Il carrello dei formaggi sta riconquistando le sale d’Italia
Da simbolo vintage a nuovo status symbol della ristorazione di qualità: il racconto di un’arte che sembrava perduta e oggi vale oro.
Nelle sale dei migliori ristoranti italiani è tornato un suono che sembrava destinato a rimanere solo nei ricordi: il tintinnio delle ruote del carrello dei formaggi. Dopo quasi vent’anni di oblio, sconfitto dall’efficienza dei menu degustazione e dalle mode salutistiche, questo rituale sta vivendo una seconda giovinezza. Ma non è nostalgia: è una rivoluzione culturale che coinvolge chef stellati, piccoli produttori e un pubblico affamato di storie autentiche. La maggior parte dei clienti lo vorrebbe vedere sfrecciare tra i tavoli. E i numeri dicono che sta accadendo davvero.
Un’istituzione che sembrava perduta
In certe fotografie d’epoca degli anni Ottanta, il carrello dei formaggi domina la scena come un monumento mobile: lucido, imponente, carico di forme intere che profumano di alpeggio e tradizione. Quel tintinnio di ruote sui pavimenti dei ristoranti più raffinati era il segnale di un momento culminante del pasto, quando la sala si fermava a osservare la processione di caprini freschi, tome stagionate ed erborinati pungenti.
Poi, per quasi due decenni, quel suono è andato scemando. Sconfitto dall’analisi costi-benefici, dai menu degustazione sempre più articolati, dalle mode salutistiche che hanno dipinto il formaggio come nemico del benessere. Il carrello è stato ridotto ad assaggi stringati, contenuto all’essenziale, perdendo su più fronti: troppo complicato da mantenere, l’alto rischio di spreco, l’impegno richiesto e la difficoltà di includerlo nei percorsi degustazione hanno temporaneamente sospeso questa arte.
Ma oggi, o meglio negli ultimi anni, qualcosa è cambiato. Le quattro ruote sono tornate a sfrecciare nelle sale dei ristoranti italiani, dal fine dining alle trattorie di qualità, e il pubblico risponde con entusiasmo.
Le radici: quando tutto iniziò
Per capire questo ritorno, bisogna partire dall’origine. Angelo Valazza, proprietario del ristorante Al Sorriso a Soriso, vicino al Lago d’Orta, è considerato il maestro del carrello in Italia:
“Siamo stati i primi nel 1981 a proporre il carrello, quando in giro nessuno lo faceva. Al massimo trovavi il Gorgonzola, l’emmenthal, la Fontina e il Parmigiano”.
Valazza racconta di essere stato ispirato dai grandi carrelli francesi che aveva visto all’estero durante i viaggi con suo padre. Decise così di valorizzare i formaggi italiani con lo stesso rispetto e la stessa teatralità. Iniziò con due assi del falegname e 15-20 tipologie, scovate direttamente dai contadini negli alpeggi della Valle d’Aosta, del Cuneese, della Valsesia e del Biellese. Mai dal grande rivenditore, che avrebbe significato standardizzazione.
Il suo carrello d’argento di Christofle è unico in Italia e all’epoca costava 20 milioni di lire. Ancora oggi, a 43 anni di distanza, Valazza continua a occuparsi personalmente dell’acquisto dei formaggi, girando gli alpeggi e stringendo mano ai produttori.

La famiglia Cerea di Da Vittorio a Brusaporto rappresenta un altro pilastro storico. Rossella Cerea ricorda che a Bergamo il carrello era ancora più grande di oggi:
“A quei tempi il carrello andava fortissimo, tutti volevano finire così e la movimentazione era ideale. Talvolta oltre al principale ce n’erano un paio di laterali, che contenevano fino a 70 tipologie”.
Il declino degli anni Duemila
Il ricordo è quello del Piemonte del dopoguerra, quando il servizio al carrello era un simbolo autentico di ospitalità: c’era il carrello degli antipasti, quello dei dolci e il carrello dei formaggi. Con il passare degli anni quel gesto è diventato quasi una curiosità d’altri tempi, percepito come retaggio di una ristorazione superata.
Cosa ha causato questo tramonto? Molteplici fattori si sono sommati. Il protagonismo degli chef, che preferivano chiudere i menu con le proprie creazioni dolciarie anziché cedere la scena al formaggio. L’avvento dei menu degustazione sempre più lunghi e articolati, che lasciavano poco spazio a portate “alternative”. Le crescenti preoccupazioni nutrizionali che hanno dipinto grassi e formaggi come nemici della salute.
