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Joško Gravner: la rivoluzione in anfora nel Collio

Tra le anfore e il tempo: la rivoluzione senza compromessi di Joško Gravner.

Gravner. Dalle colline di Oslavia al mito degli orange wine: storia, filosofia e vini di un maestro che ha trasformato la ribolla in un racconto di natura, pazienza e visione. 

Nel cuore del Collio goriziano, a pochi passi dal confine sloveno, Joško Gravner ha riscritto il concetto di vino.

Dopo i primi successi con tecniche moderne, ha scelto di tornare alle radici più profonde della viticoltura: lunghe macerazioni sulle bucce, fermentazioni spontanee in anfore georgiane interrate, anni di affinamento che rispettano i cicli della natura.

Una decisione radicale che ha fatto nascere vini unici, simbolo di autenticità e longevità, e che continua a ispirare vignaioli di tutto il mondo. Tra storia familiare, filosofia biodinamica, annate leggendarie e nuove sfide, Gravner racconta una lezione di pazienza e purezza che oggi conquista appassionati e mercati internazionali.

Recentemente, una selezione di rarissime bottiglie di Gravner è stata presentata a Torino presso Maison Massucco, segnando una nuova collaborazione che porta questi vini straordinari ai palati piemontesi. Questo evento testimonia quanto la fama di Joško Gravner – storico produttore del Collio goriziano e pioniere degli “orange wine” – abbia ormai travalicato i confini della sua terra natale.

Ma per comprendere il mito di Gravner bisogna tornare alle colline di Oslavia, in Friuli Venezia Giulia, dove oltre quarant’anni fa ha avuto inizio la sua rivoluzione enologica, sospesa fra tradizione ancestrale e audace innovazione.

Tra il confine e la tradizione familiare

Oslavia è un piccolo borgo abbarbicato sulle colline del Collio, a cavallo tra l’Italia e la Slovenia, terre un tempo contese e teatro di battaglie, oggi pacifiche e generose nel dono del vino. È qui, in località Lenzuolo Bianco, che la famiglia Gravner avvia la sua azienda agricola già nel 1901 acquistando casa e vigneti. Dopo la Grande Guerra, quelle vigne – in primis di ribolla gialla – vengono ripiantate e il vino prodotto trova posto nell’osteria di famiglia. Negli anni ’50 il Collio vede l’ingresso di varietà internazionali accanto a quelle autoctone, e anche in casa Gravner compaiono nuovi vitigni come Merlot, Cabernet, Chardonnay o Pinot Grigio. Nel 1973, per la prima volta, il vino di casa Gravner viene imbottigliato con etichetta propria, segnando il passo da produttori di uva a vignaioli indipendenti.

È il giovane Joško – ufficialmente registrato all’anagrafe come “Francesco” poiché all’epoca in Italia non erano ammessi nomi in lingua slovena – a prendere in mano le redini aziendali negli anni ’70.

Forte degli studi in enologia, all’inizio Joško va controcorrente rispetto ai suoi avi: adotta vasche d’acciaio inox per le fermentazioni, barrique francesi per l’affinamento, e sperimenta con tecniche moderne nel tentativo di migliorare i vini. Le sue prime etichette – bianchi freschi e puliti, rossi di taglio “bordolese” – ottengono successo di pubblico e critica già negli anni ’80 e ’90. Nascono in quel periodo bottiglie poi leggendarie come il Rosso Gravner, uvaggio di Merlot e Cabernet Sauvignon, e il Rujno, un Merlot in purezza dal nome sloveno che indica il miglior vino rosso da offrire agli ospiti.

Eppure, nonostante i riconoscimenti, Gravner inizia a percepire i limiti di quei vini “costruiti”. Un viaggio in California nel 1987 si rivela illuminante: assaggiando alcuni Sauvignon prodotti oltreoceano con tecniche industriali e aromi artificiali, Joško capisce che quella strada non fa per lui. Tornato in Friuli, matura la convinzione che i suoi vini debbano raccontare la sua terra in modo autentico, senza artifici standardizzati. È un pensiero che mette radici, ma sarà un evento drammatico a innescare la svolta definitiva.

