per la sostenibilità della destinazione; più di 50 spazi pubblici e privati vi hanno aderito. Le spiagge smoke free, le rotte marine segnalate per il nuoto, i sentieri costieri e il peso crescente di sport, congressi e cultura costruiscono una nozione di vacanza in cui benessere non significa spa e basta, ma qualità dello spazio, del cibo, del ritmo e della convivenza. È forse questa la svolta più elegante dell’intero riposizionamento.
Arrivare bene, scegliere bene il tempo
Per un turistaitaliano, Lloret ha un vantaggio decisivo: ci si arriva senza frizione. La via più naturale resta l’aereo su Barcellona o Girona, con la città catalana maggiore a circa 90 chilometri e l’aeroporto di Girona a circa 30; il sito ufficiale cita anche l’opzione di Perpignan. Una volta atterrati, i tempi via strada sono rapidi: circa un’ora da Barcellona, poco più di venti-trenta minuti da Girona, un’ora e mezza da Perpignan. È una prossimità che pesa moltissimo nella scelta di una vacanza breve o di un long weekend d’autore: abbastanza vicina per essere semplice, abbastanza sfaccettata per meritare più di una notte.
Quanto al momento migliore, Lloret offre almeno tre risposte. Chi cerca il lato più raffinato, silenzioso e paesaggistico dovrebbe privilegiare la tarda primavera e l’inizio dell’autunno, quando i camins de ronda sono pieni di luce e i tavoli affacciati sul mare recuperano il loro respiro. Chi vuole la città al massimo della vitalità troverà fra giugno e settembre il calendario culturale più ricco, con festival, concerti, spettacoli e attività all’aperto. Chi, infine, guarda a un soggiorno tematico — sport, congressi, ruote, trekking, enogastronomia — scoprirà una destinazione che si è organizzata per esistere ben oltre il picco balneare.
Il modo più giusto di raccontare Lloret, allora, non è negare ciò che è stata. È ammettere che la città possiede ancora l’immediatezza della vacanza mediterranea classica — la spiaggia ampia, il lungomare, la sera all’aperto, l’accessibilità — ma che sopra questa base ha costruito un secondo livello, più interessante e più attuale. Un livello fatto di architetture moderniste, memoria transatlantica, percorsi nel verde, sigilli alimentari, vino dell’Empordà, olio identitario, piccoli riti di benessere e un’inedita capacità di farsi scegliere non soltanto “per il mare”, ma per il modo in cui il mare si intreccia con il resto.
In altre parole, Lloret de Mar funziona davvero quando smette di chiedere di essere semplicemente visitata e comincia a chiedere di essere interpretata.
E noi abbiamo tutto il desiderio di farlo!






Seguici