Ma soprattutto, la dura realtà economica. Il formaggio è un alimento che rimane sempre in secondo piano rispetto all’attenzione e la cura offerta ad altri prodotti, soprattutto in sala. Al contrario del vino, per cui un ristorante investe in sommelier e cantinieri, meno si può dire del formaggio.
La gestione di un carrello comporta sfide significative: le forme devono essere conservate a temperatura e umidità perfette, devono essere tagliate fresche ogni servizio per evitare l’ossidazione, richiedono personale esperto capace di raccontarne le storie. E gli sprechi possono essere considerevoli. Come spiega Daniela Piscini del Miramonti L’Altro:
“Lo spreco è enorme, si cerca di riutilizzare quello che si può ma in termini economici un carrello è sempre un impegno e una perdita”.
La rinascita: numeri e segnali
Oggi il vento è cambiato. Rossella Cerea nota che negli ultimi due o tre anni la domanda si sta riprendendo:
“La gente è di nuovo curiosa, vuole provare le chicche e i piccoli produttori. Lo sceglie il 30% della clientela”.
Non si tratta più di semplice consumo, ma di cultura del formaggio: i clienti vogliono sapere nomi, cognomi, stagionature e filiere.

Molti locali hanno reintrodotto un carrello o una selezione ben curata, non solo ristoranti di alta cucina ma anche trattorie e osterie. E il pubblico ha risposto con entusiasmo, segno che c’è un’esigenza culturale: restituire al formaggio il posto che merita.
Anche a livello istituzionale si è riaccesa l’attenzione. Nel 2024, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha proposto di inserire un piatto dedicato al formaggio nei menu dei ristoranti, riconoscendolo non più come semplice accompagnamento ma come vera portata. L’Associazione Formaggi Italiani DOP e IGP e la Federazione Italiana Pubblici Esercizi hanno presentato un protocollo d’intesa per valorizzare i prodotti certificati attraverso il rituale del carrello.
Nel 2022 è nato il progetto “Il Carrello dei Formaggi®” di Domus Casei, mentre l’Associazione I Ristoranti della Tavolozza aveva lanciato il contest “Carrello Gourmet” in collaborazione con il Caseificio Beppino Occelli, dedicato ai ristoranti di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.
I protagonisti del ritorno: indirizzi da se/ognare
Da Vittorio – Brusaporto (BG) – 3 stelle Michelin
Il carrello comprende 35-40 tipologie, con formaggi della Bergamasca ma anche francesi, spagnoli, inglesi, da tutti i tipi di latte. Rossella Cerea cita esempi come un formaggio trentino stagionato nel cocktail negroni all’arancia, insieme ai grandi classici come Époisses, Gorgonzola e Montebore. La particolarità? Stanno studiando un nuovo tipo di veicolo dove non siano esposte le forme intere ma solo una loro parte, mantenendo il resto in cella nelle condizioni ottimali per minimizzare gli scarti.

Al Sorriso – Soriso (NO)
Il tempio del carrello, dove Angelo e Luisa Valazza continuano la tradizione iniziata nel 1981. L’offerta cambia continuamente con il fieno o la stagionatura: sono sempre 30-40 tipi, a volte presentati anche su un asse se il carrello non basta, suddivisi fra freschi, caprini, misto capra, tome e blu. Serviti con mostarda di cetrioli fatta in casa e qualche preparazione propria, come un Gorgonzola impastato con burro, salsa Worcester e Cognac su pane tiepido piccante. Il costo varia dai 20 ai 30 euro secondo le scelte dell’ospite.
Miramonti L’Altro – Concesio (BS) – 1 stella Michelin
Daniela Piscini, che si occupa personalmente del leggendario carrello, spiega: “Mi piace avere formaggi di casari a cui ho potuto stringere la mano. Parlo di Val Trompia, Maniva, Valle di Mompiano, Lago di Garda. Le zone più lontane vengono coperte da affinatori e selezionatori”. Sono in media 35-40 tipologie secondo la stagione, per un costo che varia dai 20 ai 35 euro. Daniela è una purista: non ama accompagnamenti, al massimo zenzero candito per pulire il palato, pane con noci e uva e un sorbetto alla mela verde.
