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Milano Wine Week: Ferrari Trento e Veuve Clicquot a NOMAD

Due notti di bollicine a NOMAD: Ferrari Trento e Veuve Clicquot.

Il 21 e il 22 ottobre la Milano Wine Week porta a NOMAD il Trentodoc dei Lunelli e lo Champagne di Reims, accanto alla cucina dello chef Francesco Guarino.

Per la Milano Wine Week, il Trentodoc dei Lunelli e lo Champagne di Reims si alternano alla tavola di Francesco Guarino, il 21 e il 22 ottobre.

Due sere consecutive, due modi di intendere le bollicine. Durante la Milano Wine Week 2026, NOMAD apre la sua tavola prima a Ferrari Trento, con Marcello Lunelli a raccontare quattro Trentodoc, poi a Veuve Clicquot, in una serata che dalla cena scivola nella musica fino a notte. In mezzo, la cucina dello chef Francesco Guarino e un piatto che passa da un bicchiere all’altro.

Montagna e Champagne, a ventiquattr’ore di distanza

Nel calendario della Milano Wine Week 2026, che dal 17 al 25 ottobre riempie la città di banchi d’assaggio e incontri, NOMAD ha scelto di costruire un piccolo racconto in due capitoli. Mercoledì 21 e giovedì 22 ottobre, nell’ex fabbrica del Certosa District, le bollicine arrivano da due luoghi che da oltre un secolo si guardano a distanza.

Da una parte il Trentino, dove Giulio Ferrari portò l’idea della Champagne tra le montagne. Dall’altra Reims, dove quell’idea è nata e dove una giovane vedova, due secoli fa, ha cambiato il modo di fare Champagne.

A tenere insieme i due capitoli è la cucina di Francesco Guarino: una tradizione italiana passata per il Giappone e il Sud-est asiatico, che torna a casa con qualcosa in più nella valigia. E un piatto, l’ombrina, che compare in entrambe le sere e cambia volto a seconda del bicchiere.

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— Leggi anche QUI per i dettagli sulle cene da NOMAD.

Il 21 ottobre: Ferrari Trento, un’intuizione del 1902

La storia di Ferrari comincia con una scommessa. Nel 1902 Giulio Ferrari, giovane agronomo trentino formatosi a San Michele all’Adige e poi in Francia, torna a casa convinto che le sue montagne possano dare bollicine all’altezza di quelle della Champagne. È tra i primi a piantare Chardonnay in Trentino, quando il vitigno qui era quasi sconosciuto.

Il progetto resta per decenni una produzione di nicchia, curata con ostinazione artigianale. Nel 1952 Giulio Ferrari, senza eredi, sceglie il suo successore: Bruno Lunelli, titolare di un’enoteca a Trento. Da quel passaggio di mano nasce la storia di famiglia che arriva fino a oggi.

Sono i figli di Bruno, Franco, Gino e Mauro, a trasformare la piccola cantina in un riferimento nazionale. Oggi tocca alla terza generazione: Matteo Lunelli è presidente, Marcello segue la parte enologica, accanto ai cugini Camilla e Alessandro. Il cuore della questione è il territorio. I vigneti salgono sui pendii delle valli trentine, dove le escursioni termiche tra giorno e notte preservano acidità e profumi. È la condizione che rende possibile un Metodo Classico teso e longevo. Nel 1993 questa vocazione ottiene un nome: Trento DOC, oggi Trentodoc, tra le prime denominazioni italiane dedicate esclusivamente al Metodo Classico. Ferrari ne è da sempre l’interprete più riconoscibile, e negli anni ha portato i propri vigneti verso la conduzione biologica.

Ferrari è oggi il marchio di punta del Gruppo Lunelli, che ha allargato lo sguardo oltre il Trentino. Ne fanno parte Bisol1542 nel Prosecco Superiore di Valdobbiadene, Tenute Lunelli con i vini fermi tra Trentino, Toscana e Umbria, la distilleria Segnana, l’acqua Surgiva e lo storico marchio Tassoni. È un mosaico costruito su un’idea precisa: il legame tra un prodotto e il luogo da cui viene. La stessa idea che, mercoledì sera, Marcello Lunelli porterà al tavolo bicchiere dopo bicchiere.

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Quattro tappe con Marcello Lunelli

All’ingresso il viaggio comincia al bancone. Il Bar Manager Marcos Néia firma un cocktail costruito sulle bollicine Ferrari, servito con chips di manioca: un primo segnale tropicale, coerente con la vegetazione che riempie gli spazi dell’ex fabbrica. La cucina di Francesco Guarino porta con sé un percorso preciso. Gli anni all’Excelsior Hotel Gallia accanto alla famiglia Cerea, poi le esperienze tra Giappone, Vietnam e Messico. Il risultato è una tradizione italiana riletta con tecniche e ingredienti raccolti lungo la strada.

Prima tappa: la freschezza. Tartare di ricciola con lime, mela verde e pepe di Timut, insieme al Ferrari Perlé 2019. Il Perlé è un Blanc de Blancs millesimato, solo Chardonnay, e qui gioca sulla stessa nota del piatto: acidità viva, agrumi, croccantezza. Il Timut è un pepe nepalese che del pepe ha poco: profuma di pompelmo e lascia in bocca un leggero formicolìo. Accanto alla mela verde, prepara il palato senza appesantirlo.

Seconda tappa: il mare e la sapidità. Tagliolino al nero di seppia con burro, alici sott’olio, bottarga di muggine e zest d’arancia. È il piatto più intenso del primo tratto, tutto giocato su iodio e sapidità. Il vino scelto è il Ferrari Perlé Zero, Cuvée Zero18: un Trentodoc senza dosaggio, nato dall’assemblaggio di vini di riserva. Senza zuccheri aggiunti alla sboccatura, lavora come una lama sulla grassezza del burro e sul sale di alici e bottarga. L’arancia fa da ponte.