La svolta dell’anfora: ritorno alle origini

Nel 1996 una grandinata devastante colpisce Oslavia, distruggendo il 95% dell’uva: la produzione di quell’annata è praticamente azzerata. Di fronte allo sconforto, Gravner reagisce trasformando la crisi in opportunità: con le poche uve risparmiate (soprattutto ribolla) prova per la prima volta a macerare il mosto a lungo con le bucce. È un ritorno a metodi antichi, quelli che il padre e lo zio praticavano prima dell’era dell’acciaio. Dall’anno successivo (1997) Joško abbandona definitivamente l’enologia “tecnologica” – vende vasche inox e barrique – e torna a far fermentare i vini in grandi tini di legno aperti, senza controllo della temperatura e con macerazioni sulle bucce di una-due settimane. Quella del 1997 è anche la prima Ribolla Gravner prodotta con questa tecnica, preludio di ciò che arriverà poi!

Joško cerca infatti un modo ancora più radicale per ritrovare l’autenticità perduta. La scintilla arriva da lontano, addirittura dall’antica Roma: la lettura della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio lo ispira a riscoprire le tecniche degli albori della viticoltura. Gravner intuisce che il futuro dei suoi vini può risiedere in un salto nel passato più remoto.

Nel 2000 parte quindi per la Georgia, culla millenaria del vino, alla ricerca di grandi anfore di terracotta come quelle che aveva iniziato timidamente a usare dopo il 1997. Da quel viaggio Joško torna con la “strada nuova” tracciata, che in realtà è la più antica del mondo: vinificare tutto in anfora. Nel 2001 realizza la prima vendemmia completamente fermentata in kvevri georgiane interrate nella sua cantina. Le anfore – importate dalla regione caucasica del Kakheti – vengono seppellite fino all’orlo nel pavimento, così che la terra le avvolga e regoli naturalmente le trasformazioni del vino. Non fu facile averle: i primi esemplari arrivarono a Oslavia dopo lunghissimi viaggi via terra, e molte anfore purtroppo giunsero rotte, a testimonianza della tenacia quasi ostinata con cui Gravner perseguiva il suo sogno.

Da quell’anno zero in poi, tutta la produzione Gravner segue il nuovo corso.

Come ha raccontato Joško molti anni dopo, riassumendo in una frase la filosofia che lo guidò in quel cambio di rotta:

 “Ho deciso di fare il vino nel modo più vero e onesto possibile”.

 Si tratta in realtà di un ritorno alle origini ancestrali: lunga macerazione sulle bucce, fermentazioni spontanee senza lieviti selezionati né controllo termico, e nessuna chiarifica o filtrazione prima dell’imbottigliamento – come si faceva un tempo appunto. È un approccio che riconnette il vino alla terra e ai suoi cicli naturali, e impone soprattutto di rallentare e rispettare il fattore tempo.

Gravner è arrivato a concepire il tempo come ingrediente essenziale del vino.

I suoi bianchi, in particolare, non vengono mai immessi sul mercato prima di sette anni dalla vendemmia. C’è dietro quasi una visione mistica: i vini di Gravner seguono la “regola del 7”, perché – spiega Joško – anche l’essere umano biologicamente cambia ogni sette anni, e così il vino ha bisogno di sette anni per compiersi. In pratica, per i bianchi questo ciclo prevede un anno in anfora e sei anni in grandi botti di rovere, prima di un eventuale affinamento finale in bottiglia.

Racconta e conferma  la figlia Mateja Gravner:

“Noi non abbiamo fretta, i vini sono come bambini: ciascuno impara a camminare con i propri tempi”.

Rilasciare vini bianchi così tardi rispetto alla vendemmia è una scelta coraggiosa e controcorrente sul piano commerciale, ma il risultato ripaga ampiamente l’attesa. Come notano in molti, questi vini “non saranno mai semplici vini, ma qualcosa di più profondo e inimitabile”.

Tempo, natura e filosofia “senza compromessi”

Con il nuovo millennio, Joško Gravner diventa una figura quasi iconica del movimento dei vini naturali e macerati, sebbene lui preferisca definirli semplicemente vini autentici. La sua cantina è essenziale, quasi monastica: niente acciaio luccicante, niente pompe o filtri in bella vista, solo le bocche ovali delle anfore interrate che punteggiano il pavimento come crateri silenziosi. Dalle anfore il vino passa a riposare anni nelle botti grandi di legno, al buio e senza interventi superflui. Gravner evita qualsiasi additivo o manipolazione non necessaria: niente lieviti aggiunti, zero chiarifiche, zero filtrazioni, solforosa ridotta al minimo – il vino deve viversi da sé.