La Pergola – Roma – 3 stelle Michelin
Simone Pinoli gestisce il carrello di Heinz Beck: “La nostra selezione è da sempre totalmente italiana e rappresenta una vera e propria portata nel menu degustazione da 10 corse”. Il ristorante tiene fino a 50 tipologie in prevalenza locali, dal Lazio all’Umbria, con qualche incursione in Francia. Il servizio è classico, con taglio e spiegazione al tavolo. Costo al piatto: 25 euro.
Enoteca Pinchiorri – Firenze – 3 stelle Michelin
Riccardo Monco, che sovrintende al carrello, racconta: “Rispetto al passato lo abbiamo ridimensionato in quantità ma non in qualità. La ricerca spasmodica sui piccoli produttori va avanti”. Attestati su una ventina di tipi, tutti italiani da nord a sud. Il costo è di 40 euro all you can eat. Come nota Monco: “Chi vede arrivare il carrello sente sempre una piccola voglia”.

Villa Crespi – Orta San Giulio (NO) – 3 stelle Michelin
Massimo Raugi, restaurant manager, segue il carrello con una ventina di tipologie da Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Marche, Abruzzo, Basilicata, ma anche Svizzera e Francia. L’offerta è stagionale, con maggiore presenza di freschi dalla primavera in avanti. Villa Crespi ha due addetti fissi e un frigo dedicato; i due carrelli vengono preparati due volte al giorno, interamente puliti, lucidati e testati.

Il Nazionale – Vernante (CN)
La famiglia Macario abbina a una cucina che celebra i prodotti del territorio un ricchissimo carrello che spazia dai tomini freschi al primo sale, fino ai formaggi d’alpeggio, trasformati dallo chef Fabio Ingallera anche in piatti profondamente legati alla qualità della materia prima.
La Ciau del Tornavento – Treiso (CN) – 2 stelle Michelin
Un’icona della cucina di Langa, meta di “pellegrinaggio” per i gourmet, dove lo chef patron Maurilio Garola offre un carrello da campioni, con alcuni pezzi unici e decine di proposte servite anche in verticali di stagionatura.
Al Vèdel – Colorno (PR)
Il nome che riassume tutto è quello di Edgarda Bergonzi, raffinata ricercatrice e instancabile selezionatrice di formaggi di qualità che illustra personalmente ogni pezzo del carrello agli ospiti, svelando curiosità e storia.
Ristorante Morelli – Milano
All’interno dell’Hotel VIU Milan, i formaggi sono serviti come alternativa alla selezione di cioccolati, in entrambi i casi su due scenografici carrelli di legno d’epoca. La degustazione a fine pasto costa 4 euro al pezzo ed è condotta dal Cheese Specialist Matteo Bianchini.
Procaccini – Milano
L’idea dello chef Emin Haziri di trasformare la cena in un racconto gastronomico inizia con il carrello del pane e si chiude con quello dei formaggi: mediamente 16 scelti a rotazione tra Italia e resto del mondo.
Come si costruisce un grande carrello
La costruzione di un carrello eccellente richiede competenze multiple e passione ossessiva. Non è semplicemente questione di acquistare formaggi di qualità, ma di creare un’esperienza culturale completa.
Come spiega Andrea Antonini, chef del ristorante Imàgo a Roma: “Si procede per conoscenza e per conoscenze: vado a mangiare da un collega e ho assaggiato un formaggio buonissimo. Si crea una rete di piccoli produttori, poi ci sono grandi marchi artigianali, o piccole realtà che lavorano solo sull’affinamento”.
La filosofia varia da ristorante a ristorante. Alcuni, come Massimo Spigaroli dell’Antica Corte Pallavicina, propongono un carrello prettamente locale: “Per me chi viene da noi deve godersi un’esperienza territoriale, anche nei formaggi, che provengono solo dalle zone limitrofe al ristorante”. Altri, come i Cerea, abbracciano una selezione internazionale.
Un buon assortimento prevede solitamente dalle sei alle otto proposte, tra le quali non dovrebbe mancare un formaggio fresco, uno semistagionato, uno stagionato, uno a pasta molle, uno erborinato e proposte equamente ripartite tra formaggi italiani e stranieri.
