blackery storiedicibo

Colazione in Black: Blackery, la farina nera al cacao

Blackery, la farina al cacao di Molino Dallagiovanna protagonista di eventi e colazioni.

Con il tour “Colazione in Black” Molino Dallagiovanna porta nelle pasticcerie italiane Blackery, la miscela di grani e cacao presentata a Sigep 2026.

Un croissant nero, con la sfogliatura netta e il profumo di cacao, ottenuto senza coloranti né carbone vegetale. È il simbolo di Blackery, la farina al cacao di Molino Dallagiovanna, protagonista da marzo a ottobre della “Colazione in Black”, il tour di incontri tecnici e degustazioni aperte al pubblico nelle pasticcerie italiane. Una miscela di grani selezionati e cacao certificato Cocoa Horizons, pensata per la colazione ma adatta anche a pane, pizza e pasta fresca, firmata da un molino che produce farina dal 1832.

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Da marzo a ottobre la “Colazione in Black” di Molino Dallagiovanna porta nelle pasticcerie italiane croissant e brioche scuri di cacao, senza coloranti. Dietro c’è un molino piacentino attivo dal 1832 e una miscela che va ben oltre il cornetto.

Un croissant nero, con la sfogliatura netta e l’alveolatura aperta, che profuma di cacao. Nessun colorante, nessun carbone vegetale: il colore viene dall’impasto. È l’immagine che da mesi accompagna la “Colazione in Black”, il progetto con cui Molino Dallagiovanna presenta Blackery, la miscela di grani e cacao lanciata a Sigep World 2026.

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Il tour si muove su due piani. Da una parte gli incontri tecnici per pasticceri, ospitati dai distributori del molino e guidati dal maestro Leonardo Di Carlo insieme a Diego Poli, chef di Chocolate Academy, e al tecnico Mattia Masala. Dall’altra le colazioni aperte al pubblico, in pasticcerie selezionate da Nord a Sud, dal Piemonte alla Lombardia, dalla Toscana all’Abruzzo, fino alla Puglia e alla Sardegna.

In parallelo corre la versione per pizzaioli, “Pizza in Black”. In ogni tappa lo schema è simile: il pasticcere ospite interpreta la miscela con la propria linea di colazione, il pubblico assaggia, e spesso quei prodotti restano poi in vetrina.

La storia di Blackery comincia su un calesse

Il molino che oggi presenta una farina nera nelle fiere internazionali è nato senza macine. La storia comincia a Gragnano Trebbiense, pochi chilometri da Piacenza, con la signora Ernesta e un mestiere di intermediazione: comprare i cereali dagli agricoltori, caricarli sul barà, il calesse trainato dai cavalli, e portarli a macinare nei mulini della zona. Secondo l’azienda la produzione di farina risale al 1832.

Il primo mulino di famiglia arriva più tardi, con una clausola curiosa. È un mulino a pietra mosso dalle acque del Rio Vescovo, acquistato dai visconti di Modrone, sul quale grava una servitù di messe a favore della curia: un obbligo religioso legato alla proprietà, riscattato soltanto nel 1926 per 10.000 lire.

Nel 1949 l’azienda passa a tre fratelli, Guido, Renzo e Vittorio, che lasciano la pietra per i cilindri: il primo impianto arriva quell’anno, il secondo nel 1953. Le loro iniziali sono ancora nella ragione sociale, Molino Dallagiovanna G.R.V.

Poi la crescita segue il ritmo dell’industria alimentare italiana. Ma è un passaggio del 1993 a raccontare meglio l’identità dell’azienda: il primo impianto di miscelazione automatica, capace di combinare grani diversi e farine diverse. È da quella competenza, la miscela, che trent’anni dopo nasce Blackery.

Il metodo del molino è fatto di passaggi lenti. I grani arrivano con un “passaporto” che ne certifica origine e trattamenti, vengono analizzati in laboratorio e conservati separatamente per varietà, in silos refrigerati. Poi c’è il gesto che l’azienda considera la propria firma: dopo la pulitura ad aria il frumento viene lavato e lasciato riposare finché l’umidità non arriva al cuore del chicco. Il molino dichiara di essere l’unico a farlo. Solo allora ogni varietà viene macinata in purezza, lentamente e a freddo, e le farine vengono miscelate secondo ricette messe a punto nel laboratorio d’Arte Bianca.

Oggi a guidare l’azienda sono i cugini Pier Luigi e Sergio Dallagiovanna con i figli. Le farine partono da Gragnano Trebbiense verso oltre 60 Paesi.

Il nero che viene dal cacao

Blackery nasce dalla collaborazione con Barry Callebaut e usa cacao verificato da Cocoa Horizons, il programma che sostiene le comunità di coltivatori e promuove pratiche agricole responsabili. Grani in prevalenza nazionali e cacao arrivano insieme nello stesso sacco da 10 chili, in due versioni. La Debole è pensata per le preparazioni friabili e soffici; la Forte per quelle che chiedono struttura ed elasticità. Si usano da sole o miscelate, e proprio la loro combinazione apre la maggior parte delle possibilità.

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Ma cosa si può fare con una farina nera? 