Nella sua corretta filosofia di produttore, il vino non può vivere in contenitori sterilizzati. Il vino nelle anfore vive; se invece è prigioniero dell’acciaio inossidabile, non resiste…ed è questa la vera differenza tra un vino vivo e uno imprigionato dalla tecnologia.

Nel perseguire questa purezza produttiva, Gravner ha progressivamente sposato anche i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica. Dal 2015 segue il calendario lunare di Maria Thun per le operazioni in vigna e cantina, credendo che le fasi della luna e le posizioni planetarie influenzino i processi vitali. Persino l’imbottigliamento avviene solo in giorni di luna calante (fase ritenuta più propizia per la stabilità del vino). Nei vigneti, Joško ha voluto introdurre elementi di biodiversità ormai rari altrove: in mezzo ai filari spuntano piccoli stagni artificiali, pensati per richiamare insetti, rane e uccelli e ricreare così un equilibrio naturale. Attorno alle vigne ha piantato alberi di olivo, sorbo, melo selvatico, cipressi e persino installato oltre 200 nidi artificiali per gli uccelli, cosicché le vigne siano immerse in un giardino vitato vivo e pulsante e non in una monocoltura sterile.

Questa è per Gravner la viticoltura “contadina” autentica, che rispetta la vite e il suo ecosistema, per dirla con parole sue:

“coltivare in modo semplice, rispettare la vite, e la vite a suo modo ti ripaga con uva buona e vino genuino”.

Non stupisce che Joško Gravner venga spesso definito un “produttore geniale e visionario”, determinato e avanguardista. Ha avuto il coraggio di rompere con le mode, di abbandonare pratiche ormai date per scontate per inseguire una visione personale. Questa coerenza gli è valsa una reputazione pari a quella dei grandi innovatori del vino: c’è chi lo paragona al “DRC” (Domaine de la Romanée-Conti) degli orange wines, tanto sono rari e venerati i suoi vini nel panorama mondiale.  Lui, dal canto suo, rifugge i riflettori e rimane un uomo schivo, di poche parole pubbliche, perchè ritiene ironicamente che

“Un buon produttore non sarà mai un bravo venditore…non ho bisogno di convincere nessuno che i miei vini sono buoni”.

E giustamente lascia che a parlare siano il tempo e la terra racchiusi in ogni bottiglia.

I vigneti al confine: Oslavia e oltre

La geografia gioca un ruolo importante nella storia Gravner. La sua azienda conta circa 15 ettari vitati sulle colline del Collio, distribuiti tra Oslavia (lato italiano) e il vicino Brda sloveno. Le vigne principali hanno nomi antichi: Runk è il cru intorno alla cantina di famiglia ad Oslavia, mentre poco oltre confine si estendono le parcelle di Hum (terra d’origine della nonna paterna, con una casa di 300 anni) e Dedno.

In queste terre magre di ponca (marne e arenarie tipiche del Collio) la ribolla gialla cresce da oltre un millennio, e la famiglia Gravner la coltiva da generazioni. Ancora oggi, la Ribolla rappresenta l’ossatura dei vigneti, insieme al Pignolo – un raro vitigno rosso autoctono friulano – impiantato a partire dagli anni ’90.

Oggi quasi tutte le vigne di Gravner sono dedicate a ribolla e pignolo, dopo che Joško nel 2012 ha compiuto la scelta drastica di estirpare tutte le altre varietà a bacca bianca per concentrarsi solo su quelle indigene.

“Se si possiede qualcosa di eccezionale, vale la pena concentrarsi solo su quello”

e per lui quel qualcosa è la ribolla gialla.

Le vigne Gravner sono coltivate con metodi tradizionali e faticosi. Joško ha adottato negli anni il sistema ad alberello in fila (a ventaglio) per la ribolla, su consiglio degli esperti potatori Marco Simonit e Pierpaolo Sirch. Questo tipo di allevamento basso e ramificato richiede molto lavoro manuale, ma consente una migliore esposizione e ventilazione dei grappoli. I filari sono stretti (appena 0,8 x 1,45 m tra vite e vite) e per lavorarli la famiglia ha persino modificato piccoli trattori così da poter passare tra le viti senza danneggiarle. L’inerbimento è spontaneo e i trattamenti ridotti al minimo, senza diserbanti chimici. In alcune terrazze vitate spuntano ulivi e cipressi che proteggono dal vento; altrove si incontrano ciliegi selvatici e roverelle: ogni elemento del paesaggio è scelto per favorire un ecosistema equilibrato attorno alla vite.