Come sottolinea Massimo Spigaroli: “Il formaggio non si racconta da solo”. Ogni tipologia richiede condizioni specifiche di temperatura e umidità. Le forme devono essere controllate quotidianamente, girate, pulite. I tagli vengono effettuati prima di ogni servizio per evitare l’ossidazione e l’ingiallimento della pasta.
Angelo Valazza ha sviluppato un sistema meticoloso: “Ogni sera impacchettiamo ogni pezzo in una carta particolare e lo riponiamo in un frigo molto basso, per rifare il taglio il mattino dopo. Ma niente va perduto: li mangiamo io e Luisa, tal quali oppure in un risotto”.
Il servizio
Agli addetti alla sala spetta il compito di raccontare storia, caratteristiche e provenienza dei formaggi proposti, effettuarne con cura il taglio e il servizio consigliando al cliente anche l’ordine di degustazione.
Edgarda Bergonzi del ristorante Al Vèdel raccomanda:
“Il carrello va collocato nel punto più visibile della sala, e il personale opportunamente formato per ricordarne la presenza. Spingerlo ai tavoli anche solo per una punta di grana e raccontarlo, sempre con umiltà e senza strafare”.
È inoltre buona norma preparare il carrello due volte al giorno, un’ora prima di servire i prodotti, per esaltarne gli aspetti sensoriali.
La scuola di pensiero varia. Ci sono i puristi che darebbero “solo formaggio, al massimo con un pane di campagna tostato”. Altri arricchiscono l’esperienza con accompagnamenti studiati.
Angelo Valazza serve mostarda di cetrioli fatta in casa, un vino o due secondo il cliente. Riccardo Monco dell’Enoteca Pinchiorri offre miele di nicchia delle colline di Fiesole, melata e qualche confettura con un pane speciale. La famiglia Cerea considera gusto e persistenza per giocare con diversi abbinamenti di marmellate, mostarde e vini: la mostarda di fichi esalta il Gorgonzola con vino dolce o whisky, la marmellata di cipolle rosse va con i caprini e vino rosso, la composta di mele con gli stagionati.
Non tutti i ristoranti seguono il modello tradizionale. Alcuni chef hanno reinterpretato il concetto in chiave contemporanea.
Davide Oldani ha impiegato sei anni di prove e studio per arrivare a “Find the real one”: un assaggio di “formaggi” che prevede tre pezzi, ma solo uno è formaggio vero, un Montebore. La finta groviera è una mousse di pera e pepe del Tibet, la finta scaglia di Parmigiano è pane imbevuto in acqua di formaggio e arrostito.
La filosofia di Oldani è chiara: “Per il rispetto altissimo verso tali prodotti e per offrire una quantità giusta a fine pasto. Il formaggio non deve essere la ‘mazzata finale’ su un menu”. Il suo motto: “Del buono, poco”, in contrasto con il “Del buono, tanto” del suo maestro Gualtiero Marchesi.
Molti ristoratori decidono di proporre la stessa tipologia di formaggio declinato in diverse stagionature, come avviene nelle “verticali” per i vini pregiati. Questo permette al cliente di apprezzare l’evoluzione organolettica del prodotto nel tempo, trasformando la degustazione in un’esperienza didattica.
Gianluca Zani del ristorante La Cucina del Relais San Vigilio a Bergamo Alta fa una ricerca esclusiva nel suo territorio, con una precisa regola di base: “Tutti i nostri formaggi non sono pastorizzati perché la pastorizzazione fa perdere al latte alcune proprietà organolettiche che poi diminuiscono la complessità del formaggio”. È una dichiarazione di intenti che colloca immediatamente questo carrello in una categoria a parte, quella dei ristoranti che non si accontentano di “fare il carrello dei formaggi” ma che costruiscono una narrazione casearia coerente con l’identità della cucina di Davide Suardi: territoriale, rigorosa, rispettosa delle tradizioni produttive autentiche.

La scelta del latte crudo è anche una scelta di campo verso i piccoli produttori, quelli che ancora lavorano con metodi artigianali, che conoscono ogni singola vacca della loro mandria, che accettano la variabilità stagionale come ricchezza e non come limite.