Lo abbiamo scoperto in toru tra colazioni e degustazioni e racconti di pastry chef.

Partiamo dalla colazione. È il terreno su cui il progetto è nato. Con la Forte si lavorano croissant e cornetti: grassi e pieghe della laminazione danno fragranza e masticabilità, e il contrasto tra sfoglia scura e interno alveolato diventa l’elemento visivo più forte. La stessa referenza regge la pasta sfoglia, con sviluppo regolare e un gusto pulito anche senza zucchero, e i bignè, che mantengono una cavità ampia e tengono bene il congelamento, in versione dolce o salata. Con la Debole si passa alla colazione da forno secco: frolle per crostate e biscotti, che conservano la lavorabilità classica e prendono un sapore vicino al cioccolato, e masse montate come pan di spagna e cake, morbide e dalla lunga conservazione.

Tra i prodotti da forno, ampio spazio e successo ai grandi lievitati. La Forte si usa nel primo e nel secondo impasto, con lievito madre o con BalancePower, il lievito naturale essiccato del molino, e dà prodotti ben sviluppati e dal gusto marcato. Combinando le due versioni si arriva a lavorazioni più complesse: il maestro Di Carlo, ad esempio, ne ha ricavato una Veneziana Blackery.

E poi pane e sostituti, per i quali la Forte si presta al metodo diretto e a quello indiretto, con biga, poolish o lievito madre, a processi brevi o lunghi. L’impasto chiede un’idratazione alta e risulta estensibile. Il profilo del cacao porta una leggera nota amarognola che il molino suggerisce di accompagnare con agrumi, spezie o altri aromi. Con la Debole si ottengono grissini e cracker di colore pieno e con un aroma di cacao più deciso.

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Nel mondo pizza, sempre più ampio, la Forte lavora come un impasto tradizionale con più acqua, adatto anche alle pizze contemporanee ad alta idratazione: tonda, in pala, in teglia, al padellino, fritta. Miscelata con la Debole accorcia i tempi di lievitazione. Il colore scuro consente abbinamenti di contrasto, salati o dolci. Dalla stessa famiglia nasce mordiQUA Black, base croccante per pizza e focaccia.

E non da ultimo la pasta fresca. La Forte si lamina a mano o a macchina e si può estrudere, meglio se con una piccola parte di semola rimacinata. Va bene per paste lisce e ripiene e mantiene il nero anche dopo la cottura.

Lavorare Blackery non significa aggiungere cacao a una ricetta, assolutamnete no. La sostanza secca del cacao assorbe più liquidi, e questo cambia l’equilibrio dell’impasto. Il consiglio del molino è partire dalle proprie ricette base e aumentare l’idratazione. Chi l’ha usata nei lievitati segnala anche tempi di lievitazione diversi e una maglia glutinica che risponde in modo differente, quindi va ricalibrato il processo.

Il punto più delicato resta il forno: su un impasto scuro la doratura non aiuta a leggere la cottura, e basta poco per spingere il cacao verso note amare. Per i laboratori c’è anche un vantaggio organizzativo: una miscela già bilanciata riduce errori e scarti e rende il risultato ripetibile.

Blackery on tour, e poi?

Il tour si chiude a ottobre, ma il progetto è costruito per non finire con l’ultima tappa. Le creazioni nate con Blackery nelle pasticcerie coinvolte sono destinate a entrare stabilmente nella loro offerta: non un prodotto da evento, esposto per una mattina e poi ritirato, ma una referenza che resta nel laboratorio e in vetrina.

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È questa la differenza rispetto a molte presentazioni di settore. La “Colazione in Black” ha funzionato come un periodo di prova condiviso: i pasticceri hanno avuto mesi per lavorare la miscela sulle proprie ricette, ricalibrare idratazione e cotture, capire dove il cacao funziona meglio, se nel croissant, nella frolla o nel lievitato da ricorrenza. I clienti, dall’altra parte, hanno avuto il tempo di abituarsi a un colore che fino a poco tempo fa al banco del bar non esisteva. Quando la fase dimostrativa si chiude, resta un prodotto che il laboratorio sa già gestire e che il pubblico ha già assaggiato.

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Per chi fa colazione fuori casa significa che il croissant nero, oggi ancora una curiosità da fotografare, potrebbe presto diventare una scelta ordinaria, accanto al cornetto vuoto e a quello alla crema. E con la stessa miscela nella dispensa, è probabile che il nero si allarghi anche al resto della giornata: dalla frolla della crostata al pane, dai grissini alla pizza.

Il molino lo ha dichiarato fin dal primo giorno con uno slogan accattivante: “Blackery – is the new black”.

Tra il calesse della signora Ernesta e un croissant scuro in vetrina ci sono quasi due secoli, mulini a pietra e a cilindri, silos e laboratori.

Il filo che li unisce è lo stesso: un’azienda nata portando il grano da una parte all’altra, che oggi porta una farina di pasticceria in pasticceria.

Dopo ottobre, il nero smetterà di essere una novità da evento e diventerà una presenza fissa nelle vetrine. Una elegante presenza Blackery.

E se è vero che il nero snellisce, ci sarà chi abbonderà nel consumo!