Questa cura quasi romantica per la terra e il paesaggio non è fine a sé stessa, ma parte integrante della filosofia di Gravner. Come lui stesso ha imparato:

“sarà sempre la natura a dettare le regole”.

Il ruolo del vignaiolo è soprattutto assecondarla, creare le condizioni perché la vite dia il meglio di sé. I risultati di questo approccio si assaporano poi nel calice, sotto forma di vini di straordinaria personalità territoriale.

I vini di Gravner: l’essenza del Collio in bottiglia

L’attuale produzione della cantina Gravner è limitata a poche etichette, ciascuna divenuta oggetto di culto per appassionati e collezionisti. Ogni vino nasce da pratiche pazienti e artigianali, rispecchiando in pieno la filosofia di Joško.

Ecco una panoramica dei principali vini Gravner e delle loro particolarità:

  • Ribolla – È il vino simbolo dell’azienda, ottenuto al 100% da uve Ribolla Gialla, il vitigno autoctono per eccellenza del Collio. Dal 2001 questo vino fermenta con lunga macerazione sulle bucce in anfore georgiane interrate, usando solo lieviti indigeni e senza controllo di temperatura. Dopo la svinatura e una soffice torchiatura, il vino torna nelle anfore per almeno 5 mesi, quindi inizia un affinamento di 6 anni in grandi botti di rovere. Viene imbottigliato senza chiarifiche né filtrazioni, e soltanto dopo un prolungato riposo in bottiglia è ritenuto pronto per la commercializzazione. Questo lungo processo dona alla Ribolla Gravner un colore dorato ambrato e un profilo aromatico intenso, complesso, con note ossidative eleganti. È un vino di grande longevità, capace di evolvere per decenni. Rappresenta l’eccellenza di un territorio e porta nel calice una storia centenaria ad ogni sorso.

  • Bianco Breg – Storicamente, era il vino bianco blend di Gravner, un uvaggio di varietà internazionali (Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio e Riesling italico) provenienti dai vigneti di Oslavia. Anche il Bianco Breg fermentava con lunga macerazione sulle bucce in anfora, per poi affinare in grandi botti di rovere come da stile Gravner. È un vino che ha segnato gli anni ’90 e 2000 della cantina, ma oggi non viene più prodotto: l’annata 2012 è stata l’ultima ad uscire in commercio, poiché Joško ha deciso di espiantare quei vigneti e abbandonare i vitigni non autoctoni per dedicarsi esclusivamente a ribolla e pignolo. Le vecchie annate di Bianco Breg rimaste in circolazione (talvolta indicate anche come “Breg Anfora”) sono oggi molto ricercate, perché testimoniano l’evoluzione stilistica di Gravner prima della “svolta” definitiva verso l’autoctono. Il nome Breg in lingua locale significa “collina” o “pendio”, un omaggio alla geografia collinare del Collio. Con un po’ di ironia, Gravner ha salutato così la fine di quest’era: “Addio Breg Bianco, è stato bello”, perché da quel momento in poi la ribolla sarebbe diventata l’unica strada da percorrere.

  • Rosso Gravner – È il vino rosso principale dell’azienda, un taglio di Merlot e una piccola percentuale (meno del 5%) di Cabernet Sauvignon. Le uve provengono dai vigneti di Runk e Hum e, fino alla vendemmia 2004, anche da Dedno. In origine vinificato in tini di rovere, dal 2006 anche il Rosso Gravner fermenta in anfore interrate, sempre con lieviti naturali e lunghe macerazioni sulle bucce. Dopo la fermentazione, il vino affina circa 4 anni in botti di rovere, seguiti da almeno 6 mesi in bottiglia prima della vendita. Anche in questo caso nessuna chiarifica o filtrazione viene praticata, e l’imbottigliamento avviene in giorni di luna calante. Il Rosso Gravner è un vino di grande struttura e profondità, che unisce la ricchezza del Merlot alle sfumature erbacee del Cabernet. Ha tannini ben estratti ma evoluti dai lunghi anni di legno, e mostra una sorprendente longevità: vecchie annate dei primi anni 2000 risultano ancora vibranti e complesse.