In tutti questi casi, e in quelli che racconteremo in futuro, il fil rouge è l’amore per il prodotto e per una cucina che per dirla alla vecchia maniera, deve quasi assolutamente concludersi a formaggio… sembrava volgare ma è filosofia pura “La boca l’e minga straca se non sa di vaca”. E’ un antico proverbio lombardo (milanese e bergamasco) che significa che la bocca non è mai sazia o stanca se il pasto si conclude con un pezzo di formaggio, sottolineando l’importanza del formaggio a fine pasto, visto un tempo come essenziale per la digestione e per “chiudere lo stomaco”!
In sala dello stellato Le Cattedrali di Cannavacciuolo in provincia di Asti, sulle colline dle Monferrato, il servizio affidato alla Maître Alessia Chignoli e al suo secondo Francesco Passaretti, cresciuti e maturati entrambi alla Corte di Villa Crespi, assicura un’esperienza memorabile con un Carrello dei Formaggi da competizione, caratterizzato da una quarantina di prodotti caseari selezionati tra DOP e prodotti di nicchia, con una predilizione assoluta verso il territorio e con molti prodotti affinati direttamnete da loro.
Chi apprezza il carrello: sociologia di un ritorno
Il ritorno del carrello non è casuale, ma risponde a cambiamenti profondi nel pubblico dei ristoranti.
Grazie al lavoro di molti ristoratori e a un pubblico sempre più curioso e attento, il formaggio sta riconquistando spazio. Cresce la voglia di raccontarlo e di raccontare la storia dei produttori, l’origine del latte, il territorio. Questo coinvolge il cliente, che non si limita a mangiare, ma comprende ciò che assaggia.
Il cliente contemporaneo non cerca solo sapore, ma storytelling. Vuole conoscere il casaro, sapere dove pascolano gli animali, comprendere le tecniche di affinamento. Il formaggio diventa veicolo di cultura territoriale.
Un esempio significativo viene dalla Riviera di Ponente, dove la presenza di una forte clientela francese – tradizionalmente molto esigente in tema di formaggi – ha spinto molti locali a elevare la propria offerta: selezioni più accurate, maggiore attenzione alla stagionalità, introduzione di plateau de fromages.
I francesi, abituati a chiudere i pasti con il formaggio come portata centrale, hanno alzato l’asticella delle aspettative, influenzando positivamente l’intera offerta italiana.
In un’epoca dominata dalla grande distribuzione e dai prodotti industriali, il carrello dei formaggi rappresenta quindi l’antitesi della standardizzazione. Ogni forma è unica, racconta una storia diversa, porta i segni del territorio e della mano del casaro.
Nei formaggi il consumatore dimostra una chiara preferenza per le produzioni artigianali e un rinnovato interesse per la loro straordinaria varietà.
Il carrello è considerato dal pubblico sinonimo di ristorazione di qualità e di offerta ampia, con maggiore attenzione verso le preferenze del cliente. In un mercato della ristorazione sempre più competitivo e differenziato, il carrello diventa un elemento distintivo, un segnale di investimento nella qualità dell’esperienza complessiva.

Le sfide: perché non tutti lo fanno
Nonostante l’entusiasmo del pubblico, il carrello rimane una rarità. Le ragioni sono concrete e pesanti.
Partiamo dal costo economico. Lo spreco è il nemico numero uno. I formaggi sono prodotti vivi, che evolvono e deperiscono. Le forme intere esposte possono seccarsi, i tagli non venduti devono essere consumati rapidamente. Un carrello è sempre un impegno. Per un ristorante medio, mantenere 20-30 tipologie significa immobilizzare migliaia di euro in prodotto, con il rischio costante di perdite. Solo i ristoranti con un volume di clientela elevato e costante possono permetterselo.
Altro punto dolente il personale. Manca personale esperto capace di servire in modo impeccabile: serve una sorta di “sommelier del formaggio”. Formare il personale richiede tempo e investimento. Non basta conoscere i nomi: bisogna saper raccontare le storie, suggerire gli abbinamenti, gestire il taglio con maestria. L’esperto o l’esperta di formaggi deve saper tagliare, descrivere e offrire la scelta più sartoriale possibile all’ospite.
In Italia, a differenza di quanto avviene per il vino con i sommelier, non esiste ancora un sistema formativo standardizzato e riconosciuto per gli esperti di formaggio in sala, anche se le scuole di fomrazione quali ONAF stanno facendo un ottimo lavoro, resta una parte relegata al Sommelier dei vini o al cameriere di turno che dovrebbe sapere anche questa!