Terza tappa: il Sud e l’Oriente. Ombrina boccadoro con spuma di patate, zafferano, muddica atturrata e katsuobushi. L’ombrina boccadoro è un pesce mediterraneo dalle carni sode e delicate. La muddica atturrata è il pangrattato tostato della cucina siciliana, quello che un tempo sostituiva il formaggio sulle tavole povere. Il katsuobushi, tonnetto essiccato, fermentato e affumicato, porta la profondità umami del Giappone. È il piatto che meglio riassume il percorso di Guarino: Sicilia e Tokyo nello stesso boccone.

Ci vuole un vino di struttura, e arriva la Ferrari Riserva Lunelli 2016. È il Trentodoc che porta il nome della famiglia: Chardonnay, lungo affinamento sui lieviti, una parte del vino base passata in legno. Ha l’ampiezza per reggere zafferano e note affumicate senza perdere la freschezza di montagna. È anche il piatto che, la sera dopo, tornerà in tavola con tutt’altro bicchiere.

Quarta tappa: la dolcezza. Si chiude con una pera “mbriaca”, cioè “ubriaca” nei dialetti del Sud, cotta nel vino. Intorno, cioccolato fondente, biscotto e zucchero muscovado, con le sue note di liquirizia e caramello. Nel bicchiere il Ferrari Maximum Demi-Sec, la versione più morbida della linea Maximum. Il dosaggio più generoso accompagna il dolce invece di scontrarsi con esso, mentre la bollicina pulisce il palato dal cioccolato.

      — leggi QUI il dettaglio dlela serata con Lunelli.

Il 22 ottobre: Veuve Clicquot, la vedova di Reims

La seconda sera cambia geografia. Veuve Clicquot nasce a Reims nel 1772, fondata da Philippe Clicquot, ma il nome lo deve a una donna. Nel 1805 Barbe-Nicole Ponsardin resta vedova a ventisette anni e decide di prendere in mano la maison, in un’epoca in cui era rarissimo vedere una donna alla guida di un’impresa.

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Con lei la “Veuve”, la vedova, firma alcune delle innovazioni che hanno fatto la storia dello Champagne. Le si attribuisce la tavola di remuage, il pupitre che raccoglie i sedimenti nel collo della bottiglia e rende il vino limpido. A lei si devono anche uno dei primi Champagne millesimati, nel 1810, e il primo rosé ottenuto assemblando vino rosso e bianco, nel 1818. Oggi la maison fa parte del gruppo LVMH, ma il suo segno più riconoscibile resta un colore: il giallo-arancio dell’etichetta, diventato nel tempo una firma quanto il nome.

— Leggi QUI la storia di Veuve Clicquot con aneddoti e segreti.

Il menu della seconda sera è costruito su tre cuvée e su un ritmo diverso.

Si parte in condivisione, con gli antipasti al centro del tavolo: montanara con burrata, bacon e pepe; funghi alla brace con hummus di cannellini, olive nere e olio al rosmarino; tartare di salmone Label Rouge marinata con soia, zenzero e limone; battuta di manzo della Macelleria Cazzamali con nocciole delle Langhe, chips di topinambur e senape. Li accompagna il Veuve Clicquot Yellow Label, il brut simbolo della maison. Il Pinot Noir che domina l’assemblaggio gli dà struttura, e la sua versatilità regge un giro di assaggi che va dalla frittura alla carne cruda.

Poi torna l’ombrina boccadoro, con la stessa spuma di patate, lo stesso zafferano, la stessa muddica e lo stesso katsuobushi della sera prima. Cambia il bicchiere: il Veuve Clicquot Brut Rosé porta in primo piano il frutto e una trama più morbida, dove la Riserva Lunelli giocava su ampiezza e tensione. È il confronto più curioso delle due serate, e vale da solo il doppio appuntamento.

Il finale è un tiramisù preparato al momento, con il Veuve Clicquot RICH: una cuvée dal dosaggio più generoso, pensata per essere servita su una sfera di ghiaccio. È un modo informale di bere Champagne, più vicino al cocktail che al calice da degustazione.

E qui la cena lascia spazio al resto. Con la musica live e il DJ set la serata si allunga fino all’una, tra conversazioni e nuovi brindisi, nello spirito più conviviale di NOMAD.

Il senso del viaggio da Nomad

Messe una accanto all’altra, le due serate raccontano due modi di stare a tavola con le bollicine. Il primo è un percorso guidato, in cui chi fa il vino lo spiega piatto dopo piatto. Il secondo è più libero, e usa lo Champagne come filo di una notte che va oltre la cena.

Sotto c’è una storia comune. Più di un secolo fa Giulio Ferrari tornò dalla Francia convinto che le montagne trentine potessero dare bollicine all’altezza della Champagne. A Milano, per due sere, le due tradizioni si siedono allo stesso tavolo. Da Nomad.

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Informazioni

NOMAD x Ferrari Trento: 
mercoledì 21 ottobre 2026, 
dalle 21.00 alle 23.30. 
Welcome cocktail e cena degustazione in quattro portate, 65 euro.

NOMAD x Veuve Clicquot: 
giovedì 22 ottobre 2026, 
dalle 21.00 all'1.00. 
Menu degustazione con tre Champagne in abbinamento, 70 euro.

Entrambe le serate si tengono a 
NOMAD Milano, via Varesina 184. 
Prenotazioni al 375 857 1600 o a info@nomadmilano.com