  • Rosso Rujno – Rujno (termine di origine slava che letteralmente significa “rosso rubino”, ma che in sloveno indica il vino rosso più pregiato della casa) è la riserva speciale di Gravner. Si tratta, di fatto, di una selezione del Rosso Gravner prodotta solo nelle annate eccezionali. Il Rujno viene vinificato separatamente con criteri rigorosi: fermentazione sulle bucce con lieviti indigeni in tini aperti di rovere per svariate settimane (una macerazione molto lunga per un rosso), nessun controllo termico, e poi affinamento di 4 anni in botte grande e ben 6 anni in bottiglia prima della commercializzazione. In pratica un Rosso Gravner “doppio”, lasciato maturare il doppio del tempo. Il risultato è un vino praticamente mitologico: prodotto in quantità limitatissime, capace di uscire sul mercato anche 14-15 anni dopo la vendemmia, con un bouquet e una complessità fuori dal comune. Ad esempio, Rujno 2003 è stato commercializzato solo nel 2017, mostrando come Gravner sappia aspettare il momento perfetto. Sono vini da lungo invecchiamento, potenti ma anche finissimi: un tributo al Merlot friulano elevato ai massimi livelli.

  • Rosso Breg – Il “Breg rosso” è il vino ottenuto da uve Pignolo in purezza, l’altro vitigno autoctono su cui Gravner ha puntato dopo il 2012. Anche questo rosso, prima vinificato in legno, dal 2006 fermenta in anfore interrate per esaltare al massimo la tipicità del pignolo. L’affinamento avviene per 5 anni in botte grande seguito da almeno 5 anni in bottiglia. Come per gli altri, il vino non viene né filtrato né chiarificato e segue i ritmi lunari. Il Pignolo è un’uva tannica e di difficile gestione, ma Gravner l’ha domata col tempo: il Rosso Breg si presenta austero, con tannini raffinati dai lunghi anni di maturazione e profumi che spaziano dalle spezie scure alla terra umida, fino a note balsamiche. È prodotto in piccole quantità ed è un vero vino da intenditori, che riflette il carattere del Collio più nascosto e ombroso.

  • 8.9.10 – Dietro questo nome insolito si cela forse il vino più raro e singolare di Gravner. “8.9.10” non è altro che una data “spezzata”: indica infatti le tre annate da cui provengono le uve impiegate, ossia 2008, 2009 e 2010. Joško ha immaginato questo vino come un passito da uve botritizzate di Ribolla Gialla: i grappoli vengono lasciati sulla pianta molto a lungo, finché la muffa nobile (Botrytis) li ricopre concentrando zuccheri e aromi. Si vendemmia tardivamente (indicativamente a novembre inoltrato, quando le condizioni climatiche permettono la botritizzazione) e si uniscono le migliori uve di tre anni consecutivi. La vinificazione è naturalmente in anfora, con macerazione sulle bucce inclusi i raspi – particolare che aggiunge ulteriore struttura e tannino – seguita da un affinamento in piccole botti di rovere. 8.9.10 è stato imbottigliato nel luglio 2015 (in luna calante) senza filtrazioni, e rappresenta una sorta di vino da meditazione unico nel suo genere. Dolcemente ambrato, denso e avvolgente, possiede profumi di albicocca disidratata, miele, spezie dolci e un gusto sorprendentemente equilibrato tra dolcezza e freschezza. Solo Gravner poteva concepire un vino così, fuori da ogni schema commerciale, nato dalla volontà di non sprecare le uve colpite da muffa nobile ma anzi di esaltarne la bellezza imperfetta.

  • Pinot Grigio – Accanto alla Ribolla, Gravner ha coltivato per anni anche Pinot Grigio, vitigno internazionale che però in questa zona può dare risultati intriganti. In particolare, grazie alle bucce rosate tipiche di quest’uva, la macerazione in anfora produce vini dal colore ramato intenso (da cui il termine locale ramato). Il Pinot Grigio Gravner viene vinificato con lo stesso metodo rigoroso degli altri bianchi: fermentazione sulle bucce in anfore georgiane interrate con lieviti indigeni e zero controllo termico, poi rientro in anfora per circa 5 mesi dopo la svinatura, e infine 6 anni di affinamento in grandi botti di rovere. Anche qui nessuna filtrazione né chiarifica, e un lungo riposo in bottiglia (fino a 5 anni) prima della vendita. L’ultima annata prodotta di Pinot Grigio è antecedente alla svolta del 2012 (quando Gravner ha dismesso i vitigni internazionali), per cui si tratta di un vino ormai da collezione. Ad esempio, la vendemmia 2011 di Pinot Grigio è stata rilasciata dopo circa dieci anni di attesa, trasformandosi in uno splendido bianco ambrato dai riflessi ramati, ricco di aromi di frutta secca, agrumi canditi e spezie. Questo vino rappresenta l’anello di congiunzione tra il passato sperimentatore di Joško e la sua scelta futura di focalizzarsi solo sulla ribolla gialla: un assaggio di come anche un vitigno “globale” possa, se interpretato alla maniera Gravner, farsi portavoce del territorio in modo originale.