Anche l’avvento del menu degustazione ha eliminato la richiesta del piatto di fomraggi a fine pasto. Menu di 10-14 portate lasciano poco spazio fisico nello stomaco per una degustazione di formaggi. Alcuni ristoranti hanno risolto includendolo come portata nel percorso, altri lo propongono come alternativa al dessert.
Il patrimonio italiano: 487 formaggi da valorizzare
L’Italia è campionessa nell’arte della caseificazione con circa 487 formaggi riconosciuti, di cui 52 protetti a livello europeo e oltre 300 riconosciute con marchi di protezione come DOP, IGP e PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali), un numero che la rende leader in Europa per i prodotti lattiero-caseari tutelati. Queste varietà spaziano dai formaggi freschi a quelli stagionati, prodotti con diversi tipi di latte (vaccino, ovino, caprino, bufalino) e tecniche di produzione.
Un patrimonio culturale, prima ancora che alimentare, che il carrello permette di valorizzare in modo diretto ed emozionale.
Tra tutti, il Parmigiano Reggiano ha raccolto il numero maggiore delle preferenze quando si chiede ai gourmet quale formaggio vorrebbero trovare al ristorante. Ma il carrello permette di scoprire produzioni minori, formaggi di alpeggio semi-sconosciuti, erborinati artigianali, caprini di nicchia.
Chi frequenta i ristoranti è interessato a conoscere il nome e la filiera dei formaggi che consuma: in particolare il luogo di produzione, il nome del produttore e la stagionatura.
Esiste un legame forte tra turismo gastronomico e scoperta dei formaggi: dopo la pubblicità, il ristorante è lo strumento principale attraverso cui il consumatore entra in contatto con i prodotti caseari.
Il carrello diventa così veicolo di promozione territoriale. Un turista che assaggia un Castelmagno d’alpeggio al ristorante potrebbe poi visitare il Cuneese alla ricerca di quel produttore specifico. Una verticale di Parmigiano Reggiano di diverse stagionature può spingere alla visita di un caseificio.
Un esempio virtuoso è la Valle Camonica, dove la promozione non riguarda solo il formaggio, ma l’intero territorio. Il formaggio diventa ambasciatore di paesaggi, tradizioni, economie locali.
La crescente attenzione istituzionale, l’entusiasmo del pubblico, la disponibilità di formaggi artigianali di altissima qualità e la nuova generazione di ristoratori attenti alla sostenibilità e alla cultura del prodotto creano le condizioni per una nuova stagione d’oro.
Certo, il carrello non sarà mai per tutti. Rimarrà appannaggio dei ristoranti di fascia alta e medio-alta, dove clientela e fatturato giustificano l’investimento. Ma proprio questa esclusività lo rende prezioso: un segnale inequivocabile di cura, competenza e rispetto per la tradizione gastronomica.
E allora felici che quel tintinnio di ruote sul pavimento del ristorante, che sembrava destinato a rimanere solo un ricordo nostalgico degli anni Ottanta, sia tornato a farsi sentire nelle sale italiane. Non è un semplice revival vintage, ma la risposta a un’esigenza profonda: il desiderio di rallentare, di comprendere, di entrare in contatto con la cultura materiale del cibo.
Il carrello dei formaggi rappresenta tutto ciò che la ristorazione contemporanea rischia di perdere nella corsa all’innovazione: il tempo del racconto, la teatralità del servizio, il rispetto per il prodotto artigianale, la valorizzazione del territorio.
È un gesto antieconomico in un’epoca ossessionata dall’efficienza, ed è proprio per questo che funziona.
Come dice Angelo Valazza, che da 43 anni fa rotolare il suo carrello d’argento tra i tavoli di Al Sorriso: niente va perduto quando c’è passione. E questa passione sta contagiando una nuova generazione di ristoratori e di clienti, pronti a celebrare le centinaia di formaggi italiani con il rispetto che meritano, senza nulla togliere a tutte le altre produzioni estere.
Il carrello dei formaggi a chilometro zero diventa un racconto in più, ma al giorno d’oggi vale anche il chilometro Italia e il chilometro Europa….il carrello diventa ambasciatore di cultura casearia, ovunque questa si realizzi!
Evviva allora al ritorno del carrello dei formaggi.
E questa volta, è qui per restare!
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