Famiglia, eredità e futuro di un visionario di Joško Gravner 

La vicenda umana di Joško Gravner è intensa quasi quanto quella enologica. Nel 2009 la famiglia viene colpita da un dolore immenso: il figlio Miha, di 27 anni, perde tragicamente la vita in un incidente motociclistico in Croazia. Al suo fianco sono rimaste la moglie Marija e la figlia Mateja, che già da tempo partecipava all’attività di famiglia.

Oggi Mateja Gravner è il volto aziendale, occupandosi del lato commerciale e dell’accoglienza, e con la sua personalità pacata e intelligente racconta in modo unico le particolarità dei vini di famiglia.  In cantina e in vigna, intanto, si fa le ossa la nuova generazione: Gregor, figlio di Mateja e nipote di Joško, poco più che ventenne, lavora quotidianamente accanto al nonno. Tre generazioni collaborano così fianco a fianco in questa piccola azienda familiare, assicurando continuità a un progetto che ormai trascende la singola persona.

Joško Gravner, che oggi ha superato i 70 anni d’età, non ha alcuna intenzione di ritirarsi. Continua a sperimentare e a inseguire nuove idee. Ed è con questo spirito che Gravner ha intrapreso di recente un progetto innovativo: l’introduzione di contenitori in vetro per l’affinamento dei vini, in aggiunta alle amate anfore e alle botti di rovere. L’idea gli è venuta notando una piscina trasparente in vetro sospesa tra due palazzi a Dubai. Ha trovato due aziende disposte a collaborare (EnoKube per le cisterne di vetro e Pfaudler per i grandi serbatoi di acciaio vetrificato) e ha fatto costruire una nuova area interrata dedicata a queste sperimentazioni.

Tra il 2024 e il 2025 sono già stati installati un prototipo di vasca cilindrica in vetro da 1000 litri e quattro serbatoi di acciaio ricoperto di vetro da 7000 litri ciascuno, con altri in arrivo. Lo scopo? Verificare se il vetro può ulteriormente perfezionare la maturazione dei vini Gravner, magari abbreviando parte di quei sei anni che oggi trascorrono in botte, senza però tradire la qualità.

Nel frattempo, il mondo del vino ha riconosciuto ampiamente l’importanza del “metodo Gravner”. Joško è considerato uno dei padri del rinascimento degli orange wines a livello internazionale, e la sua esperienza ha fatto scuola ispirando molti vignaioli alla riscoperta delle macerazioni prolungate e delle anfore. Non a caso il giornalista Simon J. Woolf lo ha inserito tra i protagonisti assoluti del suo libro “Amber Revolution”, dedicato alla riscoperta globale dei vini bianchi macerati. Gravner compare inoltre in documentari come “Skin Contact: Development of an Orange Taste” e “Call It Amber”, opere che celebrano gli amber wines e nelle quali viene definito “l’interprete indiscusso della ribolla gialla”, nonché ispiratore di un’intera generazione di produttori che “da quel giorno lo seguono nella sua idea di riportare il vino al suo significato originario”.

Ed ora rientra tra i pochi ma selezionatissimi vini che Alberto Massucco sceglie di inserire “nella sua cantina”.

In oltre mezzo secolo di carriera, Joško Gravner ha cambiato pelle più volte restando però sempre fedele a sé stesso, animato da un profondo legame con la terra e con il tempo.

La sua è la storia di un uomo che ha saputo cambiare per rimanere sé stesso rinunciando a facili successi per inseguire una visione più autentica. Oggi le sue bottiglie – dalla ribolla dorata ai rossi densi come tramonti autunnali – sono ambasciatrici nel mondo di un modo antico e insieme nuovo di fare vino.

Raccontano di confini superati, di cicli lunari, di anfore sepolte e di un vignaiolo filosofo che ha avuto il coraggio di ascoltare la natura. E che, instancabilmente, continua a farlo vendemmia dopo vendemmia, ricordandoci che il vino, come la vita, è un viaggio in divenire che richiede passione, pazienza e amore.

E anche il nome, l’etichetta e le V hanno un significato tutto speciale…ma questo è un segreto da scoprire in cantina!